31 luglio, 2009

Iceland II.


A parte il senso di divertimento infantile che viene generato dall'esplosione alta venti metri, improvvisa anche se precisamente cadenzata - ogni sei minuti precisi - l'esperienza di Geysir è anche un po' mistica. Mistico è il geyser più grande, dal cratere bianco pieno di acqua turchese. È esploso tre volte da quando si conosce, in seguito a terremoti. Lo si aspetta al varco, dovrebbe essere il 2010 l'anno previsto. Stokkur invece è più prosaico, invaso da orde di fotografi con cavalletti e varie. Eppure fotografarlo è semplice. Va studiato un attimo. Va e viene, si carica ed esplode. È mistico il senso di una terra sotto la quale qualcosa accade eccome, si muove. Tutto sembra immobile ma non lo è.
Gulfoss è una meraviglia epica, enorme gittata d'acqua che cade e ricade una seconda volta. Ma la nostra visita è strattonata dal vento gelido e dura lo spazio di un respiro.
Thingvellir è un parco che fu sede del primo parlamento islandese. Neanche a dirlo all'aperto. Ti aspetti di trovare rovine o simili e incontri invece una faglia di roccia con un fiume. Sede di dibattiti con la parete basaltica a far da cassa di risonanza per gli oratori. Perché in Islanda la cultura è la natura. Anche volendo, l' uomo non potrà mai costruire Gulfoss o Dyrholaey e quindi si ritrae. In un certo senso la gente d'Islanda è umile, non compete con una natura tanto magistrale. L'unico atto di forza vichingo fu il varcare il mare gelido e tempestoso. Per raggiungere il Canada o l'oltremare, ovunque fosse. La stessa forza che vacilla oggi, tra i giovani che sciorinano mezzi da diporto secchi e modaioli, nel porticciolo di Stikkisholmur. Nessun mare è più da varcare, è il mare d'America che invece è arrivato qui. Tra i locali alla moda, capelli mesciati di rosso e musiche seventies in sottofondo. Geysir è lontana. La forza della natura non è più timore religioso o sfida, ma gettone turistico da spendere, sotto il vento che sferza i volti che mirano ad ovest, a otto gradi e anche meno.
In un ristorante un bambino gioca in una casa in miniatura, qui si costruiscono case mini per ospitare i Trolls. A Blonduos siamo arrivati viaggiando per cento chilometri dentro una nuvola. Chissà come se la ridevano i Trolls affacciati alle minuscole finestre delle casette votive di Arnastapi che gli abitanti dedicano loro, sul costone del meraviglioso e mistico vulcano-ghiacciaio di Snaefellsjökull. Qui Jules Verne aveva immaginato l'inizio del suo viaggio al centro della terra. Un sole fortissimo, avevamo lasciato, tanto che sdraiati sulla spiaggia di ciottoli neri di Djupanissandur la sensazione era quella di prendere il primo sole di primavera su di una spiaggia italiana a marzo. La penisola di Snaefellsness si dipana tra scenari a dir poco poetici, con un susseguirsi di colori inverosimili ed improvvisi. Puoi trovare un monte di scorie vulcaniche rosso cupo accanto ad un picco verde smeraldo e ancora accanto ad un monte tozzo stile Hanging Rock o ancora meglio Monument Valley. Tutto nell'arco di qualche centinaio di metri. Poi il viaggio verso nord. E più niente. Solo nuvole, entro le quali il paesaggio sparisce e pare di volare su di una rampa - anche quando se ne esce sono così basse che le appendici verticali grigio scuro toccano terra. Attraversiamo il nordovest, poco dopo che un bivio abbia indicato la strada per gli ultimi fiordi, appena al limitare del Polo. La piccola camera di Blonduos è così in riva che le finestre paiono oblò di una crociera tra i ghiacci, sferzati dal vento di Egill o altro temerario vichingo. Incessante, compagno, segno, puro tempo fatto d'aria.

29 luglio, 2009

Iceland I.


Se mai si avesse avuto il dubbio se o meno la natura e l'uomo combattessero ad armi pari, qui in Islanda, la terra non-terra, si ricrederà. Fra questi venti gentilmente artici, le scogliere a picco, il verde sconfinato, l'uomo è riportato indietro a quando mezzi per difendersi dalla natura non ne esistevano. L'esperienza non è dissimile a quella che si prova in quota, chessò, a Cortina o sulla Marmolada. Le temperature, l'aria sono quelle - solo che qui sei in riva al mare. E l'arrivo, a Reykjavyk, città che non dorme, passa dal tramonto delle lunghe strade, con colori onirici a dir poco o meglio confusi come se si potesse agire sulla tavolozza del paesaggio a piacere tipo cielo rosso montagne blu mare viola. All'imbrunire finto - nel senso che non dà accesso ad una vera e propria notte - la città è preda di ubriachi rumorosi che rispettano pur nel frastuono l'ordine pubblico. Da quando sono qui, quattro giorni, non ho visto un poliziotto nè simili. Pare che qui non esistano reati. I giovani sono dappertutto tanto che ti chiedi dove siano e se ci siano i vecchi o se, dispersa tra monti verdi e picco e fumi che escono perennemente ovunque, non vi sia nascosto un qualche Cocoon di giovinezza eterna. I volti sono molto dissimili tra loro. Non diresti che esiste una razza. I colori sono chiari sì, ma le corporature molti varie. Segno che qui, come dice la storia etnologica e il Book of Settlements, c'è gente dalla Siberia alla Norvegia, ai Celti di Irlanda e Far Oer. Un museo molto bello - si chiama Reykjavyk 871 +-2 - dalla data presunta del primo insediamento in città, ci dà l'idea di quanto l'Islanda rivendichi le sue origini, per quanto spurie e composite.
Per la campagna che si trova ovunque non sia Reykjavyk i colori sono maestosi. Le scoscese ripide e incedenti mettono soggezione. Per i campi, da lontano, fieno imballato di bianco pare ghiacciaio se assieme, tomba, segnale di caduto a schiera se isolato. Mi chiedo cosa ci faccia un cimitero americano in mezzo alla brughiera, poco prima di scoprire che sono balle bianco candido. Segnano il tratto, sono caratteristiche.
I toponimi sono molto semplici. Tradotti possono significare la valle, il fiume, la roccia del fiume e via dicendo. Centri più piccoli hanno i nomi dei proprietari, per cui ti capita spesso di imbatterti in Gustav piuttosto che Heidi e perché no, Bjork.
Ci fermiamo a Drangshild, la gentilezza dei gestori ci fa mangiare tardissimo. Lo spazio, nell'imbrunire lungo di mezzanotte, è entusiasmante. Verde scuro lo sperone che incombe, infinita la valle davanti. Il gestore fa uso di olio, è infatti spagnolo di Santiago, legge di guerra Santa in Internet, racconta di amici dispersi per il mondo, sono sicuro che ha iniziali R.C. ed è un Rosacroce. Vabbè. Il giorno dopo Dyrohlaey è una scogliera con spiaggia nera maestosa. Tra le rocce, seminascosti dalla pioggia, dal nero basaltico e dalla connaturata ritrosia appaiono le Pulcinelle di Mare. Per chi non le conosce sono semplicemente gli uccelli più belli e curiosi del mondo. Il becco è una maschera teatrale, di gradazioni di rosso e arancione. Stanno, si fanno fotografare, consapevoli del proprio fascino come mannequin. Poco prima che cominci il grande dittatore.
Il vento. Già. Per chi crede di averne avuta esperienza deve fare un giro da queste parti. Le persone qui dicono che è "unusual" ma sinceramente ci credo poco. Qualcuno si corregge e dice che non è tipico di qui ma sul mare sì, lo trovi. In ogni caso è un vento a raffiche. Non riesci a stare in piedi. La macchina sbanda, sembra di guidare una vela. Se poi consideri che ci sono stati otto gradi di giorno e che il vento viene dai ghiacciai o peggio dall'Atlantico o peggio ancora dalla Groenlandia, si può avere un'idea. E' qualcosa di pesante, non ti fa vedere niente. E' denso, fatichi a respirare. Se ti prende il collo ti blocca, la testa è un ghiacciolo. E' segno di inospitalità.
Proprio qui, avvolto dal vento che ricama suoni i più vari, dentro un'elegante bungalow di fronte alla valle, mi appresto a farmi impressionare dalla maestosità di Geysir.

27 luglio, 2009

London 2100.

Con tutta la presunzione di chi crede di averla capita in mezza giornata di visita, Londra è una città unica ed in un certo senso indescrvibile. E' unica nel suo non avere identità. Quella che si direbbe una città "globalizzata". Non tanto per le innumerevoli razze che la popolano, ma soprattutto per le varie ed incommensurabili modulazioni e manifestazioni culturali che la caratterizzano. In tutto questo baillamme i simboli dell'Ancienne Regime stridono e fungono più o meno consapevolmente da resistenze alla disarmonia, alla permeazione. Dalle terrazze di Buckingham sua maestà vedrà bene le centinaia di turisti fotografanti, ma con la coda dell'occhio anche le decine di locali italiani o di chissà dove che pullulano a Soho, in un momento in cui essere italiano causa rispetto culinario solo per non dargliela vinta agli odiati francesi, ma anche una sottile antipatia- sull'aereo il messaggio in inglese comincia con welcome, quello in italiano con siete pregati di non...ecc
Londra è tutta nella proiezione dei giovani o giovanili rampanti che letteralmente corrono per le sue strade - eleganti, ben pettinati con valigette, pantaloni con orli troppo corti. Sembrano avere appena concluso mille affari, tutti positivi - cosa poco credibile anche se non so perché. Le anatre di St. James li guardano passare, colli allungati a supplire mamme o nonne orgogliose che vedano realizzarsi figli. Li immagino ricchi, fermati come angeli terreni al pitstop di una birra. Londra in fondo ride, è simpatica, si diverte. E li immagino ancora sedersi esausti sul divano di grandi saloni panoramici a Notting, vuoti come birre già bevute, ricchi per aver venduto nulla, nella girandola degli affari di una metropoli che corre.
La severa pietra che l'annuncia non rende merito alla grandezza meravigliosa di Westminster. Un luogo non eccessivamente grande che però si snoda come un labirinto, anche a causa dei percorsi obbligati imposti. E' una sorta di meraviglioso tributo alla morte, quella pura che santifica e fa ricordare di se'. Dalle grate di ghisa della cappella centrale si scorge il bellissimo volto in bronzo di Enrico III e consorte, sepolti con riconoscenza per aver riglorificato le fattezze dell'abbazia dopo la prima fondazione. Dà i brividi vedere come, separate da pochi metri e qualche muro orlato, riposino le spoglie di Elizabeth e Maria Stuarda, l'una causa di morte dell'altra, in una falcidia comune che non risparmia vincitori e vinti, che rende tutto eterno e perituro allo stesso tempo. Ritorno all'uguale. Ogni tomba è lo specchio dei tempi, dal giaciglio di Enrico I, antico e consunto, alle sfarzose ricostruzioni barocche, su tutte il monumento sepolcrale di Joseph Haydn, qui riprodotto a tutto tondo, panciuto e ridente. Fa inoltre impressione il poter camminare sulla tomba di Charles Darwin che aveva certo ben in mente l'evoluzione sacra ed immutabile della vita verso il nulla. Si esce dalla maestosità istoriata di questi trionfi di morte per rituffarsi nella metropoli. Di corsa per mangiare un panino e dare un'occhiata a Trafalgar, omaggio ad una della mille battaglie vinte da questo popolo di soldati ed invasori, che mal sopportano le invasioni forse per non avere pane dalle mille focacce distribuite da Cook e Livingston e chissà chi altro troneggiante su colonne enormi e ridondanti in celebrazioni cittadine sparse. In fondo se noi dovessimo, o ancor peggio i tedeschi, rappresentare tributi di guerre vinte avremmo viali vuoti. La stessa ragione per cui il comune di Roma spende i nostri soldi per restaurare la stele di un criminale all'ingresso del viale dei nuovi barbari, all'olimpico. Qui santità e barbarie sono generi attigui. Regine decapitate, ammiragli sanguinari, tutto fa storia e storia vincente, tanto che il regime borghese nato con l'incoronazione di Guglielmo il Conquistatore, è un regime vincente, che corre tra valigette, anatre,pudding e odore d'aglio, tra pietre severe, tombe ed una maestà forse più forte del denaro o solo abile a nasconderlo. Tutto questo, visto dall'alto dell'occhio di cento occhi del suo monumento più recente, il London Eye, è Londra, città che vive già nel 2100, avanti, avanti, troppo avanti per non accorgersi (e ridere) della sua continua e pur sanabile fine.

08 luglio, 2009

S.M.G.

(da repubblica.it)

Se santa Maria Goretti diventa l’icona dell’anti-berlusconismo

Stavolta non risuona l’allarme per l’«ingerenza vaticana», visto che a farne le spese è l’odiato e pericolante Nemico. Però, è una supposizione, se non ci fosse andato di mezzo Berlusconi magari la sinistra avrebbe reagito diversamente alle parole di monsignor Crociata. L’anatema contro il «gaio libertinaggio»: sarebbe stato accolto con tanta indifferenza dai laici momentaneamente distratti? E l’elogio di santa Maria Goretti.

E l’esaltazione del «pudore», l’elogio dell’«autocontrollo», i severi rimproveri per «la sfrenatezza e sregolatezza nei comportamenti sessuali». Quanti laici, offesi dal moralismo bacchettone, avrebbero trovato mortificante l’esempio di Maria Goretti come parametro dei comportamenti cui le donne dovrebbero attenersi? Quanti calembour, sapidi e triti giri di parole, si sarebbero accaniti sulla «crociata di Crociata»? E invece niente. Solo un sogghigno di soddisfazione per il boomerang che sta colpendo Berlusconi. Ha vellicato i peggiori istinti clericali: adesso, finalmente il contrappasso, la Chiesa che ne scomunica i comportamenti.

È ovvio: a chi è contro Berlusconi non si può umanamente chiedere di non compiacersi per i guai che stanno affliggendo il capo del governo. Ma è come se fosse svanita ogni parvenza di autonomia culturale, ogni capacità di stabilire un orientamento che non sia solo e soltanto berlusconicentrico. Il giorno prima ci si fa paladini dei diritti, della libertà anche in campo sessuale, del rifiuto delle norme tradizionali e convenzionali, della laicità, dell’opposizione a ogni interferenza religiosa nella sfera dei comportamenti. Il giorno dopo, visto che il bersaglio è Berlusconi, non si ha niente da dire quando un monsignore tuona dal pulpito contro la «sregolatezza» che addirittura «invera la parola lussuria».

Neanche un sit-in, una vignetta satirica, il commento sbigottito di qualche esponente radicale, o la mobilitazione di chi addirittura interpretò come un attacco alla laicità persino una lezione di Ratzinger alla Sapienza? Niente, silenzio totale. Riverente silenzio, in omaggio alla figura di Santa Maria Goretti, nuova e imprevedibile icona dell’antiberlusconismo.

Pierluigi Battista