Sofia è dentro, fuori è il nulla, nè cornicioni e facciate slabbrate potrebbero mai evocarti in alcun modo quel che troverai all'interno. Timidezza, senso del pudore comunista, in una nazione così religiosa. E rivoluzione capitalista, che modifica il privato, lasciando marcire il circostante. Capita di trovare una boutique elegantissima con davanti un marciapiede impraticabile. Il capitale è arrivato eccome. Chissà quanto rimane. Uno sviluppo atomico, qui e là. Se hai la fortuna che una grossa holding si compra il pianoterra, il tuo primo piano diventa una dimora di lusso. Sennó rimani quel che sei, con il tuo stipendio da 100 euro al mese.
Eppure c'è vita. Il cortile di Manastirska Magernitsa, ristorante tipico, si apre sontuoso. Il servizio è gentile e professionale, il menù tipico e curioso. Mezza bottiglia di No Man's Land, rosso mezzo greco da Cabernet e Merlot è il consiglio del cameriere. Buono, ma il nome è evocativo e in me risuona come l'inizio di un viaggio, di una dislocazione.
Il mangiare è buono, ricco di spezie e nitido. Al ritorno percorriamo tutta la via dello shopping, con i marchi più celebri a rincorrersi. Se lo stipendio medio qui è un decimo dell'Italia non sarà difficile immaginare quanto poco tutto questo è dedicato ai bulgari. Poveri qua e lá controllano cassonetti, altri bevono. Pochi ricchi prendono un drink in bar semivuoti. La città ora sembra scomparsa. Si apre nella piazza di Santa Sofia, cui fanno da contorno grosse insegne di istituti bancari. La gente non c'è. Forse fugge dalla città per il freddo. Forse semplicemente è in casa, senza soldi da spendere, ad ubriacarsi di Rakia low-cost, sognando che il Capitale si fermi un giorno anche sotto il loro cuscino.
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