
Ruse è Buenos Aires, Genova, un po' Vienna nella meravigliosa facciata del Teatro Lirico, città grande e ora decaduta, che ritornerà grande. Il grande padre Danubio le fa da spalla gigante e forte. Ritrovarlo dietro un vicolo e vederlo aprirsi sconfinato, contrappuntato di battelli e macchie di verde mi riporta improvvisamente a quando, bambino, vedevo il Po dal ponte d'acciaio della ferrovia, nella campagna dei miei nonni. Le stesse chiazze delle piccole correnti, simili colori, i pontili. Ruse è piena di ragazzi. Il mare è lontanissimo, il caldo è torrido e di là dal ponte c'è la Romania, che per i bulgari non è certo l'America. Non resta che passeggiare lungo le strade, ridere, fra milioni di moscerini, o accompagnare il cane sul lungofiume. O lavorare ai mille cantieri per riportare in vita quello che era un gioiello poi affossato dal realismo forse storicamente anche appropriato, della grande industria. Eppure gli abitanti ci tengono a dirlo: il Danubio li porta a Vienna, a quello stile architettonico, i ragazzi sono vestiti alla moda, eleganti. Il grande fiume non è più la via per portare acciaio a chi non lo vuole più da almeno trent'anni. Città cosmopolita e come tale intelligente, simpatica. Perché l'intelligenza è una capacita adattiva, che nasce dalle differenze. Tutti parlano un corretto inglese, miraggio nell'interno o nella campagna fino a ridosso della città. Ed ora qui con i piedi quasi in acqua, mentre alcuni marinai progettano viaggi e riconversioni, vedo il corso del fiume, lo ricordo appena nato, sgorgare a lato del Reno nella Foresta Nera. Ne rivedo la forza immutata dopo tanto percorso. E ne immagino il suo correre e il gioioso fondersi nel mare, ad indicarmi la via.
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