31 luglio, 2010

Rila.


L'incanto di Rila arriva dopo trenta chilometri infiniti di strada di montagna. All'ingresso pullman di turisti lasciano presagire, se non l'assalto, perlomeno la non esclusività del luogo. Che di per sè è sacro, te ne accorgi appena varchi la soglia della chiesa interna, in un cortile amplissimo e decorato da colonne e patii con colori alabastro e rosso vermiglio. In un'opzione di commozione acquisto una candela rituale, la accendo per i miei morti, di fronte ad un'iconostasi che certo nasconde i misteri, ma lo fa con una maestosità mai vista, di intagli, oro, figure in icona. La commozione suggerisce a chi è con me un abbraccio di consolazione. Un frate ci raggiunge e in bulgaro comincia a parlarci minacciosamente. Ha notato l'abbraccio, lo mima e pensavo ci invitasse a tenere comportamenti più "discreti". Non che la cosa non mi facesse ridere. Invece no. Il burbero mi afferra per un braccio e mi sposta portandomi verso l'uscita della chiesa. La punizione è che dobbiamo proprio uscire. Chiedo spiegazioni. Gli altri turisti sono imbarazzati. Ma nulla. Piantona l'uscita blaterando in bulgaro. A me sembra pazzo e decido di non reagire. Anzi, mi viene un po' da ridere. Forse, penso, sapeva che stavo scrivendo uno spettacolo sul potere. Ma decido di non avere i suoi estremi per un eventuale casting. 
Dopo l'episodio il monastero Patrimonio dell'Unesco ci appare sotto diversa luce. È inevitabile. Per fortuna che un'immagine della strada percorsa all'andata ci era rimasta in mente. Un piccolo albergo sul fiume, cordiale, che ritroviamo, e che invita alla scrittura riconciliandomi con la natura vera, quella del rumore dell'acqua e degli alberi, degli abbracci. 

Sofia, II


Una donna prostrata ed immobile sulla tomba del beato Serafin, nella cripta della chiesa russa di Sant'Ivan è l'immagine di Sofia. Di giorno le chiese sono piene di pellegrini in fila per la benedizione di qualche Pope o per baciare qualche reliquia. In un paese ex-comunista la chiesa sembra l'unica forma di aggregazione. La società è assente. La gente cammina per strada come se avesse altro da fare, sempre. Le guardie hanno sempre moglie o amici di fianco in visita. Anche loro non guardano gli altri. Microsocietà che camminano, si sfiorano. Auto lussuose dai vetri oscurati sfrecciano nei boulevard stile parigino- il centro vero di Sofia è monumentale. Molto verde. In fondo tutto potrebbe essere piacevole. Le strade sembrano colpite da bombardamenti, fatta eccezione per Tsar Osbovoditel, ornata di pavé ocra. Sofia è gentile, nel museo della cripta di Aleksander Nevski una Madonna gentile, in icona, regge una rosa sempiterna, e accanto un Gesù bambino con la faccia da adulto. L'occhio di un angelo è quel che rimane di un affresco. Come fanno a dire che è un angelo ? Come guardano gli angeli ? Un guardiano intento al sudoku ci lascia fotografare meraviglie in oro e bronzo nelle sale del Museo Archeologico. Pratica aborrita dalla guardiana della metafisica Rotonda di San Giovanni, che ci grida e ci indica il cartello della multa (in euro...). Sofia è gentile in fondo, la polizia sembra innocua e verso sera in un boulevard stile champs elysees ci si ferma in un dehors liberty a prendere un the. Assieme a tutti i giovani della "Sofia bene". I giovani, cosa faranno per questa città ? E quante cose andrebbero fatte ? Ne avranno la forza o la loro aspirazione è comprare l'ultimo modello di Nike ?in fondo loro hanno sofferto il giusto, nè molto nè poco  ora stanno bene anche se intorno tutto crolla. Da dove dovrebbero trarre la forza per reagire ? Salutiamo il mattino seguente la bella Sofia dall'alto delle sue colline residenziali che come uno scrigno quasi inaccessibile custodiscono il tesoro della minuscola Chiesa di Boyana. Gli affreschi sono commoventi, il bizantinismo sembra quasi superato ed è stupefacente vedere scene quasi giottesche in affreschi del 1200, e così ad oriente. E' il saluto di Sofia, il dentro quasi introvabile dei tesori più preziosi, fuori dal suo centro. Fuori, dentro, direttive che ti portano oltre il dato visibile. Ad immaginare altro, e perché no, un futuro. Per Sofia, e le sue strade, distrutte da una guerra mai scoppiata. 

29 luglio, 2010

Sofia, I


Sofia è dentro, fuori è il nulla, nè cornicioni e facciate slabbrate potrebbero mai evocarti in alcun modo quel che troverai all'interno. Timidezza, senso del pudore comunista, in una nazione così religiosa. E rivoluzione capitalista, che modifica il privato, lasciando marcire il circostante. Capita di trovare una boutique elegantissima con davanti un marciapiede impraticabile. Il capitale è arrivato eccome. Chissà quanto rimane. Uno sviluppo atomico, qui e là. Se hai la fortuna che una grossa holding si compra il pianoterra, il tuo primo piano diventa una dimora di lusso. Sennó rimani quel che sei, con il tuo stipendio da 100 euro al mese. 
Eppure c'è vita. Il cortile di Manastirska Magernitsa, ristorante tipico, si apre sontuoso. Il servizio è gentile e professionale, il menù tipico e curioso. Mezza bottiglia di No Man's Land, rosso mezzo greco da Cabernet e Merlot è il consiglio del cameriere. Buono, ma il nome è evocativo e in me risuona come l'inizio di un viaggio, di una dislocazione. 
Il mangiare è buono, ricco di spezie e nitido. Al ritorno percorriamo tutta la via dello shopping, con i marchi più celebri a rincorrersi. Se lo stipendio medio qui è un decimo dell'Italia non sarà difficile immaginare quanto poco tutto questo è dedicato ai bulgari. Poveri qua e lá controllano cassonetti, altri bevono. Pochi ricchi prendono un drink in bar semivuoti. La città ora sembra scomparsa. Si apre nella piazza di Santa Sofia, cui fanno da contorno grosse insegne di istituti bancari. La gente non c'è. Forse fugge dalla città per il freddo. Forse semplicemente è in casa, senza soldi da spendere, ad ubriacarsi di Rakia low-cost, sognando che il Capitale si fermi un giorno anche sotto il loro cuscino.