06 novembre, 2009
Il comunismo di Prada. Fenomenologia della paghetta.
Mi colpisce il termine "logica". Ovvero, da bravi comunisti, azzerano il termine fino a farlo diventare non un "ragionamento cosciente", quanto una legge insopprimibile di cui tutti sono, saremmo schiavi. Ragioniamo da capitalisti, senza volerlo; solo loro sono scaltri e capiscono che il mondo deve cambiare e rifiutare questa logica.
Mi chiedo se annunciare programmaticamente la lotta dura contro il capitalismo tanghero non sia un criterio di mercato: in fondo più gente partecipa ad un'iniziativa meglio è. Mi viene in mente una Onlus di amici che fa eventi in sottoscrizione e poi invia a tutti i partecipanti il dettaglio delle spese, cosa c'hanno fatto di quei soldi, come li hanno spesi. Qui no. L'assenza di spese a monte giustifica non solo la gratuità, ma anche la lotta dura contro tutti quelli che, lavorando ed assumendosi spese, percepiscono un incasso.
L'appeal del gratuito colpisce tutti, anche persone insospettabili; forse colpisce più i ricchi, gli studenti fuori sede (ovvero i figli dei ricchi), che con la gratuità mescolata al pauperismo e alla lotta dura riescono a mondarsi delle colpe di un "capitalismo loro malgrado", lo stesso che faceva crescere i loro capelli e i loro piercing solo perchè il paparino non dava loro la paghetta. Il fascino del gratuito, già: non solo non pago, ma partecipo alla lotta. Solo che non posso pensare che la coppia con stivaletti di Prada che entra in milonga sia, o debba per forza essere convinta del comunismo trionfante. Anzi, quella arriva dopo una cena costosa, magari, perchè il lusso non lo si può certo proibire al di fuori della serra della milonga comunista. Il mondo non è cambiato nella direzione che loro auspicavano. Nè posso dire loro di togliersi le scarpette firmate: la milonga senza paura non ha uno stile deciso e definito. Se vai all'Hilton devi avere la cravatta. Loro, i capitalisti, sanno definire le regole. I criminali comunisti no, accettano tutto, purchè faccia presenza, purchè si possa dire, in un criterio molto profondamente capitalista, che la loro iniziativa "funziona", ha successo.
Mi chiedo, ma sono domande ovvie, perdonatele: se quello fosse il loro lavoro, se lo spazio avesse un costo, se la Siae tanto intenta a bersagliare i capitalisti si accanisse con loro, se non avessero tanti soldi da potersi permettere di perderne. Che accadrebbe ?
Circolava tempo fa una barzelletta che diceva: "qual è la differenza tra un terrorista che ammazza Marco Biagi e un ministro fascista che dice che era un rompicoglioni ? Fine della barzelletta". Mi ha sempre fatto ridere e la dedico ai nuovi compagni di merende, o di milonghe. Ma, vi prego, non vi impiccate al centro della sala con un sottofondo di Pugliese. Oppure fatelo pure: la differenza tra un suicidio ed un martirio sta solo in un buon ufficio stampa. Capitalista.
27 ottobre, 2009
B&B. Fenomenologia di Berlusconi e Bersani. 2° parte.
Così è successo per Berlusconi. I suoi vizi privati hanno fatto passare in secondo piano i suoi pubblici vizi. Il giudizio dell'opinione pubblica si è costruita attraverso la negazione della verità. Non della verità del contenuto - come a dire, non è vero che c'erano festini a Palazzo Grazioli, ma della verità del rapporto tra il privato ed il pubblico. Nella vicenda della ragazza napoletana "preferita" Noemi ecc. quello che è emerso era una verità sbandierata assieme alla sottolineatura del suo carattere privato, che non inficiava assolutamente il ruolo pubblico del Presidente. Poco conta che il padre della ragazza si ritrovasse, dopo pochi giorni, assolto da una trentina di accuse all'interno di uno scandalo edilizio nella periferia di Napoli. Nessuno cercherà mai un nesso tra le due vicende. I detrattori di Berlusconi sono pigri, o meglio sfiduciati, si infrange, la loro volontà di giustizia, contro un muro solido, che sa bene come costruire concetti forti e a prova di bomba.
Se un ruolo ha il pensiero è quello di intrufolarsi. Di mettersi al pari con i concetti altrui per sollevarne le incongruenze. Il fatto è: io presidente ho rapporti "speciali" con una ragazza di 18 anni, che ha molte velleità, non ultima quella "artistica". La sua famiglia è molto importante, ma solo nel sottobosco degli affari locali. Un pizzico di provincialismo è d'obbligo. La ragazza conosce il presidente, sa che ci sono "convegni" non di streghe ma di belle donne in quel di Roma...costruisce con lui un rapporto privilegiato. Il padre poi ci mette del suo: ha pendenze irrisolte che spera evaporino, con l'opera saggia di qualche avvocato scaltro, che peraltro non può personalmente pagare. La storia tiene. E' la verità ? Perchè, esiste la verità ? O meglio, ha un ruolo nel condizionare gli eventi ?
Le considerazioni generali poi volgono verso un punto, come dire, "esterno" alle vicende. In fondo interessa poco se un uomo politico si faccia quella o quell'altra avventura. Ma la ripercussione in termini morali è devastante. Un uomo politico è "eletto", scelto -ovvero, in una democrazia rappresentativa, è colui che ottiene consenso e lo esercita, senza vincolo, per un tempo concessogli dalla legge. Il suo ruolo di "punto di riferimento" è innegabile. Tutto quello che fa una personalità in vista è appunto "in vista", cioè fatto oggetto di analisi e perchè no, di emulazione. Quanti negli anni '50 avevano il ciuffo di Presley ? Che Elvis lo portasse implicava che fosse una cosa buona, che fosse un modo privilegiato di un uomo privilegiato per stare all'interno di una società. L'emulazione non procede sempre consapevolmente, proprio perchè il comportamento di una persona in vista agisce in modo inconsapevole su tutti. Il comportamento diviene un metro di giudizio. Possiamo non andare a pagare 5000 euro ad un trans di nome Natalie, pur tuttavia quel comportamento diventa giustificato, in qualche modo. Lo è anche nell'inconscio di chi si scandalizza. Non possiamo pensare che quando gli ultimi imperatori romani si davano alla pazza gioia smodata non ci fosse nessuno che si scandalizzasse. Che tali comportamenti divenissero "normali" era un processo che andava al di là della collera, del biasimo.
Berlusconi ha "legalizzato" un certo tipo di comportamento. Non a favore dei suoi pari grado o quasi, che cadono sotto il peso della coscienza. Ma a favore dell'inconscio collettivo che, perlomeno, non richiederà più garanzie a chi è eletto, ne chiederà sempre meno, portato come sarà a fare dei festini il metro di giudizio.
Solo in questi termini, io credo, si possa parlare, molto amaramente, di una rilevanza "morale" della questione.
17 ottobre, 2009
B&B. Fenomenologia di Berlusconi e Bersani. 1° parte.
Berlusconi è di sinistra.
Se il manifestarsi contiene in sè l'oggetto, se l'oggetto non è null'altro che ciò che un'indagine pur attenta può cogliere, se nessuna intenzione nascosta e non palese può essere addotta come prova di un'essenza, il premier è passato all'opposta sponda politica. Ciò giustificherebbe il sostegno di molti antichi sinistrorsi, già preda di Craxi a suo tempo.
Berlusconi truccato e sorridente come un leader cinese, gonfio di steroidi e chissà cos'altro come Mao. Vicino alla gente come Berlinguer, anzi di più. Costruttore edile e farcitore di soli in tasca alla nuova gioventù italiana, finalmente libera dai mostri del passato. Berlusconi il nuovo, il perseguitato - altro mito della sinistra - come lo era qualche brigatista in asilo politico sulla Senna. Sembra un leader che ha studiato alla scuola di formazione del partito comunista. E poi la libertà. Il concetto più profondo e frivolo che una mente umana possa partorire. Libertà assoluta di passare la notte con dodici puttane o di riarticolare, diciamo così, la costituzione in base alle proprie esigenze. Meno libertà per un cittadino straniero di entrare e lavorare nel nostro paese, o di produrre opere di talento o di genio. La libertà è, fenomenologicamente, la grande meretrice. Si presta a tutto e sempre ne esce esaltata, la sua esaltazione è la garanzia stessa della sua esistenza. Non esiste libertà esercitata e sottaciuta. "Viva la libertà" funziona sempre, fa sentire tutti più liberi, indipendentemente dalla propria vita reale.
Berlusconi l'opposto di Andreotti, che maturava consensi internazionali mentre in Italia trattava con tutti i poteri occulti esistenti, il nostro leader accresce negli italiani in terra straniera il senso di estraniazione, di vergogna. I titoli dei tabloid euro-usa non hanno mezzi termini.
In questa fuga verso la verità delle lenzuola Silvio sperava di poter far passare la Sua Grande Riforma. Quella secondo la quale chi ottiene più voti - non importa come il consenso sia stato manipolato, perchè in questo terreno le regole le fa la stessa persona che desidera essere eletto - ottiene anche dal popolo la possibilità di gestire lo Stato e le Istituzioni indipendentemente da ogni regola. Se trasgredisce non è punito, può modificare gli organi costituzionali, rafforzare o indebolire i poteri che richiedono altro consenso che non sia quello squisitamente elettorale. Nell'ottica della semplificazione che tende ad un punto limite, non così lontano: semplificare le regole fino ad ottenerne una sola, ovvero che chi "vuole il bene della gente è l'uomo più libero di tutti". Ho il consenso, dice il premier, posso esercitare qualsiasi potere perchè il consenso l'ho ottenuto in base ai miei meriti, al mio amore (non quello delle lenzuola).
Ma la Grande Riforma si è arenata in prima battuta. Non per saggezza, nè per garanzia. Uno Stato che si affida ai Giudici per salvarsi è indietro di secoli. Kafka rieducato, utilizzato. Ma sostanzialmente nessuna forza politica o sociale ha saputo arginare meglio di loro il delirio del potere. Attraverso un altro potere, del quale il nostro Presidente Napolitano quasi si vergogna, perchè essere contro Berlusconi non è più da tempo, politicamente, un'arma. Un potere di garanzia, logico, sensato. Non importa che la Consulta sia formata da membri eletti da entrambi gli schieramenti politici. Quello che è arrivato alla stragrande maggioranza degli italiani è che un uomo che vuole il potere per il bene della gente abbia trovato un ostacolo. Lui ha il consenso, ha lavorato decenni per questo. Forse ha il consenso. Forse non ce l'ha. In fondo il nostro giudizio è manipolato all'origine. Degli otto canali d'opinione della tv italiana cinque sono in completa balìa del premier e gli altri non emettono alcun tipo di giudizio. Dei quotidiani, e soprattutto dei periodici, Silvio ha il controllo quasi totale. E poi vale la forza dell'opinione del popolino. Che lui difende. Il "buonsenso" degli italiani, lo chiama. Fenomenologicamente dobbiamo dire che il consenso è dalla sua, e che le Istituzioni, ormai spettro della nostra razionale volontà, se finora hanno retto, non reggeranno alle prossime ondate di sopruso. Legalizzato, sacro.
(continua)
28 settembre, 2009
Calabria , o della scrittura.

L'hotel è immerso tra la statale e la ferrovia, come mille canzoni. Qui, nella Calabria centrale, nè riva nè ibrida, tutto è fra due strade, fuori non c'è nulla. La strada è tutto. Corre il treno, tanto rapido che il rumore dura un secondo. Il mare invece non ha rumore, o forse è attutito dalla vastità della spiaggia, desolata, umida, come segno di una nostalgia dell'estate finita troppo presto. La gente di Calabria è strana. Diffidente, forse intimidita, di una gentilezza tradita dalla cadenza, aggressiva, lingua nata e da usare in spazi brevi, per breve tempo. Una lingua fatta di interiezioni, di esclamazioni che forano come d'improvviso visi semplici, sinceri.
La prima sera di milonga è piacevole e allietata da amari e liquori di liquirizia. Intorno alla pista si rincorrono bambini giocanti, come un ovvio banchetto di matrimonio. Il popolo tanghero si muove discretamente. Scatta all'impiedi quando parte una milonga, ha nel sangue una taranta simile o chissà perché. E poi c'è Pablo. Il suo corpo che disegna lo spazio, non viceversa. Lui è avanti. Pesta la terra come un nero o come uno yankee, nei suoi pesi c'è il Brasile gioioso e la strada. Il tempo è così marcato dalle sue pause improvvise, dalle sue accelerazioni che la musica stessa sembra fermarsi. Poi lo vedi improvvisare un movimento e scopri che sta creando qualcosa mai visto. Sembra McCartney che strimpella Helter Skelter per la prima volta e poi dice 'questa non è male'. Ascolta, nella danza, qualcosa che gli altri non sentono. Questo di sicuro. Mi diverte notare come la gente calabrese, tra difficoltà, paesaggi scoscesi possa apprezzare e godere di tanta libertà.
Allontànati, per avvicinarti meglio, dice. Sembra una metafora della scrittura, di questa scrittura stessa, in un gioco di rimandi che questa terra di invasori ed invasa, di nostalgia e fuga, costantemente produce, conduce.
P.S.
Un caro ringraziamento a Ciccio Aiello, Erminia e tutti gli amici di CalabriaTango per la spontanea e speciale accoglienza.
17 agosto, 2009
Rodi. Lindos.
Poi arriva lui. Il grande caldo. Quello che non ti dà tregua. Che ti attanaglia. Sopra i quaranta gradi. A Lindos dicono che è così. La sera, nelle belle terrazze in cui i ristoranti ti accolgono, ci sono trenta gradi. Ti accontenti. Ma è lo stomaco a bloccarsi. Anche la bellissima Acropoli che sovrasta la città diventa inaccessibile per il calore. La visiteremo in chiusura, gratuitamente - anche questo è la Grecia - e ci rivelerà il fascino della sua grandezza e della sua posizione.
Il grande caldo. Il Generale Estate. Il giorno successivo decidiamo di andare per montagne. Rodi ha vette medie e qualche strada segnalata promette fresco. La strada per Profitis Elias è molto bella, si apre a piccole chiese antiche con affreschi e il sito di Nympheas con i suoi sentieri è un luogo nascosto quanto affascinante. Poi il paesotto di Embonas e di lì giù al mare. Tra Mandriko e Kamiros non ci sono spiagge, ovvero sfruttamento. Non che il mare non si apra ai viandanti, lo fa e lo fa magicamente. Un sottile lembo di sassi bianchi. Pochi alberi lo introducono. Fermarsi a vedere il colore del mare, la minuscola barca a vela i pochi bagnanti poveri, forse del paese vicino. La meraviglia, semplice, era lì, dove non la si aspetta. Non so perchè ma il suono delle mie lacrime si unisce a quello del mare, alto, stizzito dal vento ma non troppo, tanto da permettere di entrarvi. Un mare di nessuno, lo stesso che Ulisse navigava. Una piccola barca veleggia, una signora bianca - Nausicaa adulta, o Penelope ? - legge l'Odissea vicino a me. Sono passati migliaia di anni e l'uomo é molto peggiorato se desidera i grattacieli di Afandou o le trappole per turisti di Lindos città dei nuovi Proci. Questo mare di Nessuno, a cui fanno da spalla le bianche rocce, fresco di vento, vorrei fosse mio.
12 agosto, 2009
Karpathos. Athena ed il sasso nel mare.
Nel giorno in cui persi mio padre di solito non mi attardo, sebbene sia vocazione, a guardare le stelle che cadono. Destino allora sconosciuto, diciassette anni fa mi avrebbe portato ad abitare nei pressi di San Lorenzo e la mesta eco pascoliana risuona da sempre in me.
Eppure qui, Kira Panaghìa, ovvero Assunzione, sembra un osservatorio così disperso ed ottimale che forse andrò contro la mia tradizione. Uno sperone rosso vìola la legge di gravità e si presenta concavo con il margine alto sporgente e retto da radici di alberi verde chiaro; al centro della rupe due occhi ed una bocca sorridente sembrano ritagliarsi dalla roccia. Secondo la leggenda qui i titani combatterono contro Urano. Sempre questi luoghi sembra abbiano dato i natali ad Athena. E ben si immagina il perché. Karpathos tutta, lunga e stretta, è una terra autorevole. In gran parte inaccessibile o solcata da strade strette che corrono su dirupi a strapiombo. A tratti pare lo Stelvio sul mare. Larga al massimo dodici chilometri, ha vette da mille e trecento metri. Passare da un lato all'altro e poi magari scendere ad una baia significa affrontare, sferzati dal Meltemi, chilometri di curve in cui spesso non passano due macchine. Athena, la mente, la non rilassatezza, la sempre vigile. Ecco.
Il sole ha una forza inimmaginabile. Qui, in questa lingua la cui punta nord è già molto più a sud della Sicilia, piove una decina di giorni l'anno e le stagioni sono due, primavera ed estate. Il vento ti toglie la sensazione di caldo torrido ma il sole è quello. Rischi un'insolazione senza accorgertene. Nella bella spiaggia di Lefkos, nel versante Ovest, il sole è fortissimo, per la gioia dei bianchi tedeschi irretiti dallo scenario, e che gigioneggiano nell'acuto desiderio di arrossarsi. Poco prima a mille metri sulla roccia i pochi baldanzosi abitanti di Othos passeggiano fieri del loro luogo. Stringendo rosari in mano. Vecchie donne spuntano da un angolo di supermarket seminascosto. Qui tutti parlano un corretto inglese. Gli uomini tanti anni fa fuggirono in America a cercare lavoro. Molti di loro si imbarcavano per la prima volta. Assurdo, ma qui di pescatori ce ne sono pochi. La cucina tipica è di carne. E l'economia è tutta di "rimessa" - si è sempre campati con i soldi che venivano dagli emigranti, inviati appena si poteva, in qualche modo. A Karpathos non ci sono coltivazioni se non qualche raro ulivo. Nè fabbriche. Se si contano i coperti della Taverna che la introduce e il numero di ombrelloni che contiene, la straordinaria caletta di Àpella ci dà l'idea che nonostante simile bellezza, anche il turismo non può certo fare soldi a palate. Perché Karpathos è, come dissero i Veneziani che l'ebbero come resto di spartizioni, una "scarpa" - di qui il suo nome. Gettata in mezzo al mare ad incontrare rotte improbabili - si naviga a sud di Creta per il medio oriente o lungo la costa verso Rodi se si è predoni o cavalieri. Qui ci si arriva solo atratti dalla voce suadente di Athena.
La barca che conduce a Diafani e quindi ad Olympos, sorgente culturale carpaziana, sede della tradizione, cui si accede solo attraverso il mare, si inerpica sopra un mare che il marinaio definisce 'calmo'. E' ovviamente un viaggio estenuante cavalcante onde meltemiche da vuoti d'aria. Avevo rifiutato l'idea di raggiungere Olympos via terra, da un sentiero che i locali definivano brutto - per loro la strada da Apella a Spoa era 'asfaltata'. Ma ora, su questo caicco rimpiango il dirupo sterrato. Per fortuna, a metà del viaggio due vecchi tipi intonano con lira e mandolino canzoni tipiche. E il mare inpiegabilmente patisce il canto, il vento si mette di lato, ma meno franco. La nave oscilla meno. Ci ha salvato la musica.
Il giorno prima la bellissima spiaggia di Ahata ci aveva accolto ad ombrelloni chiusi, per paura si tramutassero in vele. Le pareti di roccia cambiano colore a seconda del sole. Si potrebbe fotografare una roccia ad intervalli di un'ora e avresti ventiquattro foto diverse. Come le rocce che delimitano la costa cui il caicco bacia fin troppo i tratti, hanno tutte piccoli varchi come fori, che imitano fattezze, visi titanici. Dovevano incutere terrore ai naviganti, sostenuti in questo dalla leggenda che qui fosse stato l'agone dei titani. Sono le loro facce, incastonate nella roccia che strapiomba nei marosi.
Olympos si apre con la consueta sagra di souvenir. Donne in costume piuttosto scaltre, a dispetto di quanto l'abito antico e castigato lasci presagire, ti inseguono in italiano per venderti di tutto. Eppure il borgo conserva il suo fascino, non appena si devia dalla stradina principale. Case multicolori si affacciano sulla riva opposta, che spunta d'incanto, ovviamente a strapiombo. Antichi mulini punteggiano una montanara e brulla Mancha in mezzo all'Egeo. L'oste ci fa un 'mix', dice lui, di erbe selvatiche. Il sapore è buono ma molto deciso, troppo forse per i nostri palati dolci. Guardando la piccola valle mi sento fuori luogo. Qui i carpaziani sono strani nei giudizi. Se gli chiedi se è bello qualcosa dei loro luoghi ti rispondono 'insomma'. Sono pudichi. Così è Maria, una ragazza che gestisce una buona Taverna a Kyra Panaghia. È una specie di eroina dell'Ottocento inglese. Non sai quanti anni ha. Forse è giovanissima. Ha una bambina che scorrazza per la taverna e un marito nullafacente che fuma, burbero non poco. Quando ti fa il conto, come i vecchi osti romani, si siede al tuo tavolo. E scrive numeri cui segue sempre un cuore o un 'grazie' e punti esclamativi. Ti dà la ricevuta e vuole che tu la tenga e che gli insegni qualche parola in italiano. È originaria di Olympos e ha solo tanta voglia di scappare.
L'oste di Olympos invece è placido, scostante. Dice 'it's nice' delle sue verdure, preparate al forno in bellavista, curato da una vecchina che parla inglese, ovviamente in abito tipico. Tutti adorano gli italiani e c'è chi se li ricorda, a ridosso della guerra. Qui, come a Rodi, i fascisti italiani non applicarono le leggi razziali. Forse era solo troppo pericoloso, così lontani da Palazzo Venezia. Lo fecero invece i tedeschi, che subentrarono a guerra ormai finita. Il ghetto di Rodi ancora porta i segni dell'inutile distruzione.
E ora, al ritorno, la nave riprende la rotta già vista. Nostos, ritorno. La costa è la stessa, appaiono le medesime spiagge minuscole mentre si fa ritorno alla fremente ed internazionale Pigadia. Ma per i marinai qui non c'è nostalgia nè Odissea. Non canta di nuovo la lira. Il vecchio suonatore è rimasto a Diafani, il porto molto bello in cui avevamo attraccato. I marinai lavorano, vendono gelati e caffè. Il mare è più calmo. L'isola di pochi, quel nord lontano cui si accede dal mare è ormai ogni giorno di tutti. Vagoni di turisti l'assalgono, ne marchiano la globalizzazione. Anche in Diafani, così caratteristico, noti non l'assenza di una civiltà, ma solo una civiltà più piccola, con tutte le nevrosi, le rincorse, i tic. Solo un po' meno. Mi torna in mente, incontrando di nuovo una signora conosciuta in aereo proprio al porto della 'sua' Diafani, luogo da lei osannato come un angolo incontaminato di paradiso, il Moretti di 'Caro diario', critica lucidissima, la più sottile degli ultimi anni, dell'atteggiamento naturista e di fuga dalla civiltà. Quel voler conoscere le sorti di Beautiful nell'assenza di energia elettrica di Alicudi. Mi viene in mente vedendo arrivare gli amici, con abiti firmati, della signora, tirando dietro sè grossi bagagli 'irrinunciabili'. O mi risuona nei 'bellissimo' gridati da orde di milanesi alla vista degli angoli scoscesi in cui Olympos si apre al mare, gli stessi che poi fanno di tutto, in una scena infantile quanto pietosa, per non pagare la gita - ma non era Roma la ladrona ?
Il caicco discende ora a sud, è sera, e il sole con la sua immutata forza impedisce ogni colore. Karpathos, come la sua gente, lascia distinguere solo il profilo delle cose, dei monti.
11 agosto, 2009
Rodi I. Il Meltemi e la guancia della triglia.
Rodi, la colossale, si proponeva al mondo sotto le gambe ritte ed enormi della statua meravigliosa dell'antichità. Crollato il Colosso oggi Rodi le gambe le spalanca da seduta, ad offrire piacere immediato pur nella bellezza mai estinta di una meravigliosa puttana. A metà di via dei Cavalieri, la ritta discesa che procede dal bel palazzo del Gran Maestro, senza dubbio uno dei luoghi urbani antichi più belli del mondo, ricomincia l'eco della musica assordante che caratterizza la Chora, il centro cittadino. Locali interessanti alternati a orribili, o a supermercati: questa è la cifra stilistica di Rodi. Un perpetuo esporsi di cattivo gusto, in grado di modificare radicalmente l'edificio bello rendendolo brutto. Per fortuna non è sempre così. Sopravvivono scorci affascinanti, ma sembra più l'iniziativa di un singolo illuminato. Fuori città l'industria dell'intrattenimento ha una evidentissima sproporzione tra offerta e domanda. In cento metri di strada statale puoi trovare dieci locali identici e ovviamente semivuoti se non vuoti. Qui si dà la colpa alla crisi, ma è quantomai evidente che Cortina o Taormina saranno sold out lo stesso. Chi poi pensa a quanto sia commerciale quest'ultima si faccia prima o poi un giro a Rodi. Con i suoi colori, al tramonto, le sue spiagge possibili - che sono poche, almeno nel versante nord, e affollate, la resa cromatica delle sue meravigliose mura e porte d'ingresso, Rodi potremmo dire che ha il primato di luogo più abortito del mondo. Potrebbe essere meraviglioso, si accontenta di piacere ai più. Per fortuna a consolarci c'è Nireas, le sue triglie, di cui come un tesoro puoi scovare e mangiare le microscopiche guance. Segno del buono dove non te lo aspetti.
La rotta ci riporterà a Rodi fra qualche giorno. Per ora siamo qui, sferzati dal vento di nordovest, in un angolo di angolo, Kira Panaghia, sperone rosso che precipita dal cielo nel mare di Karpathos.
03 agosto, 2009
Iceland IV. Il saluto dell'acqua.
Akureyri si snoda anche attraverso una stradina di case multicolori ed antiche. Uno spazio bellissimo, al limite del fiordo, sovrastato da un giardino botanico spettacolare. Non saprei dire quante piante e fiori differenti contenga. Migliaia certamente. Sembra incredibile come a sessanta chilometri dal polo questo microclima possa contenere chessò papaveri tropicali o simili. Qui la natura è benigna e concede diversivi notevoli.
La notte era passata in una fattoria sommersi dalla nebbia, tanto che a mezzanotte, con la fioca luce turchese tipica di quell'ora in fondo del giorno, lo scorcio immenso della valle sembrava mare. Oggi saremo alla Blu Lagoon, spazio turchese fumante, preannunciato ieri dall'accalcata piscina geotermale di Myvatn, in cui ci si bagna mentre fuori piove. L'intera area del lago è veramente meravigliosa. Scorci lavici, come una simil arcata barocca di una "chiesa" formata da una bolla di lava, ma anche scenari apocalittici o marziani o venusiani nell'area della solfatara di Hverir, in cui pozze dal colore dell'argilla chiara aprono a spazi provenienti da chissà quale profondità con bolle fumanti color cobalto. Il tutto avanti ad un naturale sfondo marrone cupo rosso e verde smeraldo. È l'acqua della terra, carica di tutto lo zolfo che trova nel percorso, e che preme, tra sbuffi violenti e bolle, per diventare aria, poi nuvola e quindi ancora acqua.
Qui, in aeroporto, i colori netti si mitigano, si impastano in modo artificiale. Il mesto ritorno, bagnato purtroppo dalla pioggia che imperversa fuori.
È il saluto dell'acqua. Battesimo, purificazione, natura, limite. Tutto qui è definito dall'acqua. Il paesaggio si interrompe con una cascata, è la nebbia a dirti se ti sono concesse visioni reali o solo un continuum bianco candido. L'acqua purificante delle lagune calde, delle micropiscine qua e là, acqua calda e rigenerante. Anche in essa, penso alla meravigliosa piscina pubblica di Akureyri, ma sono belle ovunque, il senso del limite è evidente. Non puoi stare più di tanto dentro, a quaranta gradi, quindi grandi orologi ti danno il timing, intervallato dalla temperatura esterna, in modo che tu sappia bene cosa ti aspetta passando da una vasca ad un'altra meno bollente. Il limite che la natura ti impone ovunque. E che ti forma. È il vero senso profondo di un viaggio nella terra, appunto, del "ghiaccio". Un limite "scritto sull'acqua", per citare un epitaffio famoso ed adeguato alla brevità di un viaggio che già la nostalgia colora.
02 agosto, 2009
Iceland III.
Se c'è una cosa che ho imparato in questo viaggio è una sorta di saggezza e di limite. Qui piove, fa freddo, il vento ti sposta, il crepaccio è altissimo. Tutto questo non è lì a metterti terrore, ma a dirti di muoverti con saggezza, rispettando i tempi e i modi della terra.
Il Whale Watching, ovvero l'avvistamento di balene a largo del porto di Husavik, piccola cittadina a nord di Akureyri, è un esercizio di pazienza affascinante. Dopo un'ora circa di viaggio su di una nave a vele e motori, appoggiati sul bordo e reggendosi alle funi, si arriva in una zona vocata all'avvistamento dei cetacei. Le apparizioni sono fugacissime, vedi uno sbuffo, poi una bracciata fuori dall'acqua e la grande pinna che dà l'ultima botta. Io combatto un po' con vicini espandentesi ma alla fine trovo un varco per l'albero maestro. Di lì, come un Giona indigesto, rispondo agli appelli della guida che ogni tanto grida un'ora dell'orologio - così funziona l'avvistamento, indicando la direzione. Le balene o balenotteri sono rari, e anche qui vale la pazienza che l'Islanda ti impone. Non puoi dettare tempi o leggi, è la natura che ti impone i suoi ritmi e le sue regole. Le Minke Whales hanno traiettorie indecifrabili- sono più mistiche di una Cabala. Le vedi ma poi non puoi dire dove siano andate a prendere il secondo respiro. Loro respirano ogni cinque minuti. Come Geysir o giù di lì. Il ritorno è durissimo, un vento polare ci sferza nel fiordo, ma puoi farci poco, devi resistere. Qualche Pulcinella di mare si alterna a gabbiani appoggiati sul filo dell'acqua. Sei tu l'intruso, anche se la natura ti accoglie gentilmente, le orche non si vedono e come D'Arrigo ci volgiamo al porto di partenza. Il freddo rende impazienti, ma è la provocazione della natura che ti rende parte di sè solo aderendo appieno alle sue dure caratteristiche. Che si fanno dolci al ritorno in macchina, tra verde e verde, campi coltivati a colza, impensabili a queste latitudini e l'apertura dello spazio mare della baia di Akureyri, elegante ritorno circondato di monti, ghiaccio e ancora mare.
Akureyri è bellissima. Ci arrivi come un viandante o peggio come un viaggiatore dei deserti che trova un'oasi improvvisa e provvidenziale. Dal grigiore ti appare, colorata. C'è persino un grosso cuore pulsante enorme sulla riva opposta del fiordo. Negozi, ristoranti - in uno di questi, il Rub 23, lo chef ci prepara prelibatezze come gli scampi arrosto con nocciole. Fai duecento metri e librerie, vita, città svaniscono. È tutta lì, concentrata e salutare. Come un'oasi.
Non mancano le stonature. Sono divertenti però. Una Ford Monte Carlo anni'60 nera lunga venti metri si affianca ad altre auto stile americano in un revival eastwoodiano minato dal pumped volume che ne fuoriesce. Per le strade giovani ubriachi fingono atteggiamenti punk che non mettono paura neanche a bambine. Qui si verifica come uno strano salto generazionale. Dall'adolescente alla madre cicciona e sfiorita il passo è brevissimo. Alla cosiddetta globalizzazione alcuni rispondono con medesimi segni opposti solo formalmente. Ecco allora punk o alternativi contro la povertà globale. Tutto si mescola. Immigrazione non ce n'è, o almeno non se ne vede. Il ristorante italiano ha in menù una pizza chiamata 'Mussolini'. Non entro, non so perché. Nel bar storico, molto bello, famiglie tranquille discutono. E giovani. Sono forse i nuovi intellettuali, sordi al baccano esterno, il cui compito, dopo l'istituzione dell'Università qualche decennio fa, è quantomai gravoso. Traghettare un paese sospeso tra la mistica contadina e degli infiniti spazi aperti alla Sigùr Ròs e un avvenire americanizzato stile Burger King che lo sommerge apparentemente senza possibilità di scampo.
31 luglio, 2009
Iceland II.
A parte il senso di divertimento infantile che viene generato dall'esplosione alta venti metri, improvvisa anche se precisamente cadenzata - ogni sei minuti precisi - l'esperienza di Geysir è anche un po' mistica. Mistico è il geyser più grande, dal cratere bianco pieno di acqua turchese. È esploso tre volte da quando si conosce, in seguito a terremoti. Lo si aspetta al varco, dovrebbe essere il 2010 l'anno previsto. Stokkur invece è più prosaico, invaso da orde di fotografi con cavalletti e varie. Eppure fotografarlo è semplice. Va studiato un attimo. Va e viene, si carica ed esplode. È mistico il senso di una terra sotto la quale qualcosa accade eccome, si muove. Tutto sembra immobile ma non lo è.
Gulfoss è una meraviglia epica, enorme gittata d'acqua che cade e ricade una seconda volta. Ma la nostra visita è strattonata dal vento gelido e dura lo spazio di un respiro.
Thingvellir è un parco che fu sede del primo parlamento islandese. Neanche a dirlo all'aperto. Ti aspetti di trovare rovine o simili e incontri invece una faglia di roccia con un fiume. Sede di dibattiti con la parete basaltica a far da cassa di risonanza per gli oratori. Perché in Islanda la cultura è la natura. Anche volendo, l' uomo non potrà mai costruire Gulfoss o Dyrholaey e quindi si ritrae. In un certo senso la gente d'Islanda è umile, non compete con una natura tanto magistrale. L'unico atto di forza vichingo fu il varcare il mare gelido e tempestoso. Per raggiungere il Canada o l'oltremare, ovunque fosse. La stessa forza che vacilla oggi, tra i giovani che sciorinano mezzi da diporto secchi e modaioli, nel porticciolo di Stikkisholmur. Nessun mare è più da varcare, è il mare d'America che invece è arrivato qui. Tra i locali alla moda, capelli mesciati di rosso e musiche seventies in sottofondo. Geysir è lontana. La forza della natura non è più timore religioso o sfida, ma gettone turistico da spendere, sotto il vento che sferza i volti che mirano ad ovest, a otto gradi e anche meno.
In un ristorante un bambino gioca in una casa in miniatura, qui si costruiscono case mini per ospitare i Trolls. A Blonduos siamo arrivati viaggiando per cento chilometri dentro una nuvola. Chissà come se la ridevano i Trolls affacciati alle minuscole finestre delle casette votive di Arnastapi che gli abitanti dedicano loro, sul costone del meraviglioso e mistico vulcano-ghiacciaio di Snaefellsjökull. Qui Jules Verne aveva immaginato l'inizio del suo viaggio al centro della terra. Un sole fortissimo, avevamo lasciato, tanto che sdraiati sulla spiaggia di ciottoli neri di Djupanissandur la sensazione era quella di prendere il primo sole di primavera su di una spiaggia italiana a marzo. La penisola di Snaefellsness si dipana tra scenari a dir poco poetici, con un susseguirsi di colori inverosimili ed improvvisi. Puoi trovare un monte di scorie vulcaniche rosso cupo accanto ad un picco verde smeraldo e ancora accanto ad un monte tozzo stile Hanging Rock o ancora meglio Monument Valley. Tutto nell'arco di qualche centinaio di metri. Poi il viaggio verso nord. E più niente. Solo nuvole, entro le quali il paesaggio sparisce e pare di volare su di una rampa - anche quando se ne esce sono così basse che le appendici verticali grigio scuro toccano terra. Attraversiamo il nordovest, poco dopo che un bivio abbia indicato la strada per gli ultimi fiordi, appena al limitare del Polo. La piccola camera di Blonduos è così in riva che le finestre paiono oblò di una crociera tra i ghiacci, sferzati dal vento di Egill o altro temerario vichingo. Incessante, compagno, segno, puro tempo fatto d'aria.
29 luglio, 2009
Iceland I.
Se mai si avesse avuto il dubbio se o meno la natura e l'uomo combattessero ad armi pari, qui in Islanda, la terra non-terra, si ricrederà. Fra questi venti gentilmente artici, le scogliere a picco, il verde sconfinato, l'uomo è riportato indietro a quando mezzi per difendersi dalla natura non ne esistevano. L'esperienza non è dissimile a quella che si prova in quota, chessò, a Cortina o sulla Marmolada. Le temperature, l'aria sono quelle - solo che qui sei in riva al mare. E l'arrivo, a Reykjavyk, città che non dorme, passa dal tramonto delle lunghe strade, con colori onirici a dir poco o meglio confusi come se si potesse agire sulla tavolozza del paesaggio a piacere tipo cielo rosso montagne blu mare viola. All'imbrunire finto - nel senso che non dà accesso ad una vera e propria notte - la città è preda di ubriachi rumorosi che rispettano pur nel frastuono l'ordine pubblico. Da quando sono qui, quattro giorni, non ho visto un poliziotto nè simili. Pare che qui non esistano reati. I giovani sono dappertutto tanto che ti chiedi dove siano e se ci siano i vecchi o se, dispersa tra monti verdi e picco e fumi che escono perennemente ovunque, non vi sia nascosto un qualche Cocoon di giovinezza eterna. I volti sono molto dissimili tra loro. Non diresti che esiste una razza. I colori sono chiari sì, ma le corporature molti varie. Segno che qui, come dice la storia etnologica e il Book of Settlements, c'è gente dalla Siberia alla Norvegia, ai Celti di Irlanda e Far Oer. Un museo molto bello - si chiama Reykjavyk 871 +-2 - dalla data presunta del primo insediamento in città, ci dà l'idea di quanto l'Islanda rivendichi le sue origini, per quanto spurie e composite.
Per la campagna che si trova ovunque non sia Reykjavyk i colori sono maestosi. Le scoscese ripide e incedenti mettono soggezione. Per i campi, da lontano, fieno imballato di bianco pare ghiacciaio se assieme, tomba, segnale di caduto a schiera se isolato. Mi chiedo cosa ci faccia un cimitero americano in mezzo alla brughiera, poco prima di scoprire che sono balle bianco candido. Segnano il tratto, sono caratteristiche.
I toponimi sono molto semplici. Tradotti possono significare la valle, il fiume, la roccia del fiume e via dicendo. Centri più piccoli hanno i nomi dei proprietari, per cui ti capita spesso di imbatterti in Gustav piuttosto che Heidi e perché no, Bjork.
Ci fermiamo a Drangshild, la gentilezza dei gestori ci fa mangiare tardissimo. Lo spazio, nell'imbrunire lungo di mezzanotte, è entusiasmante. Verde scuro lo sperone che incombe, infinita la valle davanti. Il gestore fa uso di olio, è infatti spagnolo di Santiago, legge di guerra Santa in Internet, racconta di amici dispersi per il mondo, sono sicuro che ha iniziali R.C. ed è un Rosacroce. Vabbè. Il giorno dopo Dyrohlaey è una scogliera con spiaggia nera maestosa. Tra le rocce, seminascosti dalla pioggia, dal nero basaltico e dalla connaturata ritrosia appaiono le Pulcinelle di Mare. Per chi non le conosce sono semplicemente gli uccelli più belli e curiosi del mondo. Il becco è una maschera teatrale, di gradazioni di rosso e arancione. Stanno, si fanno fotografare, consapevoli del proprio fascino come mannequin. Poco prima che cominci il grande dittatore.
Il vento. Già. Per chi crede di averne avuta esperienza deve fare un giro da queste parti. Le persone qui dicono che è "unusual" ma sinceramente ci credo poco. Qualcuno si corregge e dice che non è tipico di qui ma sul mare sì, lo trovi. In ogni caso è un vento a raffiche. Non riesci a stare in piedi. La macchina sbanda, sembra di guidare una vela. Se poi consideri che ci sono stati otto gradi di giorno e che il vento viene dai ghiacciai o peggio dall'Atlantico o peggio ancora dalla Groenlandia, si può avere un'idea. E' qualcosa di pesante, non ti fa vedere niente. E' denso, fatichi a respirare. Se ti prende il collo ti blocca, la testa è un ghiacciolo. E' segno di inospitalità.
Proprio qui, avvolto dal vento che ricama suoni i più vari, dentro un'elegante bungalow di fronte alla valle, mi appresto a farmi impressionare dalla maestosità di Geysir.
27 luglio, 2009
London 2100.
Londra è tutta nella proiezione dei giovani o giovanili rampanti che letteralmente corrono per le sue strade - eleganti, ben pettinati con valigette, pantaloni con orli troppo corti. Sembrano avere appena concluso mille affari, tutti positivi - cosa poco credibile anche se non so perché. Le anatre di St. James li guardano passare, colli allungati a supplire mamme o nonne orgogliose che vedano realizzarsi figli. Li immagino ricchi, fermati come angeli terreni al pitstop di una birra. Londra in fondo ride, è simpatica, si diverte. E li immagino ancora sedersi esausti sul divano di grandi saloni panoramici a Notting, vuoti come birre già bevute, ricchi per aver venduto nulla, nella girandola degli affari di una metropoli che corre.
La severa pietra che l'annuncia non rende merito alla grandezza meravigliosa di Westminster. Un luogo non eccessivamente grande che però si snoda come un labirinto, anche a causa dei percorsi obbligati imposti. E' una sorta di meraviglioso tributo alla morte, quella pura che santifica e fa ricordare di se'. Dalle grate di ghisa della cappella centrale si scorge il bellissimo volto in bronzo di Enrico III e consorte, sepolti con riconoscenza per aver riglorificato le fattezze dell'abbazia dopo la prima fondazione. Dà i brividi vedere come, separate da pochi metri e qualche muro orlato, riposino le spoglie di Elizabeth e Maria Stuarda, l'una causa di morte dell'altra, in una falcidia comune che non risparmia vincitori e vinti, che rende tutto eterno e perituro allo stesso tempo. Ritorno all'uguale. Ogni tomba è lo specchio dei tempi, dal giaciglio di Enrico I, antico e consunto, alle sfarzose ricostruzioni barocche, su tutte il monumento sepolcrale di Joseph Haydn, qui riprodotto a tutto tondo, panciuto e ridente. Fa inoltre impressione il poter camminare sulla tomba di Charles Darwin che aveva certo ben in mente l'evoluzione sacra ed immutabile della vita verso il nulla. Si esce dalla maestosità istoriata di questi trionfi di morte per rituffarsi nella metropoli. Di corsa per mangiare un panino e dare un'occhiata a Trafalgar, omaggio ad una della mille battaglie vinte da questo popolo di soldati ed invasori, che mal sopportano le invasioni forse per non avere pane dalle mille focacce distribuite da Cook e Livingston e chissà chi altro troneggiante su colonne enormi e ridondanti in celebrazioni cittadine sparse. In fondo se noi dovessimo, o ancor peggio i tedeschi, rappresentare tributi di guerre vinte avremmo viali vuoti. La stessa ragione per cui il comune di Roma spende i nostri soldi per restaurare la stele di un criminale all'ingresso del viale dei nuovi barbari, all'olimpico. Qui santità e barbarie sono generi attigui. Regine decapitate, ammiragli sanguinari, tutto fa storia e storia vincente, tanto che il regime borghese nato con l'incoronazione di Guglielmo il Conquistatore, è un regime vincente, che corre tra valigette, anatre,pudding e odore d'aglio, tra pietre severe, tombe ed una maestà forse più forte del denaro o solo abile a nasconderlo. Tutto questo, visto dall'alto dell'occhio di cento occhi del suo monumento più recente, il London Eye, è Londra, città che vive già nel 2100, avanti, avanti, troppo avanti per non accorgersi (e ridere) della sua continua e pur sanabile fine.
08 luglio, 2009
S.M.G.
Se santa Maria Goretti diventa l’icona dell’anti-berlusconismo
Stavolta non risuona l’allarme per l’«ingerenza vaticana», visto che a farne le spese è l’odiato e pericolante Nemico. Però, è una supposizione, se non ci fosse andato di mezzo Berlusconi magari la sinistra avrebbe reagito diversamente alle parole di monsignor Crociata. L’anatema contro il «gaio libertinaggio»: sarebbe stato accolto con tanta indifferenza dai laici momentaneamente distratti? E l’elogio di santa Maria Goretti.
E l’esaltazione del «pudore», l’elogio dell’«autocontrollo», i severi rimproveri per «la sfrenatezza e sregolatezza nei comportamenti sessuali». Quanti laici, offesi dal moralismo bacchettone, avrebbero trovato mortificante l’esempio di Maria Goretti come parametro dei comportamenti cui le donne dovrebbero attenersi? Quanti calembour, sapidi e triti giri di parole, si sarebbero accaniti sulla «crociata di Crociata»? E invece niente. Solo un sogghigno di soddisfazione per il boomerang che sta colpendo Berlusconi. Ha vellicato i peggiori istinti clericali: adesso, finalmente il contrappasso, la Chiesa che ne scomunica i comportamenti.
È ovvio: a chi è contro Berlusconi non si può umanamente chiedere di non compiacersi per i guai che stanno affliggendo il capo del governo. Ma è come se fosse svanita ogni parvenza di autonomia culturale, ogni capacità di stabilire un orientamento che non sia solo e soltanto berlusconicentrico. Il giorno prima ci si fa paladini dei diritti, della libertà anche in campo sessuale, del rifiuto delle norme tradizionali e convenzionali, della laicità, dell’opposizione a ogni interferenza religiosa nella sfera dei comportamenti. Il giorno dopo, visto che il bersaglio è Berlusconi, non si ha niente da dire quando un monsignore tuona dal pulpito contro la «sregolatezza» che addirittura «invera la parola lussuria».
Neanche un sit-in, una vignetta satirica, il commento sbigottito di qualche esponente radicale, o la mobilitazione di chi addirittura interpretò come un attacco alla laicità persino una lezione di Ratzinger alla Sapienza? Niente, silenzio totale. Riverente silenzio, in omaggio alla figura di Santa Maria Goretti, nuova e imprevedibile icona dell’antiberlusconismo.
Pierluigi Battista
30 giugno, 2009
P.B.

La coreografa tedesca Pina Bausch è morta a 68 anni.
Dal 1973 è stata direttrice artistica del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch con sede a Wuppertal, in Germania, considerato il più importante gruppo di teatrodanza al mondo. Nel 2003 è stata nominata Cavaliere dell'ordine nazionale della Legion d'onore a Parigi; tre anni dopo ha ricevuto a Londra il Laurence Olivier Award ed è stata nominata direttrice onoraria dell'Accademia Nazionale di Danza di Roma.
Sono molto triste, mi ricordo tante cose, dal libro visto a casa di un'amica tanti anni fa con e sue foto, che mi sconvolsero, a quando l'ho trovata su YouTube, lei, così oltre ogni modernità. Ogni volta che vedevo un fiore in teatro pensavo immediatamente a Nelken, uno dei suoi lavori più importanti. La Bausch ha ispirato tutti, anche coloro che non l'hanno mai vista danzare o mai hanno visto un suo spettacolo. E questo è il privilegio dei grandi, quello di assommare in sè il mondo che vivono, dando qua e là segnali di verità. Che chiunque può recepire e fare propri.
Addio.
25 giugno, 2009
Note.

Devo dire che mi è mancato poter fare delle note a margine dell'ultima replica. In fondo a cosa sarebbero servite ? In molti fra voi ci hanno subissato di ringraziamenti, mail, sms, e costante era la nostalgia che si traduceva in un "...e stasera come facciamo ?". Ci manca, in fondo, tutto quello che ci ha fatto, anche solo per un attimo, sognare. "Alle Lust will Ewigkeit" ogni piacere vuole eternità, diceva Nietzsche. E noi ci consoliamo con il ricordo di quelle luci che hanno invaso i nostri corpi restituendo un senso generale, intenso, profondo, al pubblico che ci ha visto, come una rifrazione dell'anima.
In molti commentano che sembra incredibile poter mettere sulla scena così tante persone, coordinarle, dare un senso all'insieme. E' vero, è difficile. Ma non impossibile se a farlo sono tante persone motivate e motivabili, come voi.
I brani d'insieme hanno cercato di restituire un'immagine di Buenos Aires in fondo molto sognata, noi manchiamo dal 2005 da lì, quante cose mi dicono che siano cambiate. L'ironia generale, la stigmatizzazione degli "estremismi" era però sincera, noi crediamo che l'arte debba smitizzare, dire la verità oltre l'apparenza. Catturare i tic, le nevrosi nascoste dietro al presunto purismo, da qualsiasi parte venga. Per poi restituirle al pubblico dissacrate, non solo per far ridere, ma soprattutto riflettere. Il Tango è in fondo un microcosmo che rifrange molti modi di essere più generali, quotidiani, tipici.
La storia, retta molto bene da Sylvia Recordati (che non è un cognome a caso...Recordati è la prima ditta farmaceutica in Italia ad aver commercializzato le anfetamine) si sviluppa attraverso un corpo principale ed alcune digressioni, alcune funzionali alla presentazione pura di alcuni personaggi e della situazione generale di Buenos Aires. Altre digressioni (tutta la vicenda dello Scrittore, ovviamente la vicenda di Suzanne e della "pietra") sono invece funzionali al ribaltamento della storia stessa; attraverso l'amore tra Nico-Paola, bravissima (anche qui, la musica riarrangiata della sua presentazione è un accenno a Take a walk on the wild side dei Velvet Underground/Lou Reed, in cui la cantante Nico militava) e lo Scrittore, una sorta di alter ego della storia stessa, un deus ex machina - questo amore, dicevo, ha la funzione di far conoscere a Cuscino la verità sulla società Dreams (che richiama la Total Recall di Philip Dick, in italiano "Ricordiamo per voi") e di farlo ritornare dalla Recordati smontando tutto il piano. Lui che la caramella, in fondo, "magari la mangia più tardi"...
Sono molto fiero del coro finale, anche se ovvio per certi versi. Ma non è ovvio che ci sia un coro greco dentro uno spettacolo di Tango ! Mi sembrava un cerchio che si chiude, dall'antichità ad oggi. In fondo Facebook cos'è, se non un gigantesco coro greco ? Ma al di là di speculazioni eccessive, il risultato era veramente e semplicemente molto bello.
Gigi era una figura "utile", perchè rappresentava un punto d'unione fra tutti i personaggi, o quasi: le due Silvie, Tony, Nico e di conseguenza fra tutti. Karl e Maximilian, così come Giangy e Filomena erano personaggi ritagliati nel loro ambiente. Potremmo definirli dei cameo, non utili alla storia, ma utili allo spettacolo in generale, di cui accrescevano la complessità. Le scene in cui comparivano erano molto d'effetto. Paragonare poi il "nuevo" al "ripulito" era un azzardo che pochi avevano la capacità e l'esperienza di notare...pazienza. Ma per tornare al discorso di prima, nello spettacolo nessuna la passava liscia... Simone e Lara poi avevano il pregio di "cambiare" tono allo spettacolo. Sono stati molto bravi, ed il loro ruolo era un piccolo gioiellino teatrale.
Tony (e Arianna, molto molto brava) gigioneggiava quest'anno con precisione maggiore, reggeva la scena magistralmente, lui che attore non è, ma in fondo c'è diventato. Non era mai ridondante. Stringato a dovere da Mimma, ha eliminato gli eccessi. Era uno spettacolo difficile ma lui ha il pregio di affrontare le sfide con crescente desiderio, direttamente proporzionale alla difficoltà.
Un discorso a parte meritano gli assoli, di piccolo gruppo e in solo. Erano tutti di alto livello, molto differenti da quelli degli anni scorsi. Cresciuti. Le difficoltà del piccolo gruppo forse non si afferrano pienamente. Una cosa è andare insieme in un grande gruppo: se sbagli sai chi guardare e in fondo potrebbe non notarsi. Nel solo sei tu a decidere se è giusto o meno, puoi recuperare. Ma nel piccolo gruppo se sbagli anche un dettaglio si vede come non mai. In questo senso vi faccio molti complimenti. Così come mi complimento con i "principiantissimi": l'ardire di "buttarvi" in scena è stato pienamente ripagato dal vostro risultato. Sono certo che avrete molto futuro.
Ancora a parte una nota per gli "assistenti", e per tutti coloro che si sono spesi per comunicare ciò che sapevano, che hanno aiutato gli altri. Senza tutto questo non ci sarebbe stato nessuno spettacolo.
Per questo, tra luci bellissime di un bellissimo teatro, l'affetto del vostro pubblico, il vostro talento, ordine, passione, l'impegno profuso contro tutti e tutto, il nostro personale merito diventa piccolo piccolo. E credetemi, ne sono infinitamente felice.
Un abbraccio a tutti,
vostro,
Alex
24 giugno, 2009
La pompiera di Homer.
Nel varesotto la chiamano già l'Obama della Lega. Lei è Sandra Maria Cane, detta Sandy, italoamericana di colore militante del Carroccio, diventata primo cittadino di Viggiù (Varese) con 814 voti su tremila (il 28,25%), battendo di misura l'avversario Mauro Filippetto, in corsa per una lista civica, che ha preso 776 voti (26,93%). Sostenuta da una lista che include anche il Pdl, Sandy Cane è nata a Springfield (Massachusetts) nel 1961, da madre di Viggiù e padre americano. Vive nel Paese del Varesotto da oltre trent'anni.
«Sono stata accolta benissimo nella Lega Nord», ha detto il neosindaco all'Adnkronos. «Martedì scorso a Gallarate, quando hanno presentato i candidati sindaci della provincia di Varese, quando sono salita io sul palco è venuto giù il palco dagli applausi». La Cane è tesserata da anni, pur senza aver fatto molta attivitá politica nel movimento: «Sono molto contenta di essere stata eletta - ha proseguito - anche se è stata una battaglia dura. Mi sono candidata perchè adoro Viggiù, per me è fantastica, è il mio Paese». La storia familiare di Sandy Cane parla di emigrazione e di guerra: nel nord della Francia la famiglia materna, originaria di Viggiù, aveva un laboratorio che realizzava monumenti funebri. Proprio lì la madre del sindaco conobbe il padre, un soldato americano di colore sbarcato in Europa per combattere i nazifascisti. Si innamorarono e si trasferirono a Springfield. Da lì la Cane è poi tornata a Viggiù, dopo il divorzio dei suoi genitori. L'idea della candidatura è nata perchè, ha raccontato il neosindaco, «ho visto morire il paese, che era la perla del Varesotto. Io voglio farlo rinascere - ha promesso - per prima cosa voglio pulire il paese e poi, pian piano, fare delle piccole manifestazioni e visite guidate, per far riscoprire Viggiù». (da corriere.it)
21 giugno, 2009
Neda
Marjane Satrapi, regista di Persepolis, in conferenza stampa da Parigi afferma di avere dati sicuri secondo i quali Ahmadinejad sarebbe non il secondo per numero di voti, ma addirittura il terzo. Un regime che non sa controllare neanche le elezioni, ma le fa svolgere, fa votare liberamente ma poi corregge il risultato è un regime stupido. Non sa fare neanche il regime.
Il Consiglio dei Guardiani della Costituzione, organo che da una recente legge si autonomina anche in barba al Parlamento, dovrebbe essere l'Organo che sancisce il risultato delle elezioni. Va da sè che questa riconta parziale sarà una buffonata e sicuramente finita la protesta molte persone spariranno nel nulla. Come è sempre stato.
Maometto era un uomo pacifico. Un po' irascibile, sì. Ma forse se la ride di questi blocchi di potere iperborghese. Aziende di tutto il mondo investono in Iran e desiderano lo status quo. Nessuno vuole che quel folle con il giacchetto si ritiri in montagna e lasci l'Iran all'Iran. Finchè non butta un'atomica su Tel Aviv può rimanere dov'è. Nessuno lo vuole rimuovere. Solo Neda lo voleva, e assieme a lei, nel sangue, migliaia, milioni, di fronte alla nostra complice indifferenza.
Stiamo per debuttare con uno spettacolo corale, un piccolo miracolo sociale. Di pace, armonia, arte, divertimento.
Altre latitudini, altre culture, altre fortune. Balliamo anche per lei.
20 giugno, 2009
Minima Moralia, II
Da noi "Patrizia va nel letto grande".
10 giugno, 2009
Minima Moralia.
Danza usata, articolata perchè possa vendere. Quando nello zapping capito, è impossibile non capitare, su Amici 1 o 2 o daily o nightly o quel che sia mi viene da cambiare programma subito. Un senso di fastidio per quell'uso approssimativo dell'arte, come arma, come mezzo per rivendicare se stesso contro gli altri. Scavando in una delle motivazioni che spinge l'uomo a fare qualsiasi cosa. Non voglio danzare ma l'altro lo fa e io voglio farlo meglio, per punirlo, per emergere a danno di qualcuno. Ma anche recenti intromissioni come "Vuoi ballare con me" o "Academy", che sembrano diverse nell'impianto, sono assolutamente simili al mostro Amici. Il primo, cuccariniano, è infarcito di mielosità pseudo-edipiche: ragazze che ballano con padri piacenti e ragazzi con mamme ultramoderne, tutti che si amano. La salvaguardia della famiglia, nella sua forma più inconsueta, ovvero la salvaguardia delle aspirazioni dei figli (e non quelle dei genitori). In questa trasvalutazione c'è il germe ingenuo dell'ipocrisia. Far piangere per un amore gridato sugli spalti dove il padre escluso fa gli auguri a mamma e figlio. La Cuccarini, tutta felice di aver anche stavolta salvato un legame, festeggia con lo spot sulle rughe. "Academy" è Amici nei colori, nella forma, nella nullità di fondo. Paganini in Rai giudica sprezzante, isterico. Nessuno sa fare nulla, solo lui è un grande. Poi mi arriva una mail con Paganini che dirige i ballerini di Amici. Raiset ? E' veramente riprovevole.
Ma il Tango non è escluso. E' solo più povero, meno evidente, più di nicchia. Ma le dinamiche sono le stesse. Le celebrazioni del nulla. Le ipocrisie mediatiche. Una considerazione. Su chi improvvisa, aborre la coreografia, sceglie il brano all'ultimo istante. Perchè mai ? Ma chi si sentono, la Magnani che canta su richiesta in un dopocena ? Le strutture dell'improvvisazione si adattano molto bene, con lo schema tempo e controtempo, ad un certo tipo di musica. Improvviso su Canaro: è come chiedere ad un chitarrista di improvvisare sul giro di do. Scegliere all'ultimo istante per sentire "vibrare" la serata. Mah. Guarda caso sempre Canaro o simili. E poi, che noia.
30 maggio, 2009
V.C.B.

Non l'avevo visto, sono solito "perdere" i film in uscita. Sarà mancanza di tempo o snobismo. O entrambe le cose.
Vicky, Cristina, Barcelona ha un titolo magnifico, che lascia intendere come le due donne e la città siano protagoniste della storia. Non è proprio così. Bardem è costantemente bravissimo e l'irrompere reale della sua ex-moglie Penelope Cruz è l'evento più importante del film. L'intrusione serve, narrativamente, a dispiegare le storie delle due di cui sopra, la prima, Vicky, promessa e poi sposa, sostenuta, concreta, ma solo nella sua supercoscienza, la seconda, Cristina, nel volto e corpo della Johansson, che si invaghisce di Juan Antonio ma anche della sua ex. Sarà proprio questo evento che la porterà ad essere ciò che esattamente è, ovvero una donna che "sa esattamente cosa non vuole".
Il film è molto affascinante fino a metà. La Cruz è una bravissima attrice, ma il suo personaggio è la "leva" della storia, quindi quello più monocorde, più costante, non mutevole. E l'Oscar per un ruolo così "semplice" come fare la pazza gelosa spagnola, nella sua lingua peraltro, mi sembra proprio un azzardo. O almeno fa capire come ad Hollywood non c'abbiano capito proprio niente. Il film è un film sul mutamento, sul finto mutamento. Vicky, vera protagonista del film, vuole, non vuole, poi decide ma non è una decisione, o meglio è una pazza volontà di non avere più ciò che ha, che si frantuma contro la sciocchezza di una lite, l'ennesima, tra Juan e la sua ex.
Allen gira in modo straordinario, si sa. Qui ogni colore è perfetto, Barcellona è meravigliosa, ma mai come in questo film tutte le sue sfumature emergono. E i cuori si intrecciano come le volute stupendamente imperfette delle colonne e delle facciate di Gaudì.
26 maggio, 2009
Misha, Isabelle, Giorgia, Susan.

Ieri sera Giorgia in replica su Crozza Italia faceva vibrare i vetri con una densità inimmaginabile. Susan Boyle arranca su Memory, ma fa commuovere come una persona così brutta (sì!) emetta delle note così soavi. Nel giorno in cui Misha Haneke vince la Palma d'Oro (nei giornali italiani la notizia contava meno di quanti nei ha sulla schiena il fidanzato di Noemi Letizia) sospiro e penso: viva le cose belle !
15 maggio, 2009
Dice il governo che è passato ormai l’inferno.
Baustelle
Alla Stazione c’è un bel sole come in altri posti.
Amore mio dolcissimo. C’è un verme nel caffè.
Per punizione c’è l’hamburger. Ci spingiamo. Abbiamo barbe.
Abbiamo fede. Abbiamo sputi. Abbiamo buchi sul gilet.
Siamo accampati sull’aiuola. La colomba morta vola.
C’è una rissa. Bottigliate in faccia. Vuoti a perdere.
Guardiamo i treni e gli aeroplani. Russi e lituani.
Ci scambiamo la Peroni e un po’di tonno in scatola.
Alla Stazione c’è un bel niente come in altri mondi che sono possibili.
Per me, per te, per chi altro arriverà.
Perciò pranziamo e poi pisciamo contro i muri di Milano.
Controvento ci sposiamo. Oggi si vola. Oggi si va. Mangiamo a pezzi i nostri figli.
E qualche avanzo lo incartiamo dentro un foglio di giornale. Prima o poi ci servirà.
Amiamo l’Uomo e il suo sapore. I signori e le signore. Il loro eterno roteare.
Come agnello nel kebab.
Abbiamo il sushi. Abbiamo il vino.
Spezziamo il pane. La schiena al cane.
There is no sushi. No Corso Como. Ci piace l’Uomo.
Non c’è sindacato. Non c’è stato mai nessuno che mi ha amato tanto come questa notte.
Muoio. Ho fame, amore mio.
Dice il governo che è passato ormai l’inferno.
E ti ho sposato. Qui. Fra i topi neri e i fiori. Il cranio ti ho mangiato.
14 maggio, 2009
Bob Dylan - Shooting Star
Seen a shooting star tonight
And I thought of you.
You were trying to break into another world
A world I never knew.
I always kind of wondered
If you ever made it through.
Seen a shooting star tonight
And I thought of you.
Seen a shooting star tonight
And I thought of me.
If I was still the same
If I ever became what you wanted me to be
Did I miss the mark or
Over-step the line
That only you could see?
Seen a shooting star tonight
And I thought of me.
Listen to the engine, listen to the bell
As the last fire truck from hell
Goes rolling by, all good people are praying,
It's the last temptation
The last account
The last time you might hear the sermon on the mount,
The last radio is playing.
Seen a shooting star tonight
Slip Away.
Tomorrow's gonna be another day.
Guess it's too late to say the things to you
That you needed to hear me say.
Seen a shooting star tonight
Slip away.
07 maggio, 2009
Future Bond.
"Buonasera, questa edizione del Fiorello Show andrà in onda in versione sobria per rispetto ai fatti di Arcore. Noi non vogliamo unirci al coro degli altri programmi con commenti ironici o critici nei confronti dei coniugi Berlusconi... anzi, noi vogliamo rispettare la fine di un amore. La fine di una coppia così discreta, riservata, che ha sempre tutelato la propria privacy... si parlavano come tutte le coppie del mondo: lei scriveva all'Ansa, lui rispondeva con una conferenza stampa... loro non hanno mai messo in piazza quello che succede tra le 508 mura di Arcore... e nulla, assolutamente nulla, faceva presagire la fine di quell'amore: lui sempre innamorato, magari non di lei ma sempre innamorato. Lei, madre perfetta, lo attendeva per giorni e giorni, e giorni e giorni e giorni e giorni con i suoi bambini, in quella modesta villetta a schiera nel cuore della Brianza. A nome della redazione del Fiorello Show, permettetemi un consiglio. Caro Silvio, cara Veronica, mi raccomando: vogliatevi bene. In questi momenti c'è chi soffre: voi, i vostri figli, Sandro Bondi... ora dovrete affrontare anche il doloroso problema della separazione di quei pochi beni che permetteranno ai vostri figli un modesto ma onorevole futuro... cercate di farlo in modo sereno e pacifico e con la riservatezza che vi ha sempre distinti. Ci piace immaginarvi ad Arcore seduti al tavolo di cucina che vi spartite fraternamente le vostre poche cose. Scusate - si è interrotto Fiorello - è arrivata un'Ansa. Ecco, abbiamo in anteprima esclusiva il documento della divisione dei beni tra Veronica Lario e Silvio Berlusconi. A Veronica rimane l'Umbria, il Regno delle due Sicilie e un terzo continente a scelta. Inoltre a lei va la custodia del trofeo Mitropa Cup, dei Telegatti e dell'opera omnia di Apicella. Sandro Bondi verrà affidato a Veronica, con la possibilità di visita da parte di Silvio ogni due weekend. A Silvio rimane quel poco che resta. Ma si sa, nelle separazioni sono sempre gli uomini ad avere la peggio".
03 maggio, 2009
Il Velo di Maya.
Veronica, attrice, Veronica che con la figlia va a vedere più volte Benigni (che ironizza sul marito), Veronica affascinata da Cacciari, Veronica che scrive su quotidiani di moderata sinistra. E' ovvio che avesse a suo tempo la speranza - condivisa da molti italiani gabbati - che il marito fosse una sorta di nuovo personaggio della politica, uno che sfrondasse le maglie della vetusta repubblica conducendo un paese nuovo, meno ideologizzato, più libero e moderno.
La visione politica di Berlusconi non solo non è moderna, ma non è neanche antica, magari lo fosse. E' semplicemente il Nulla. Le ideologie: chi si affanna a distruggerle ne monta per forza di nuove, solo più scadenti e vuote. Berlusconi non alleggerisce il mercato, non porta novità. Contratti, salari, pace sociale: parole bandite, preso com'è non certo dalle minorenni, ma dall'ansia di avere più potere - mediatico - dei suoi illustri alter ego, Bossi e Fini, che hanno molto più talento politico di lui. E per questo la sua politica è solo l'attenzione per il controllo del consenso. Non attraverso l'azione politica, ma attraverso la gestione del messaggio. Non c'è nulla che gli sfugga, nulla che possa deporre a suo sfavore.
Per questo anche questo divorzio, che lui abilmente saprà rivoltare come azione indegna di una moglie infedele e sfacciata, arriva proprio ora. In un momento di difficoltà politica evidentissima. Con la sparata sul referendum, con i dissapori con la Lega, con l'evidente sudditanza politica nei confronti di Fini, che lo sopravanza politicamente di gran lunga.
Il divorzio programmato. Berlusconi ne uscirà fuori più forte, e gli italiani dimenticheranno le sue difficoltà ed inadempienze.
30 aprile, 2009
Pirandello e il Blog.
Siamo alla seconda fase. Una volta ci si pubblicizzava con il proprio sito. Meditango.com, sito "com"-merciale non tradiva alcun secondo fine. Accattivante sì, ma con una definizione precisa: è un'attività, fatta con il cuore, la passione. Ma ci mangio.
Ora navigo e trovo Blog che pubblicano video di maestri, con commenti sensazionali. E allora il NietzscheFreud che è in me cerca l'autore, per vedere se...non fosse mai se li facesse da solo questi complimenti...ma l'autore...NON C'E' !! Però regolarmente puoi seguirlo ovunque, su Facebook, ad esempio. Dove invece di presentarsi come persone ci si presenta come gruppi. Non finalizzati ad uno scopo (vedi Pad7) ma solo per celare identità e pubblicizzare....guarda caso sempre gli stessi personaggi. Il tal festival che magari fa schifo, ma ha migliaia di amici su Facebook. Amici di nessuno. E centomila.
26 aprile, 2009
Quizas.

La lettera che cade e i tempi giusti, i micromovimenti del Naranjo, la serie di voleos dei Cosos de al Lao. Nella torbida notte assonnata il desiderio coreografico di raddrizzare il cerchio, di srotolare le linee curve di un giro nel volants della gamba che si avvolge in Che Bandoneon. E la gravità tolta della vocale lunga. Il Ventarron in fuori nella nuova veste a pennello. E poi l'aggressione dell'onomatopo Yum-ba, l'eleganza divertita dell'ennesima nuovissima Cumparsita, il battito del Recodo e la pigrizia risvegliata di Zitarrosa.
Tutte queste immagini, parole, metafore mentre la tv rimanda il suono di In the Mood for Love, dove l'impossibilità è arte. Dove lo scambio di ruoli, vita non vita, è poesia pericolosa. Dove la pietra raccoglie il segreto, come l'amuleto.
Volevo lasciarmi alle spalle il cinema, mi ha preso per il bavero e rigettato dentro.
12 aprile, 2009
Mahé, I
Non riesco a togliermi dagli occhi l'ultimo arancio dell'immenso tramonto di Beau Vallon. Tornando, già in strada, decido di tuffarmi ancora, puerile tentativo di arrivare prima del sole. A riva echeggia il grido degli Oganibar, pipistrelli dal ventre rosso, come volpi del cielo. Sono enormi ed inquietanti eppure dicono siano madri dolcissime e premurose. Questa è la natura. È il Tutto. Non composizione ma presentazione di opposti. Il mare lievemente recupera la spiaggia color oro, ne cambia le fattezze e bellissime donne creole vi passeggiano ormai con i piedi nell'acqua. Passa anche un bimbo down. Gli opposti, in serena serialità.
Cercavo la natura come Madre. Ma il concetto è stretto, non soddisfa. Non si giustificherebbero il danno, il lutto, la distruzione senza senso. E nascor è verbo deponente, nasconde attività continua. La sua radice è physis, a sua volta la radice indoeuropea è bhu- ovvero luce.
La stessa luce che ora, precipitando, nasconde ogni distinzione e saluta l'ultima notte di Mahé, la sorella maggiore, bellissima, in matrimonio con il mare.
10 aprile, 2009
La Digue, II.
Ieri un signore svizzero con moglie creola ci accoglie in casa per salvarci dall'improvviso acquazzone. Ci racconta la sua vita, ci offre un caffè. Dice che l'isola è molto chiusa. Come un'unica famiglia. Ma lui è lì da vent'anni. Segno dell'ambigua polarità della gente di La Digue.
Poi di sera con un free taxi a mangiare a l'Ocean. Pesce Jobà ottimo. Il resto meno. Sembra proprio che la borghesissima padrona di casa abbia veramente la migliore cucina di La Digue. Stasera mangeremo di nuovo a casa in attesa di salpare per i fiori di Victoria, dopo tre giorni di ospitalità strana, di selvaggia bellezza, di degregoriana "pioggia e sole".
09 aprile, 2009
La Digue, I.
La Digue e' pigra. Un po' scontrosa anche. Un tipo ci dice che non possiamo sedere su due sdraio cinque minuti a vedere il tramonto. Sono dell'hotel vicino. Vorrei chiedergli se il tramonto arancioviola e' suo, ma in fondo e' proprio cosi'. Questi creoli hanno la ricchezza di avere un sole ed una terra come nessun altro.
E ora, scrivendo a penna su un taccuino nel patio coperto di questi bungalow coloniali, nel dopocena, sorseggiando citronella, di fronte ho la piccola foresta punteggiata di rare luci; segno di una civilta' assai meno potente della natura. Cameriere che corrono qua e la'. E che non possono fare a meno di te, della tua ricerca di pace. Pagata in euro.
La terra trema.
06 aprile, 2009
Praslin. I
Il secondo pensiero, non appena ti affacci fuori dall'aeroporto e' che ti senti Gulliver. Tutto e' enorme, non esistono fiori piccoli, foglie piccole, alberi piccoli men che meno. La gente e' bella. Ha ritmi propri, se chiedi qualcosa trascorrono secondi prima che si alzino. Non e' scortesia. E' Africa. Sono anzi gentili, se ti dicono venti e' venti. Si fidano, ti dicono vai a pagare da quello. Tutti atteggiamenti di chi sa di essere in un'isola dove imbrogliare, rubare, essere furbi sono operazioni inutili, tanto benedetta e' la vita comune.
A Curieuse tartarughe giganti mangiano dalle tue mani, si fidano anche loro. Alcune hanno cento anni o piu'. Altre sono appena nate. Mi ricordano Montale "...guscio d'uovo che va tra la fanghiglia" la piu' bella poesia di nativita' mai scritta.
Intorno, la natura ti accoglie e sorprende ad ogni angolo. Che siano i pesci colorati visti da una maschera prestata, o le foglie di palma che frusciano al raro vento, le mangrovie che si affacciano nel mare. E cio' cerco qui, a poche miglia dall'equatore, in questa verde accoglienza brillante, si fa chiaro nella mia mente e nel corpo. Una nuova Madre.
P.S.
Al risveglio la stessa madre terra si fa maligna senza motivo, colpendo gente e luoghi che conosco a memoria. Sono affranto, cosi' lontano. So che anche Santo Stefano e' stato danneggiato. Morti a L'Aquila e a Fossa. Quello che la vita ha dato in questi luoghi magnifici ha poi tolto ad altri luoghi incantati. Perche' ?
19 marzo, 2009
My foolish heart

Ormai è qualche tempo che è uscito questo live di Jarrett con il suo Trio. A questo capolavoro assoluto ha fatto seguito un altro live (Tokio 2001, pubbl. 2009) privo di smalto e sicuramente inferiore. Il concerto è a Montreux e prende il titolo dallo standard cantato anche, fra gli altri, da Astrud Gilberto. Qui raggiunge livelli cosmici. Introduzione poi tema, assolo di Peacock e udite udite coda solo di Jarrett, in quei momenti in cui sembra che stia parlando con Dio. Il disco si apre con Four di Miles, corretta e divertita. Quando Miles virava verso il cool. Perchè tutto il disco è un omaggio alla storia del Jazz, con brani cool, bebop, con ben tre ragtime (fra cui la meravigliosa Ain't misbehavin') suonati con la chiarezza di Jarrett, la squisita tecnica di De Johnette e l'intensità di un Fats Waller, la perla di Guess I'll hang my tears out to dry, ballad speciale di quelle che ascolteresti per almeno 10 volte di seguito, da cantare, lirica e commovente, poi la vetta (secondo me) di Straight, no chaser, suonata dal trio innumerevoli volte, ma qui lasciata andare (di nota il fantastico assolo di Peacock), come se la musica prendesse il sopravvento sui musicisti, li guidasse in terreni impervi per poi ritrovarsi. Ecco, come un grande piatto fatto di tre ingredienti sublimi che tre cuochi vagano per trovare. Il risultato è un capolavoro in memoria e onore a Monk, forse ancora più su. Un must per tutti, anche per coloro che non amano il genere. Perchè questi tre suonano come nessun altro, fidatevi.
Minima moralia
X Factor spostato nel palinsesto e Amici subito appioppato a fargli concorrenza. Carta che vince Sanremo. La presenza di Berlusconi si vede anche da queste apparenti sciocchezze. Spero che tutti quelli che lo hanno votato si renderanno conto un giorno di aver dato mandato ad un folle per farsi pubblicamente i fatti propri.
Il Papa annuncia solennemente che il preservativo non serve. Va rivisto il concetto di sessualità. In che senso ? Perchè per la Chiesa la sessualità ha senso solo se riproduttiva, ovvero solo se rientra nel piano reificante e nichilista in cui siamo tutti immersi. Sesso sì ma solo con uno scopo, un guadagno reale. Sesso come controllo. Come mezzo per. Questa dottrina è assolutamente identica alla dottrina della razza, nazista o meno. Non cambia niente. L'amore è casto, il sesso serve a riprodursi. Wow.
Il ministro brunetta, il ministro con la minuscola, dice che gli studenti che protestano sono "guerriglieri". A parte che gli fa un bel complimento...Qualcuno mi sa dire se nella pubblica amministrazione è cambiato qualcosa ? E la ministro Gelmini parla di una "quota" del 30% di immigrati a classe. Due terzini brasiliani e un centrocampista ghanese al massimo, insomma.
Viva l'Italia.
ac
20 febbraio, 2009
TANGOLAB 2009

TangoLab 2009
"L'Italia senza la Sicilia non e' completa, soltanto qui si trova la chiave di tutto".
J.W.Goethe
TangoLav 2009
Migrazioni, III anno
TangoLab
Prod. Meditango
I piu' importanti maestri, locations d'eccezione negli angoli piu' affascinanti d'Italia
2009: Sicilia, Etna.
Sicilia, Etna, Parco dell'Etna, Zafferana Etnea.
Un'immersione fresca nella rovente Sicilia, a 600 m slm, tra boschi e palmenti, sotto il Vulcano, a 20 minuti dal mare.
TangoLab ripropone la consueta organizzazione, qualita', familiarita', in un angolo affascinante del nostro patrimonio culturale e paesaggistico.
Dal 13 al 19 luglio - in diverse sistemazioni.
Prod. meditango
info:mimmamercurio@meditango.com
18 febbraio, 2009
Ci si corrompe da soli ?
Scusatemi, non capisco.
Chi gliel'ha dati, 'sti soldi ?
Silvio Berlusconi, pare, che per il lodo Alfano (ovvero una legge che salvaguarda le più alte cariche dello Stato) non è perseguibile.
Ora. Il fatto che qualcuno non sia perseguibile non significa che non abbia fatto nulla. Negli Usa basta che un governatore abbia mandato un sms al figlio del portiere di un avvocato dicendo "non so" che scatta l'impeachment.
Vado oltre. E' questa l'Italia che ha vinto ? Si tratta del capo della coalizione, nonchè capo del governo.
Aiuto. Svegliatemi.
P.S.
Il cantante Povia avrebbe dichiarato di essere un appassionato lettore di Freud.
Volevo scrivere altro, ma mi fermo qui.
15 febbraio, 2009
Regole di saggezza

Questa la "Sìntesis de nuestra cocina" del grande chef Ferran Adrià.
E' incredibile come siano regole che possono essere applicate a qualsiasi campo professionale e artistico.
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1. La cocina es un lenguaje mediante el cual se puede expresar armonía, creatividad, felicidad, belleza, poesía, complejidad, magia, humor, provocación, cultura.
2. Se da por supuesta la utilización de productos de máxima calidad, así como el conocimiento de la técnica para elaborarlos.
3. Todos los productos tienen el mismo valor gastronómico, independientemente de su precio.
4. Se utilizan preferentemente productos del mundo vegetal y del mar; predominan también productos lácteos, frutos secos y otros productos que en su conjunto configuran una cocina ligera. En los últimos años se hace muy poco uso de la carne roja y de aves en grandes piezas.
5. Aunque se modifiquen las características de los productos (temperatura, textura, forma, etc.), el objetivo es preservar siempre la pureza de su sabor original, salvo en los procesos en los que haya una cocción larga o se busquen los matices resultantes de reacciones como la de Maillard.
6. Las técnicas de cocción, tanto clásicas como modernas, son un patrimonio que el cocinero debe saber aprovechar al máximo.
7. Como ha sucedido a lo largo de la historia en la mayoría de los campos de la evolución humana, las nuevas tecnologías son un apoyo para el progreso de la cocina.
8. Se amplía la familia de los fondos y, junto a los clásicos, se utilizan fondos más ligeros que ejercen idéntica función (aguas, caldos, consomés, jugos de verduras clarificados, leches de frutos secos, etc.).
9. La información que da un plato se disfruta a través de los sentidos; también se disfruta y racionaliza con la reflexión.
10. Los estímulos de los sentidos no sólo son gustativos: se puede jugar igualmente con el tacto (contrastes de temperaturas y texturas), el olfato, la vista (colores, formas, engaño visual, etc.), con lo que los sentidos se convierten en uno de los principales puntos de referencia a la hora de crear.
11. La búsqueda técnico-conceptual es el vértice de la pirámide creativa.
12. Se crea en equipo. Por otra parte, la investigación se afirma como nueva característica del proceso creativo culinario.
13. Se borran las barreras entre el mundo dulce y el mundo salado. Cobra importancia una nueva cocina fría, en la que sobresale la creación del mundo helado salado.
14. La estructura clásica de los platos se rompe: en los entrantes y en los postres hay una verdadera revolución en la que tiene mucho que ver la simbiosis entre el mundo dulce y el mundo salado; en los segundos platos se rompe la jerarquía "producto-guarnición-salsa".
15. Se potencia una nueva manera de servir la comida. Se produce una actualización del acabado de platos en la sala por parte del servicio. En otros casos, son los comensales los que participan en este acabado.
16. Lo autóctono como estilo es un sentimiento de vinculación con el propio contexto geográfico y cultural, así como con su tradición culinaria. La comunión con la naturaleza complementa y enriquece esta relación con el entorno.
17. Los productos y elaboraciones de otros países se someten al propio criterio de cocina.
18. Existen dos grandes caminos para alcanzar la armonía de productos y sabores: a través de la memoria (conexión con lo autóctono, adaptación, deconstrucción, recetas modernas anteriores), o a través de nuevas combinaciones.
19. Se crea un lenguaje propio cada vez más codificado, que en algunas ocasiones establece relaciones con el mundo y el lenguaje del arte.
20. La concepción de las recetas está pensada para que la armonía funcione en raciones pequeñas.
21. La descontextualización, la ironía, el espectáculo, la performance, son completamente lícitos, siempre que no sean superficiales, sino que respondan o se conecten con una reflexión gastronómica.
22. El menú degustación es la máxima expresión en la cocina de vanguardia. La estructura está viva y sujeta a cambios. Se apuesta por conceptos como snacks, tapas, avant postres, morphings, etc.
23. El conocimiento y/o la colaboración con expertos de los diferentes campos (cultura gastronómica, historia, diseño industrial, etc.) es primordial para el progreso de la cocina. En especial, la cooperación con la industria alimentaria y la ciencia ha significado un impulso fundamental. Compartir estos conocimientos entre los profesionales de la cocina contribuye a dicha evolución.
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