24 aprile, 2010

The dying Blues.


Si sente lontanissimo, in chiusura, un "That's gonna be the one, isn't it?". E' quella buona, insomma. Possiamo dire di sì, In my Time of Dying, perla del sesto album dei Led Zeppelin, è una long track, session di ritmi e urla che concentra in sè cento anni di storia della musica.
Mai John Bonham ha suonato così, ha potuto suonare così. Di fatto nessuno suonerà mai più con questa forza, varietà ritmica, cambio continuo, alternanze tra battere e levare. Sembra che dialoghi con Page in modo speciale, oltre le possibilità di immaginazione. Ti immagini che il rullante stia per essere picchiato lì ed invece no. Tre quarti, no, quattro, due, ma senza la ricercatezza formale del Progressive, spesso fine a se stessa.
Lode, inno, lamento, preghiera che scivola via tra note e loop, slides e echoes. A 2:22 Page fa il verso all'autore (di fatto al primo interprete, il brano è di origine sconosciuta, popolare) Blind Willie Johnson. A 3:25 comincia il miracolo ritmico, amplificato a 3:46 da una scansione quasi inverosimile, dove la cassa batte tutti i tempi, mezzi tempi, assieme al fretless di John Paul Jones, con evidente suono da plettro. L'assolo di Page scivola tra vari registri, ma non è, come spesso accade ai Led, il centro del brano. Il centro è lui, Bonham, che picchia e picchia in attesa del terzo cambio, dopo una ripresa del refrain, con uso di charlie aperto degno di Copeland. A 7:21 comincia a lasciare andare le mani, le suona lui, non più gli altri assieme a lui, o forse sono solo gli angeli neri che serpeggiavano tra le sue spire. A 10:20 è completamente fuori, oltre, tutti suonano per lui, sembra avere molte mani e piedi, tutto cresce, sta per abbandonarsi. Difficile immaginare che un agitato lamento di inizio secolo si sia definitivamente incarnato in un batterista dalla pelle bianca, quasi un secolo dopo che la slide da 4 dollari di Johnson cantava la disperazione dei deportati africani. In Bonham l'Africa è superata, reintegrata, e così la nuova America e qualunque etnia, popolo a venire. In John Bonham, in questo brano, muore il Blues. Si trasfigura, rivela quello che era. Come la scimmia percuote il suolo con l'osso trovato a terra per poi gettarlo in aria, in Space Odissey, così Bonham prende le redini del Blues, le percuote, ne fa tonfo, tamburo e le trasfigura. Le rende opache antichità.

Il 24 settembre del 1980 John Bonham parte per un tour con il gruppo, si ferma ad una stazione di servizio e beve quattro quadruple vodka. Nel pomeriggio si addormenta per non risvegliarsi più. Ha 32 anni. La lapide della sua tomba riporta "Goodnight, my love", voluto dalla sua amata Pat Phillips. Da quel giorno i Led Zeppelin si sono sciolti.

06 aprile, 2010

Invictus

Violando il castigo di un’influenza esco, per andare a vedere l’ultimo film di Clint Eastwood, Invictus, dedicato alla figura di Nelson Mandela. Non ho prevenzioni di sorta, conosco Eastwood, lo apprezzo, a volte lo odio, ma sempre con un odio, per così dire, rispettoso. Ho trovato Gran Torino bellissimo e so di essere incline, anzi quasi assuefatto ai filmoni celebrativi, mi piacciono.
Invictus però in fondo non è una celebrazione. Le parole di Mandela-Freeman - ad una meravigliosa prova di attore - posseggono sempre il tono dell’oracolo, ma sono anche molto emozionali. Tutto il film lo è. Le riprese camera a mano delle partite di Rugby, velocissime, senza mai perdere un istante il fuoco, sono fantastiche, ti sembra di essere nella partita, altro che 3D. Matt Damon è anche bravissimo, nel ruolo del capitano della nazionale sudafricana che, attraverso un disegno ben definito di Mandela stesso, riesce nell’impresa di vincere il campionato mondiale di Rugby, sovvertendo ogni pronostico e riuscendo in questo a ridefinire l’unità di una nazione. Al predominio dei bianchi non voglio sostituire quello dei neri, dice Mandela. I volti degli attori, anche minori, si stampano nella mente, così come il bellissimo sorriso della domestica di Damon, nera, che quando sa che il suo figlioccio andrà per un the dal Presidente gli dice di ricordargli che gli autobus costano ancora troppo e viaggiano in ritardo.
Le megalopoli di baracche dei sobborghi di Johannesburg sembrano gli accampamenti del dopo terremoto aquilano; diventano, nel film, teatro delle lezioni dei rugbisti ai bambini poveri neri degli slums, in un momento emozionante e divertente del film.
Eastwood sa colpire al cuore. Lo fa da vecchio che non ha altra fiducia che in se stesso, “padrone della propria anima” come recita un adagio del film. In questo personalismo lascia in secondo piano il Movimento, le collaborazioni, anche se il team di Mandela appare nel film come fondamentale per la storia e la vita del Presidente. Ma è l’uomo, il singolo ad avere sulle spalle il destino del mondo. Ideologia non è la parola giusta, è più un credo da antico colono, da New Frontier, in fondo lo ha proclamato anche Obama. In questo almeno, destra e sinistra lasciano spazio all’intelligenza e al futuro.
Anche in Italia un presidente ha acquistato una squadra di calcio. Siamo lontani dal “calcolo umano” di Mandela di far rivivere l’orgoglio di una nazione unita attraverso le gesta di una nazionale vincente. Qui da noi il presidente ha capito che nella cabina elettorale ci saremmo posti il dubbio se votando per lui il Milan avesse avuto più chances e viceversa.

La liberazione di Mandela fu uno degli ultimi eventi cui assistette mio padre, con sua grande gioia. Ora, con gli occhi ancora lucidi, mi sembra di rivedere la sua soddisfazione nel leggerlo da un giornale. Non fu proprio l’ultimo episodio importante della sua vita. L’ultimo fu l’omicidio di Paolo Borsellino, tanto per rimarcare le differenze.