30 novembre, 2010

The Director's cut.


Te ne sei andato come un grande, da rockstar, anche se non so se il suicidio sia da grandi o da codardi.
Caro maestro, se penso ad un grande film della cosiddetta commedia all'italiana - appellativo che forse tu disprezzavi visti i fasti nefasti degli ultimi anni - penso ad un tuo film. Eri un grande maestro della macchina, facevi il verso con sapienza ad Antonioni, rubandogli in un'interpretazione memorabile la Vitti della Ragazza con la Pistola, irridevi gli sfarzi e le pomposità del cinema  e del teatro vecchio stampo come quando trasformasti Gassman da buon Amleto serioso in un Solito balbuziente Ignoto facendone uno dei più grandi attori tragicomici che il cinema potesse avere. Il capolavoro de La Grande Guerra, quell'ira scanzonata gioiosamente triste. e poi Brancaleone, il nostro Kurosawa, e Amici Miei, il Marchese del Grillo, il Borghese piccolo piccolo di Sordi, Speriamo che sia femmina. Hai messo il tuo carisma e la tua classe negli episodi più belli del nostro cinema. Avevi la brillantezza di dipingere il personaggio con pochi incisivi tratti. Eri asciutto, icastico e preciso. Autorevole nel far ridere e piangere. Chissà se i nuovi autori hanno il coraggio di ammettere quanto ti devono.

Ti incontravo a via dei Serpenti, è accaduto tre volte, passeggiavi solo, forse eri andato a farti un bicchierino con gli amici. Una volta ti ho salutato, mi tremavano le mani. Amavi il vino, l'amore, la vita, la compagnia. Vorrei avere un decimo della tua forza. Intervistato dicesti che la morte non ti spaventava, che ti seccava solo che un giorno non saresti potuto più andare a bere con gli amici di sempre.
Già ti vedo, ora, controbattere San Pietro e dirgli "guardi, a me va bene anche qualche anno in più di Purgatorio, purchè ci sia un buon Chianti !"
Ma il tuo paradiso non vale per noi vivi, qui, e orfani.

22 agosto, 2010

Lesvos


Sigri è l'estremità occidentale di Lesvos, e l'isola tutta perde ogni verde più si insegue il sole. Una luna ocra è lo scenario dei molti chilometri che la separano dalla capitale, dal porto e dal verde appunto. Un piccolo porticciolo, una strana chiesa, una taverna rinomata. Al lato una spiaggia cui fanno da corona increspature di roccia. E un museo bellissimo, che descrive la formazione della "foresta pietrificata", inconsueto ed affascinante passaggio di stato che fossilizza tronchi di sequoia. Ed una collezione di fossili meravigliosa. Il tutto sulla cima di una collina, guidati da ragazzi preparati ed entusiasti, nel paese più lontano da tutto, con un vento sferzante che non fa sentire il sole bollente. La gentilezza delle guide è tipica un po' di tutti gli abitanti di Lesvos. Isola scarna, poco turistica, con oasi di divertimento tutto sommato di classe come in Skala Eressos, patria di Saffo e di tante coppie di donne che passeggiano, ridono, bevono in questo porto franco. Magari tanti anni fa essere qui - con la libertà di essere come si vuole - era una conquista. Oggi è un po' patetico trovare un mondo a parte, chiuso, atipico mentre tutto intorno sembra non curarsi proprio di loro - famiglie, bambini, preti ortodossi.
A Lesvos si trova il pesce, con un'equazione fin troppo facile ma mai scontata mare-pesce. Qui l'entroterra è il nulla, poche pecore si rifugiano sotto l'unico albero rimasto. Quindi aragoste e triglie, sul porticciolo di Sigri. O da Kostas, patron del Sardeaas, sulla bellissima spiaggia di Skala dove il tramonto dipinge una porzione di cielo di colori cangianti, fino a lasciar spazio ai riflessi della luna sulle piccole onde.
Sulla strada per Molyvos, su di una collina appartata immersa negli ulivi, Aghia Paraskevi accoglie il museo dell'Olive Press, antica cooperativa di frantoi affossata dalla dittatura, dopotutto erano socialisti, e poi rinata come bellissimo museo multimediale sul processo di estrazione dell'olio. La strada prosegue tra olivi a perdita d'occhio, costeggiando, come un miracolo nel nulla, il ponte medievale a schiena d'asino di Kremasti, perfettamente conservato.
Dietro il profilo di Petra, con la sua "casa nella roccia", appare Molyvos, un gioiello paesaggistico, sottomesso al forte genovese a cresta di gallo. Le case di mattoni e ferro battuto si avvolgono attorno al monte sul mare, il porto è incastonato nella rada e i mille negozi e locali non riescono ad intaccarne più di tanto il fascino. Poco più ad est, le hot spring di Eftalou, sorgenti sulfuree sulla riva del mare che guarda la Turchia sono uno strano fenomeno, caldo nel caldo, anche se il forte vento che increspa il mare oggi ne mitiga la potenza. Lontano, dalla spiaggia rossa di Tsonia, seduto sulla spiaggia mangiando uno sgombro, non invidio la nave da crociera che taglia l'orizzonte puntellato dalle piccole isole dell'estremo nordovest.
Il resto è tutto nella meravigliosa strada che da Skala Sykameneas torna verso Eftalou, mentre le note di Fabrizio scaldano il cuore, gli occhi. E la costa sembra azzurra e verde, francese, poi tutto il mediterraneo converge in Sidun - Palestina, Genova, Sardegna si rincorrono e convogliano in una nota. Perché così è l'estate. Quando finisce converge tutta in un punto, nero e fondo, denso di ricordi da dipanare quando di tutto quello che è stato rimarrà solo la nostalgia.

Samos


Ieri Ghibli non c'era porta che lo fermasse, lui soffiava e soffiava. La notte sembrava giorno. Oggi, alla pace di Limnionas, piccola baia chiamata anche das Ende der Welt, mi ritorna in mente il cameriere della Taverna Sophia, a Platanos, unico luogo a detta di alcuni al fresco in giornate anche torride. Si sale e scende per due strade differenti, entrambe segnate da vegetazione molto varia e da viti di uva di Samos, bassa, verde intensa, carica ora di uva da vendemmiare. Un tempo era l'uva più buona del mondo. Da Samos arrivava il vino per gli imperatori. Antonio e Cleopatra qui vennero in viaggio di nozze. E l'isola era e rimane gentile, non c'è un albero uguale all'altro, dicono qui. Perché Samos un tempo era terra unita all'Asia. Qui hanno ritrovato resti di tigri ed elefanti. Ora altre belve la invadono, anche se l'isola gentile in fondo non permette saccheggi, si mantiene ordinata e composta. Il cameriere, dicevo, parla uno stentato italiano. Ha gentilezza d'altri tempi. Cammina a stento. Il mangiare è buono, semplice ma saporito. All'ombra dei platani è fresco, ma oggi è una giornata clemente tutto sommato. Ieri la spiaggia di Limonakia era un forno alimentato da un vento bollente. La mattina ci eravamo svegliati immersi nella nebbia e la baia che introduce a Vathy era tutta una grande nuvola calda. Al Museo Archeologico, peraltro bellissimo, non c'è aria condizionata. Come in quei posti dove vai, muori di caldo e ti dicono "questo caldo è eccezionale". Il Kouros di Samos, statua imponente di 5 metri domina il tutto ed è segno della strapotenza samiota del tempo. I gioielli sono raffinatissimi. Così le iscrizioni, quasi miniature. Samos è isola fine, lo si vede dalle case. Non ha l'uniformità di altre isole ma ognuno sa farsi la casa con gusto. Il cameriere ci porta un caffè greco, le mie labbra hanno ancora ora della polvere di chi non ha la pazienza di attendere. Dicono che chi conosce l'italiano è perché  ha fatto la guerra. Non so se è così, ma a guardarlo bene questo signore dalle mani forti e dal sorriso sincero potrebbe in effetti avere novant'anni. Ci aspetta al varco del parcheggio per restituirci una guida dimenticata. Qui, all'ombra dei platani, al fresco, oggi è proprio un giorno fortunato.

03 agosto, 2010

Ruse.


Ruse è Buenos Aires, Genova, un po' Vienna nella meravigliosa facciata del Teatro Lirico, città grande e ora decaduta, che ritornerà grande. Il grande padre Danubio le fa da spalla gigante e forte. Ritrovarlo dietro un vicolo e vederlo aprirsi sconfinato, contrappuntato di battelli e macchie di verde mi riporta improvvisamente a quando, bambino, vedevo il Po dal ponte d'acciaio della ferrovia, nella campagna dei miei nonni. Le stesse chiazze delle piccole correnti, simili colori, i pontili. Ruse è piena di ragazzi. Il mare è lontanissimo, il caldo è torrido e di là dal ponte c'è la Romania, che per i bulgari non è certo l'America. Non resta che passeggiare lungo le strade, ridere, fra milioni di moscerini, o accompagnare il cane sul lungofiume. O lavorare ai mille cantieri per riportare in vita quello che era un gioiello poi affossato dal realismo forse storicamente anche appropriato, della grande industria. Eppure gli abitanti ci tengono a dirlo: il Danubio li porta a Vienna, a quello stile architettonico, i ragazzi sono vestiti alla moda, eleganti. Il grande fiume non è più la via per portare acciaio a chi non lo vuole più da almeno trent'anni. Città cosmopolita e come tale intelligente, simpatica. Perché l'intelligenza è una capacita adattiva, che nasce dalle differenze.  Tutti parlano un corretto inglese, miraggio nell'interno o nella campagna fino a ridosso della città. Ed ora qui con i piedi quasi in acqua, mentre alcuni marinai progettano viaggi e riconversioni, vedo il corso del fiume, lo ricordo appena nato, sgorgare a lato del Reno nella Foresta Nera. Ne rivedo la forza immutata dopo tanto percorso. E ne immagino il suo correre e il gioioso fondersi nel mare, ad indicarmi la via. 

02 agosto, 2010

Plovdiv e Veliko Târnovo.


Veliko Tarnovo si dipana tra rocce e spuntoni, un fiume ricurvo, ed appare al termine di un viaggio lunghissimo con attimi di disperazione - in Bulgaria le strade sotto il limite della "statale" sono belle ed impossibili, buche enormi ti attendono improvvisamente, rendendo il percorso imprevedibile. Una statale passa fra i monti e sbuca nella valle opposta. Qui è il nord, quello che si specchia nella Romania. Una fortezza domina la cittá, possente giro di mura di Tzarevetz, roccaforte di quando Tarnovo era capitale, quasi mille anni fa. All'estremo est una torre ha ospitato la breve prigionia di Baldovino I di Fiandra e Costantinopoli, crociato reo di aver osato aprirsi l'Impero Latino al mare in quel di Tessalonica. Catturato dai greci e affidato allo Zar Bulgaro come mai si aspettava di finire ? L'altro estremo, aspro, è una rupe dalla quale finivano altre non precisate vittime. Sovrasta il tutto una chiesa con affreschi ottocenteschi, curiosi e tutto sommato belli, anche se citando Hegel, non fanno certo "piegare le ginocchia". Il lato basso della cittá ospita un mercato all'aperto di oggetti d'artigianato, piacevole reticolo di strade. Un antiquario ha oggetti interessanti e qualche busto di Lenin e Stalin. La fortezza ha subito un restauro nel '33. Le scritte sono in bulgaro e tedesco. In me un pensiero un po' agghiacciante, ma va bene così. Qui la terra ha sempre subito, oppure semplicemente non ha saputo scegliere bene.
Plovdiv l'avevamo lasciata il giorno prima, accaldati in una sera che non prevedeva apparentemente tramonto e calo di temperatura. La mattina seguente la sua periferia è costellata ds palazzine con grossi numeri di identificazione su una delle facciate. È il programma di stanziamento, la Bulgaria industriale e socialcomunista. Non tanto diversa dal Tuscolano di Fanfani. Solo che la nostra economia è dieci volte superiore, noi, che abbiamo costruito dopo il boom quartieri come lo Zen o i Ponti del Laurentino. La città di Plovdiv in fondo è tutta nella collinetta quasi introvabile, cui si accede da un gomitolo di strade che loro chiamano "la trappola". Si sale per un pavè che si fa successivamente asprissimo di pietre grosse e distanti. Passeggiarci è disagevole ma molto bello. Su fino alle rovine di un insediamento tracio quasi invisibile. Di lì il panorama verso i dintorni di palazzi alti e piani abitativi è il segno dei tempi, delle distanze, delle necessità. Plovdiv assomiglia a Napoli nei suoi vicoli, ma è senza mare. Cittá di case museo, di artisti, di gente gioviale. Il mare qui in Bulgaria è miraggio lontano e nero. Ci si arriva da direttive lunghissime, costellate di soste in aree di servizio o taverne in cui non conoscono una parola di inglese. Viaggi così, incrociando auto enormi e vecchie che colgono erba sul ciglio della strada. Se sei fortunato, in lontananza, in qualche sobborgo rurale, puoi vedere, tra le rovine ricostruite di quartieri improbabili, il luccichio di un vestito da sposa, di una festa in un'aia.

31 luglio, 2010

Rila.


L'incanto di Rila arriva dopo trenta chilometri infiniti di strada di montagna. All'ingresso pullman di turisti lasciano presagire, se non l'assalto, perlomeno la non esclusività del luogo. Che di per sè è sacro, te ne accorgi appena varchi la soglia della chiesa interna, in un cortile amplissimo e decorato da colonne e patii con colori alabastro e rosso vermiglio. In un'opzione di commozione acquisto una candela rituale, la accendo per i miei morti, di fronte ad un'iconostasi che certo nasconde i misteri, ma lo fa con una maestosità mai vista, di intagli, oro, figure in icona. La commozione suggerisce a chi è con me un abbraccio di consolazione. Un frate ci raggiunge e in bulgaro comincia a parlarci minacciosamente. Ha notato l'abbraccio, lo mima e pensavo ci invitasse a tenere comportamenti più "discreti". Non che la cosa non mi facesse ridere. Invece no. Il burbero mi afferra per un braccio e mi sposta portandomi verso l'uscita della chiesa. La punizione è che dobbiamo proprio uscire. Chiedo spiegazioni. Gli altri turisti sono imbarazzati. Ma nulla. Piantona l'uscita blaterando in bulgaro. A me sembra pazzo e decido di non reagire. Anzi, mi viene un po' da ridere. Forse, penso, sapeva che stavo scrivendo uno spettacolo sul potere. Ma decido di non avere i suoi estremi per un eventuale casting. 
Dopo l'episodio il monastero Patrimonio dell'Unesco ci appare sotto diversa luce. È inevitabile. Per fortuna che un'immagine della strada percorsa all'andata ci era rimasta in mente. Un piccolo albergo sul fiume, cordiale, che ritroviamo, e che invita alla scrittura riconciliandomi con la natura vera, quella del rumore dell'acqua e degli alberi, degli abbracci. 

Sofia, II


Una donna prostrata ed immobile sulla tomba del beato Serafin, nella cripta della chiesa russa di Sant'Ivan è l'immagine di Sofia. Di giorno le chiese sono piene di pellegrini in fila per la benedizione di qualche Pope o per baciare qualche reliquia. In un paese ex-comunista la chiesa sembra l'unica forma di aggregazione. La società è assente. La gente cammina per strada come se avesse altro da fare, sempre. Le guardie hanno sempre moglie o amici di fianco in visita. Anche loro non guardano gli altri. Microsocietà che camminano, si sfiorano. Auto lussuose dai vetri oscurati sfrecciano nei boulevard stile parigino- il centro vero di Sofia è monumentale. Molto verde. In fondo tutto potrebbe essere piacevole. Le strade sembrano colpite da bombardamenti, fatta eccezione per Tsar Osbovoditel, ornata di pavé ocra. Sofia è gentile, nel museo della cripta di Aleksander Nevski una Madonna gentile, in icona, regge una rosa sempiterna, e accanto un Gesù bambino con la faccia da adulto. L'occhio di un angelo è quel che rimane di un affresco. Come fanno a dire che è un angelo ? Come guardano gli angeli ? Un guardiano intento al sudoku ci lascia fotografare meraviglie in oro e bronzo nelle sale del Museo Archeologico. Pratica aborrita dalla guardiana della metafisica Rotonda di San Giovanni, che ci grida e ci indica il cartello della multa (in euro...). Sofia è gentile in fondo, la polizia sembra innocua e verso sera in un boulevard stile champs elysees ci si ferma in un dehors liberty a prendere un the. Assieme a tutti i giovani della "Sofia bene". I giovani, cosa faranno per questa città ? E quante cose andrebbero fatte ? Ne avranno la forza o la loro aspirazione è comprare l'ultimo modello di Nike ?in fondo loro hanno sofferto il giusto, nè molto nè poco  ora stanno bene anche se intorno tutto crolla. Da dove dovrebbero trarre la forza per reagire ? Salutiamo il mattino seguente la bella Sofia dall'alto delle sue colline residenziali che come uno scrigno quasi inaccessibile custodiscono il tesoro della minuscola Chiesa di Boyana. Gli affreschi sono commoventi, il bizantinismo sembra quasi superato ed è stupefacente vedere scene quasi giottesche in affreschi del 1200, e così ad oriente. E' il saluto di Sofia, il dentro quasi introvabile dei tesori più preziosi, fuori dal suo centro. Fuori, dentro, direttive che ti portano oltre il dato visibile. Ad immaginare altro, e perché no, un futuro. Per Sofia, e le sue strade, distrutte da una guerra mai scoppiata. 

29 luglio, 2010

Sofia, I


Sofia è dentro, fuori è il nulla, nè cornicioni e facciate slabbrate potrebbero mai evocarti in alcun modo quel che troverai all'interno. Timidezza, senso del pudore comunista, in una nazione così religiosa. E rivoluzione capitalista, che modifica il privato, lasciando marcire il circostante. Capita di trovare una boutique elegantissima con davanti un marciapiede impraticabile. Il capitale è arrivato eccome. Chissà quanto rimane. Uno sviluppo atomico, qui e là. Se hai la fortuna che una grossa holding si compra il pianoterra, il tuo primo piano diventa una dimora di lusso. Sennó rimani quel che sei, con il tuo stipendio da 100 euro al mese. 
Eppure c'è vita. Il cortile di Manastirska Magernitsa, ristorante tipico, si apre sontuoso. Il servizio è gentile e professionale, il menù tipico e curioso. Mezza bottiglia di No Man's Land, rosso mezzo greco da Cabernet e Merlot è il consiglio del cameriere. Buono, ma il nome è evocativo e in me risuona come l'inizio di un viaggio, di una dislocazione. 
Il mangiare è buono, ricco di spezie e nitido. Al ritorno percorriamo tutta la via dello shopping, con i marchi più celebri a rincorrersi. Se lo stipendio medio qui è un decimo dell'Italia non sarà difficile immaginare quanto poco tutto questo è dedicato ai bulgari. Poveri qua e lá controllano cassonetti, altri bevono. Pochi ricchi prendono un drink in bar semivuoti. La città ora sembra scomparsa. Si apre nella piazza di Santa Sofia, cui fanno da contorno grosse insegne di istituti bancari. La gente non c'è. Forse fugge dalla città per il freddo. Forse semplicemente è in casa, senza soldi da spendere, ad ubriacarsi di Rakia low-cost, sognando che il Capitale si fermi un giorno anche sotto il loro cuscino.

02 giugno, 2010

Per Isabella e gli altri italiani.

Nonostante lo stralcio alla Finanziaria, che altro non vuol dire se non che saranno ridiscussi per essere poi approvati, i tagli alla Cultura nel nostro paese sono evidenti, notevoli, letali direi. Vengono soppressi 232 enti, molti dei quali vivevano unicamente di contributi, nell'ottica di una semplificazione, aggiustamento, ristrutturazione che a prima vista potrebbe apparire come utile al risanamento delle nostre casse.
Il problema è che ai tagli non corrisponde una diversa strategia: chessò, tolgo finanziamenti ma miglioro le strutture, la pubblicità, o abbrevio le procedure fiscali, amministrative dei Teatri o dei Musei. Niente di tutto questo. E' solo un affossamento generalizzato, nell'ottica di rendere il Teatro o la Cultura un bene di lusso, con prezzi che aumenteranno di un'entità pari ai tagli (ricordiamoci che i tagli operano su di un programma spesso già delineato, su contratti già firmati, per cui se una certa coproduzione costa tot, tot il teatro dovrà pagare, e di conseguenza aumenterà il biglietto).
L'idea alla base è quella di limitare gli sprechi, ma ancora più a fondo è quella di togliere allo Stato il ruolo di mecenate di attività non direttamente redditizie. Non è contemplato il senso di redditività indiretto, umano, il valore culturale nell'ottica del miglioramento della qualità della vita. In filosofia, da 2500 anni esiste la Quantità e però anche la Qualità...Se un Parco ha entrata gratuita ma difende l'habitat degli orsi, lo Stato deve sostenerlo ? In che modo un orso dovrebbe essere "produttivo" ? Se un museo si occupa di un argomento impopolare ma è l'unico al mondo a farlo - e di conseguenza ha pochi visitatori, va soppresso ?

Assistiamo ad un rinvigorimento del senso di Stato, da parte di questo governo: lo Stato non si contesta, lo Stato è incarnato dal nostro Presidente, che addirittura ha troppo poco potere. Troppi lacci. Poi però sulla cultura si abbatte la scure liberista del profitto: non produci ? soppresso. Lo Stato non esiste, esiste solo la produzione. Rimpolpando, se mai ce ne fosse bisogno, quell'adagio ormai consolidato secondo cui la sinistra conserva e la destra innova. Un sovvertimento che confonde non poco.

Il Teatro Metastasio di Prato, diretto da anni da Federico Tiezzi, cambia gestione. Finalmente un uomo del potere alla direzione, appena in tempo per dichiarare in conferenza stampa che i tagli del 45% al Teatro propinati dal governo sono giusti, sacrosanti. Non basta promuovere un'idea, ci vogliono anche i mediocri al posto giusto.

L'idea dei tagli è questa: guadagno 1000 euro al mese e ne spendo 500 per mangiare. Il mese prossimo ne spenderò 200 così sarò più ricco. Ma non sarà invece solamente che avrò mangiato di meno ?
I tagli alla Cultura, alla Scuola, infine, non vanno però di pari passo con i miliardi che l'Italia spende ogni anno (l'equivalente di una Finanziaria intera) per sostenere le iniziative belliche in Medio e centro Oriente. Sono strategie, anche queste. Uno Stato forte, militare, con la scorza dura e un gran vuoto dentro.

08 maggio, 2010

The Shining Room 237 Clip

24 aprile, 2010

The dying Blues.


Si sente lontanissimo, in chiusura, un "That's gonna be the one, isn't it?". E' quella buona, insomma. Possiamo dire di sì, In my Time of Dying, perla del sesto album dei Led Zeppelin, è una long track, session di ritmi e urla che concentra in sè cento anni di storia della musica.
Mai John Bonham ha suonato così, ha potuto suonare così. Di fatto nessuno suonerà mai più con questa forza, varietà ritmica, cambio continuo, alternanze tra battere e levare. Sembra che dialoghi con Page in modo speciale, oltre le possibilità di immaginazione. Ti immagini che il rullante stia per essere picchiato lì ed invece no. Tre quarti, no, quattro, due, ma senza la ricercatezza formale del Progressive, spesso fine a se stessa.
Lode, inno, lamento, preghiera che scivola via tra note e loop, slides e echoes. A 2:22 Page fa il verso all'autore (di fatto al primo interprete, il brano è di origine sconosciuta, popolare) Blind Willie Johnson. A 3:25 comincia il miracolo ritmico, amplificato a 3:46 da una scansione quasi inverosimile, dove la cassa batte tutti i tempi, mezzi tempi, assieme al fretless di John Paul Jones, con evidente suono da plettro. L'assolo di Page scivola tra vari registri, ma non è, come spesso accade ai Led, il centro del brano. Il centro è lui, Bonham, che picchia e picchia in attesa del terzo cambio, dopo una ripresa del refrain, con uso di charlie aperto degno di Copeland. A 7:21 comincia a lasciare andare le mani, le suona lui, non più gli altri assieme a lui, o forse sono solo gli angeli neri che serpeggiavano tra le sue spire. A 10:20 è completamente fuori, oltre, tutti suonano per lui, sembra avere molte mani e piedi, tutto cresce, sta per abbandonarsi. Difficile immaginare che un agitato lamento di inizio secolo si sia definitivamente incarnato in un batterista dalla pelle bianca, quasi un secolo dopo che la slide da 4 dollari di Johnson cantava la disperazione dei deportati africani. In Bonham l'Africa è superata, reintegrata, e così la nuova America e qualunque etnia, popolo a venire. In John Bonham, in questo brano, muore il Blues. Si trasfigura, rivela quello che era. Come la scimmia percuote il suolo con l'osso trovato a terra per poi gettarlo in aria, in Space Odissey, così Bonham prende le redini del Blues, le percuote, ne fa tonfo, tamburo e le trasfigura. Le rende opache antichità.

Il 24 settembre del 1980 John Bonham parte per un tour con il gruppo, si ferma ad una stazione di servizio e beve quattro quadruple vodka. Nel pomeriggio si addormenta per non risvegliarsi più. Ha 32 anni. La lapide della sua tomba riporta "Goodnight, my love", voluto dalla sua amata Pat Phillips. Da quel giorno i Led Zeppelin si sono sciolti.

06 aprile, 2010

Invictus

Violando il castigo di un’influenza esco, per andare a vedere l’ultimo film di Clint Eastwood, Invictus, dedicato alla figura di Nelson Mandela. Non ho prevenzioni di sorta, conosco Eastwood, lo apprezzo, a volte lo odio, ma sempre con un odio, per così dire, rispettoso. Ho trovato Gran Torino bellissimo e so di essere incline, anzi quasi assuefatto ai filmoni celebrativi, mi piacciono.
Invictus però in fondo non è una celebrazione. Le parole di Mandela-Freeman - ad una meravigliosa prova di attore - posseggono sempre il tono dell’oracolo, ma sono anche molto emozionali. Tutto il film lo è. Le riprese camera a mano delle partite di Rugby, velocissime, senza mai perdere un istante il fuoco, sono fantastiche, ti sembra di essere nella partita, altro che 3D. Matt Damon è anche bravissimo, nel ruolo del capitano della nazionale sudafricana che, attraverso un disegno ben definito di Mandela stesso, riesce nell’impresa di vincere il campionato mondiale di Rugby, sovvertendo ogni pronostico e riuscendo in questo a ridefinire l’unità di una nazione. Al predominio dei bianchi non voglio sostituire quello dei neri, dice Mandela. I volti degli attori, anche minori, si stampano nella mente, così come il bellissimo sorriso della domestica di Damon, nera, che quando sa che il suo figlioccio andrà per un the dal Presidente gli dice di ricordargli che gli autobus costano ancora troppo e viaggiano in ritardo.
Le megalopoli di baracche dei sobborghi di Johannesburg sembrano gli accampamenti del dopo terremoto aquilano; diventano, nel film, teatro delle lezioni dei rugbisti ai bambini poveri neri degli slums, in un momento emozionante e divertente del film.
Eastwood sa colpire al cuore. Lo fa da vecchio che non ha altra fiducia che in se stesso, “padrone della propria anima” come recita un adagio del film. In questo personalismo lascia in secondo piano il Movimento, le collaborazioni, anche se il team di Mandela appare nel film come fondamentale per la storia e la vita del Presidente. Ma è l’uomo, il singolo ad avere sulle spalle il destino del mondo. Ideologia non è la parola giusta, è più un credo da antico colono, da New Frontier, in fondo lo ha proclamato anche Obama. In questo almeno, destra e sinistra lasciano spazio all’intelligenza e al futuro.
Anche in Italia un presidente ha acquistato una squadra di calcio. Siamo lontani dal “calcolo umano” di Mandela di far rivivere l’orgoglio di una nazione unita attraverso le gesta di una nazionale vincente. Qui da noi il presidente ha capito che nella cabina elettorale ci saremmo posti il dubbio se votando per lui il Milan avesse avuto più chances e viceversa.

La liberazione di Mandela fu uno degli ultimi eventi cui assistette mio padre, con sua grande gioia. Ora, con gli occhi ancora lucidi, mi sembra di rivedere la sua soddisfazione nel leggerlo da un giornale. Non fu proprio l’ultimo episodio importante della sua vita. L’ultimo fu l’omicidio di Paolo Borsellino, tanto per rimarcare le differenze.

30 marzo, 2010

Polvere.

Gli esiti dell'ultima tornata elettorale sono sotto gli occhi di tutti. Non mi sembra ci siano grandi vittorie o grandi sconfitte. Si partiva da una situazione senz'altro falsata, in cui 11 regioni su 13 non rappresentavano l'indirizzo politico nazionale. Ora l'equilibrio è maggiore. Da un certo punto di vista meglio così. Governare è anche mettersi alla prova, maturare consenso ma anche dissenso. Non va d'altronde sottovalutata neanche l'evidenza con cui si presentano alcuni dati.

In primo luogo l'impatto della Lega in Piemonte, regione con grosse spaccature interne, in cui a zone di grande presenza popolare ed operaia si alternano a zone alto borghesi e con scarsa densità. Regione in cui la fa da padrone un Chiamparino acclamato sindaco di Torino che però non riesce a veicolare consenso a favore della Bresso. Una sconfitta pesante che colora di verde tutto l'arco settentrionale e rende praticamente impossibile aggirare un confronto con la Lega. Checchè se ne dica, Berlusconi esce con le ossa rotte da questa domenica elettorale: la destra vince dove sono forti i candidati di An o quelli della Lega. Politicamente è finito da tempo, eppure continua ad essere sfruttato per fini coesivi e di immagine, da gente "alleata" senza scupoli. D'altra parte dubito che si possa parlare di una vera e propria divisione dell'Italia se poi Venezia, Lodi, Mantova si confermano fortemente come città con un elettorato anti-lega. E dubito che, pur nel generale marasma a venire, un certo Renzo Bossi possa mai diventare Senatore.

Nel Lazio, dove la campagna elettorale è stata fortemente minata dallo sfruttamento dell'immagine negativa di Marrazzo e dall'intervento dei Vescovi, perentorio, sfacciato, disgustoso, direi - la polveriera Polverini saluta romanamente i seguaci della curva Nord e ringrazia però i montanari battistiani di Rieti e gli isolani frusinati, senza i quali non sarebbe dove è. D'altra parte fatico, pur nella stima generale verso la Bonino, in fondo donna della politica, una persona onesta, capace, fatico, dicevo, a considerare la Emma nazionale come una persona rappresentativa della sinistra. E qui sta il quid.
Queste elezioni non sono state vinte, sono state perse.

(Pur nello scempio che produce i suoi effetti, si legga così il voto campano o quello calabrese, regioni in cui l'infiltrazione mafiosa cresce di pari passo all'elezione di certe Giunte), il vero problema è e rimane la sinistra.
Mi chiedo: cosa vuol dire questa parola ?

La Polverini è una sindacalista, è figlia di quell'idea secondo cui i lavoratori vanno difesi senza preconcetti: da borghesi, da fascisti si può promettere un salario e condizioni migliori di lavoro. Un Marx boia chi molla, con tanto di Fez che va a braccetto con Ciarrapico e con i suoi operai licenziati. Ma l'Italia, la sinistra che ragiona, non ha le parole per spiegare che queste sono baggianate, coperture, iniziative di potere. Che i lavoratori si difendono con l'idea di stare dalla loro parte, non con i comizi e i dopolavori della Lazio. La Sinistra fallisce nel controbattere a questi prestanome del potere, che festeggiano con la mano tesa.
Si è concentrata sulle regioni che funzionano, quelle in cui pace sociale, sviluppo erano ovvi, vedi Emilia o simili. Una Sinistra del "tutto facile", del non rischiare laddove c'era bisogno. Che non ha i mezzi per contrastare le frane in Calabria, che non ha parole per condannare i farabutti Aquilani, che sono al loro posto, più forti di prima.
Una Sinistra che non riconosce che ad oggi Niki Vendola è il suo leader, la persona più intelligente, che arriverà a Roma...per poi immancabilmente distruggersi. Perchè anche a lui mancheranno le parole giuste.
La finalità della politica è la sua conservazione. Forse oggi la più grande scommessa è togliere potere alla politica, farla rientrare nelle iniziative comuni. Le leggi ci sono, l'unica cosa che si può chiedere è la trasparenza, l'informazione. Per fortuna che c'è Berlusconi a garantirla.

Non so, mi sento svuotato. Mi aspettavo tutto questo. Mi sento come chi teme che un muro crolli, ma non ha modo di tenerlo su. Confida, prega che non accada, ma è senza strumenti.
La Sinistra è fatta di parole, di vento. Ha ragione, sempre. Ma una ragione che non serve a niente.

07 febbraio, 2010

Osteria Francescana, Modena.

Varcando la soglia dell'Osteria Francescana, nome ironicamente paradossale, ma in fondo non molto - il primo impatto lo si ha con un maitre di colore, super elegante e con una casa labirinto densa di libri ed opere d'arte contemporanea, pur nella sua leggerezza amplificata dall'uso di colori chiari e tenui. Al tavolo un ampio menu dal quale scegliamo la digressione "sensazioni", sicuri che sarà la più completa ed ispirata. Arriva di lì a poco lo chef in persona, Massimo Bottura, occhialini e faccia da bimbo divertito. Cerca un rapporto con i commensali, a suo modo è psicologo, devi dargli input, per vedere dove immagina di portarti. Gli dico che nel mio menù vorrei ci fosse l'omaggio a Thelonious Monk, lui afferra e promette - il menù scelto non recava piatti, era un completo affidarsi.   Tornerà più volte a ricevere commenti, senza invadenza, presenterà anche un piatto - quel Pane, burro e alici che è un assoluto capolavoro. Il rapporto è creato, mi dico, ora concentriamoci. Non prima di aver ricevuto consigli sul vino, ammirato una carta ricchissima, ed osservato il sommellier compiere riti per servire al bicchiere degni di un rabbino durante il mikvah. Berremo nell'ordine un cru di Traminer di Lageder, notevole, un Albana super bio, un cabernet cileno che pareva un brandy, un Torcolato romagnolo. Tutti assaggi di grande spessore. 
Ma è l'avventura dei sensi che prende piede, il benvenuto è una

Tempura istantanea, gelato di carpione di aceto rosso ed erbe

in cui il croccante di una spuma tempurata e il ghiacciato del gelato ricostruiscono il carpione della nonna - pesciolini fritti e messi sotto aceto. La sensazione ti rimane per dieci minuti buoni. È una caratteristica di tutta la cucina di Bottura, il cosiddetto "finale", la persistenza aromatica. Per questo è giustificato il ritmo non velocissimo nella successione dei piatti, anzi a volte vorresti che il prossimo arrivasse anche più in là. Segue un 
 
Dentice grigliato in astratto, bottarga, olii essenziali, acqua di pomodoro e polvere ghiacciata di mozzarella

dove il pesce crudo condito leggermente in un velo di caprese si fonde con gli aromi che emana la svelatura della cupoletta calda - altro rito. 

Poi uno dei capolavori, 
 
Pane burro e alici

piatto semplice e complessissimo, in cui la tecnica stupefacente - un involucro farinoso che si scioglie con varie texture di alici e una base di burro sciolto - non è fine a se stessa, ti riporta anzi al panino originario della merenda d'estate da piccoli. Caratteristica fondamentale di qui, il rimando al passato, il gusto proustiano per una madeleine salata, tunnel a ritroso.

Segue un altro vertice, il
 
Riso grigio e nero



in cui il carnaroli è cotto in acqua e mantecato solo con ostriche Fines de Claires e colmato al centro, come "esponente", da un cucchiaino di caviale. Niente grassi, sembra di mangiare il mare, i cicchi di riso sono micro ostriche, il caviale espande il sapore all'inverosimile. 

Secondo richiesta arriva l'

Omaggio a Thelonious Monk



cioè un merluzzo nero su brodo katsuobushi al nero e la sua pelle spolverata di ricci essiccati, con consiglio di mangiarla - come la pelle di triglia fritta di Berasategui. Qui siamo a quei livelli, la complessità aromatica qui è però concentrata, oscura, si mescolano tutti gli elementi nel cervello, il pesce, che si scioglie letteralmente, diventa elemento fra gli elementi e il nero rimane nel piatto e macchia, cosi come la musica di Monk macchia l'anima. È un'altra cucina, Bottura è oltre. Come Platone, parte da un'idea e costruisce gli elementi. Gioca con costruzioni vertiginose, elemento su elemento, oppure li compone assieme per dire qualcos'altro. È strano che a questo punto si interrompa un iter con un cucchiaio massivo e pesante - ovviamente solo in apparenza, il 
   
Cucchiaio di porri, tartufo nero, sale grigio di Cervia e scalogni. 

Come Colombo si è arrivati a terra. È pazzesco come la composizione di materiali "pesanti" se non altro aromaticamente dia un risultato così leggiadro. Ci prepariamo ad uno dei divertissment di Bottura, il 

Croccantino di foie gras, aceto balsamico tradizionale di mele, nocciole Piemonte



anche qui transregionalità e richiamo all'infanzia, alla spiaggia, al croccantino - si mangia con tanto di bastoncino, è freddo, ricorda il biscotto di gelato di parmigiano di Adrià-Cedroni - con il complemento essenziale di un Balsamico tradizionale prezioso. Divertimento ma anche gusto, qui traslato, un "mangi qualcosa che è altro". 
Ci arriva come una sorpresa uno dei caposaldi della Francescana - qui il nome gioca con salubrità territorialità purezza, semplicità in fondo. Il

Sottobosco dopo una giornata di neve 



ovvero una spuma d'aglio dolce che copre e nasconde, come un manto di neve fresca un intingolo di lumache al prezzemolo e a strati, appoggiati lì sotto, polvere di caffè, nocciole, peperoncino, tartufo nero, acqua di porcini, amido di patate. Sembra di mangiare un bosco, di stare in un bosco. Le gocce di peperoncino e forse zenzero sono l'elemento geniale, danno l'acidità che fa reggere il tutto, che lo fa accettare. Richiama le cappesante al caffè di Berasategui, ma lì l'elemento burroso prevale e crea squilibrio, qui l'idea è invece chiara, netta, pur nel rispetto dei tanti componenti. Vale il viaggio. Potresti finire qui e invece arriva il 
  
Quinto quarto, un gioco. 

Per noi romani un'eco lontana alla cucina del popolo, qui un divertimento che forse andrebbe spiegato meglio, buono.  

Ultimo piatto centrale il 

Supercarpaccio di manzo, olio al peperoncino, pane aromatico, balsamico tradizionale, salsa Ponzu

in cui il carpaccio di manzo è sottilissimo, condito e sormontato da una salsa calda di soia versata al momento dal cameriere. L'effetto è di mangiare una bistecca, un cotto non cotto. Interessantissimo. 

Come pre-dessert arriva un piatto dai molti elementi giustapposti, nello stile del Deshielo di Adrià o dell'anarchia di Roca. È l'

Orto. Rapa rossa, caprino ghiacciato, germogli ecc...

un pullulare di sensazioni fra dolce e salato, verdure traslitterate, elementi che richiamano la caramella, lo zucchero cui la polvere ghiacciata di formaggio fa da contraltare ed espansione. 

Dolce al cucchiaio, servito su un piatto piano, il

Soufflé di patata americana con tartufo nero e crema bruciata.



Delizioso. Del soufflé non rimane nulla se non il senso tiepido del fuori dal forno, la creme brulè è accostata come elemento ulteriore, digressione, la patata contiene il tutto e il tartufo nero è abbondante e gradevolissimo. 

Come petit fours ci arrivano un 

Marshmallow alla Fava di Tonka



e dei 

Cioccolatini con mou salato, gelatina al frutto della passione, bignè, scorza d'arancia 

tutti elementi squisiti, mai stucchevoli, segno di tecnica assai elevata. 

La cucina di Bottura è essenzialmente "altro da sè". È in costante richiamo dell'infanzia, verso quell'immaginario divertito in cui mangiare era fonte di spensierata felicità. La tradizione è presente ma riconcepita, non per sfregio o esercizio di stile, ma per rappresentarsi come se stessi, per come si è ora.  Questo sforzo creativo e sincero allo stesso tempo si percepisce chiaramente. È infine una cucina ideale, che proviene cioè da un'idea - assomiglia all'arte pittorica, si ha a disposizione una tavolozza ma lo scopo non sono i colori bensì ciò che si vuol dipingere. La tecnica magistrale passa in secondo piano, si nasconde abilmente,  come il sottobosco sotto la neve, sotto la memoria.