Per chi vede Genova non dal mare, come suggerisce un suo saggio paroliere, la visione è, ovviamente, il mare. Complice una giornata senza ma, ci si presenta come un’immensa distesa punteggiata da qualche rara petroliera o nave da crociera. Barche da diporto poche, sono in rada ad attendere l’estate, quella vera, da calendario, non quest’accenno magari ingannevole. Genova non si fida del suo mare.
La città si apre nei grandi viali, nei palazzi bellissimi, ma tutti alti, anzi altissimi, perché si possa vendere, per alcuni, la possibilità di vedere il mare. E controllarlo come una volta contro i Pisani.
Le nostre attività sono a Nervi, o meglio a Sant’Ilario, paesino noto per la sua celebre immaginifica eroina. L’impressione è che qui a Sant’Ilario, divenuta ora collinetta storica con affaccio sul mare da brividi, successione dolce di ville e piccole piscine, di siepi di rosmarino e di piccoli alberi di limoni, le cose siano un po' diverse rispetto a un tempo. Lì abita Beppe Grillo, ci dicono, e i Mantovani, quelli della Samp. Il calcio rientra nel bar della milonga, dove un genoano due parole tre belìn ci ricorda con gioia che la Roma sta battendo la Sampdoria, la squadra dei ricchi. Ma questo Genoa di una volta, i marinai, le bettole, le puttane nelle strade strette che devi scansarti per passare, le focacce vendute per strada, tutto questo ho l’impressione che non ci sia più. Non ho occasione di andare a Via del Campo, mi dispiace moltissimo. Ma forse avrei visto solo una targa e una via.
Genova è una grande città moderna. Non poteva essere altrimenti. L’implosione è divenuta esplosione. Grazie anche ad una gestione politica ed urbanistica di quella stagione bella di rinascita delle grandi città italiane. E ora, la ricca Genova, solida e tranquilla vorrebbe affidare ad altri la sua gestione, altri che ne raccolgano, come si usa, i meriti. E’ piena di manifesti azzurri in cui candidati sereni dicono alla città “non ti turberemo”. Continuità e pigrizia. Anche il mare quando batte sulla riva è gentile. Si può quasi mangiare con i piedi sull’acqua. Tranquilla Genova. Fotografo i flutti, in riva e mi sembra di pettinare con le dita i riccioli di un Botticelli. Come se l’ansia del mare si riconoscesse e placasse sulle rive. Più su, le creuze non conducono più al malfamato, ma all’agriturismo da ricchi, dove il pesto sa di un basilico, questo sì, di altri tempi.
Genova del tango poi, si raffigura francese, o parigina o anche direttamente argentina. E’ una città che ha avuto tutto. Dimmi un grande personaggio del Tango e ti dirò “c’è stato”, mi dicono. In questo la provinciale Genova non sa nascondersi, neanche sotto l’aspetto cittadino di chi dichiara che ormai ha visto tutto. In milonga i genovesi sono cordiali e simpatici, però con una svogliatezza strana di chi ha già ballato il tango più bello. Attenti ma delusi, produttivi ma assonnati. Sembrano Savoia appena svegli.
Tanto poi c’è il mare. Quello che si vede dalla terrazza della milonga, in cui il gran Pavese di un dodici metri disegna strali di luce che vorresti seguire fino a perderti, di qua verso il monte di Portofino o di là, verso le luci della grande Repubblica. L’ultima milonga è pro forma, e quando hai caldo ti affacci a prendere l’aria del mare, da una piccola finestra della vetrata. Ti passa sul viso, come questi giorni, o forse poche ore di cui hai già rimpianto. Perché i giorni sono pochi, e quasi avresti voluto stufartene, di tanta bellezza.