Dubroivnik accolti da una signora che ci apre la casa con frutta e vino, non come si apre il mare, solo a tratti. E' restio. Le pochissime spiagge sono affollate, come fossero oasi nel deserto. Noi, viandanti, attraversiamo scenari rosa e lilla e verdi. Un po' sardegna un po' liguria, in questo angolo di Mediterraneo carico di storia ma in cui la storia a tratti si deve dimenticare. Qui era guerra, fino ad un lampo fa. Una guerra assurda. E nell'abbraccio del patron della casa sul mare mi sembra di rileggere gli abbracci di Underground e la mia mente va alla carrozzella in fiamme del finale, una delle scene piu' pazzesche del cinema.
Dubrovnik e' bellissima, una delle citta' piu' belle mai viste. Mangiamo in un ristorante squisito, si chiama Rosarij ed e' proprio in centro, a lato dell'angolo in cui prende forma lo "Stradun", il corso bellissimo. Vale la pena ricordare dove si mangia cosi' bene. Al ritorno, in un angolo della citta' vecchia, un vechio cantore intona canzoni tristi con la sua chitarra, in cima alla scalinata ripida di una chiesa. Si interrompe se qualcuno passando fa chiasso.E' un momento sofisticato, intenso. Tutti in silenzio ad ascoltare. Un roof concert fra le pietre. Ed il pugnale che avevo appoggiato sul cuore finalmente scende.
Korčula e' un'isola, ma la divide dalla terraferma un niente. Si getta in mare, tonda roccaforte. All'interno orde di turisti ne fanno affiorare una pessima natura, fatta di pizza e gelati, anche se mangiamo bene, consigliati, battuti dal vento della riva. Penso, in fondo, che non doveva essere tanto diversa la sua natura tanti secoli fa, di qui partiva Marco Polo, c'e' la sua casa; era una colonia, in fondo, in cui i veneziani ricchi venivano a soggiornare fra puttane e vino. Terra di conquista e lasciata uguale. Solo cosi' nasce il loro nazionalismo: dal sentirsi accessori. C'e' pero' gente diversa, per fortuna. Gentile, forse ha solo sofferto veramente e di piu'.
Il resto, il turismo di massa di questo luogo dal quale vi scrivo, e' solo una parentesi. Oggi si parte per qualche isola, in mezzo al mare, tra Venezia e l'oriente, fra il bianco, il verde ed il lilla del tramonto.
31 luglio, 2008
Un articolo sullo spettacolo di Siena, per chi non lo avesse visto.
Ciao a tutti !
A.
Corriere della Sera.
Ciao a tutti !
A.
Corriere della Sera.
16 luglio, 2008
Stockholm, II
L’ultimo segno di civiltà lo dà il tassista, gentile, a tariffa bloccata, senza costi per bagagli, puntualissimo alla prenotazione. Per un viaggio che comincia alle quattro del mattino, orari impossibili di coincidenza. La Svezia è un paese libero, concorrenziale, ma anche civile: qui i gay camminano per mano, le famiglie che hanno un bambino hanno un anno di diritto di pausa dal lavoro, retribuita, sia padre che madre. Per ogni donna che vedi ce n’è almeno un’altra o incinta o con un passeggino. In Italia i tassisti sbraitano e poi ti fregano, e al governo mandiamo i finti liberali, quelli che si aggiustano i processi e che tuonano assieme alla chiesa. Verrebbe voglia di non tornare, se non fosse per il freddo; qui in inverno il mare ghiaccia e tutti vanno a pattinare. Perchè lo svedese si diverte. Beve, ma poi ride. Noi di corsa di notte per paura di qualche passante, poi ci giriamo ed è una ragazza di forse diciott’anni che torna a casa, sola. Nella strada che mi accompagna all’aeroporto gli abeti sono milioni, fra rocce e laghi. Non c’è anima viva, sembra un pianeta appena colonizzato, da scoprire. Da cui forse imparare, se solo ne avessimo l’umiltà. Le fattorie sono rade, qualche mucca, di contrasto all’urbanizzazione di Stoccolma, ordinata ma densa. Tanto che il mare appare fra i palazzi, fra quelli nobili ottocenteschi della City, come sbocco; o fra gli imponenti ed antichi palazzi di Gamla Stan, il centro antico, fronte a Skeppshölm o a Dürgarden, centri di cultura, fra musei e verde. Si mangia bene, le loro cose sono buone, è una cucina in fondo povera, fatta delle cose che si trovano qui. A volte elaborata, con influenza di qualche giovane che trasmigra e torna. Perchè qui si torna, si è non fieri ma contenti, di essere svedesi. In tanto ordine naturale la fierezza si dimostra inutile.
E quando il sole ritorna, dopo pochissime ore di buio, riapre i colori di una capitale in preda alla sua bellezza. Stoccolma, l'altra Europa.
E quando il sole ritorna, dopo pochissime ore di buio, riapre i colori di una capitale in preda alla sua bellezza. Stoccolma, l'altra Europa.
12 luglio, 2008
Stockholm, I
Premetto di averne assaporato solo l'immagine furtiva, dopo un viaggio in ritardo, ma complice la luce, che alle undici e mezza di notte ancora era forte, qualche scorcio di una città sull'acqua mi è arrivato.
Il viaggio comincia con un contorno di biondi e bionde sull'aereo che all'improvviso tacciono all'unisono al momento della spiegazione delle norme di sicurezza; una civiltà inconcreta (a cosa mai può servire gonfiare un salvagente sull'aereo ?) ma pur sempre civiltà estrema, socialità. Gli unici a continuare a parlare erano un gruppo di italiani.
Arrivati decidiamo di rendere possesso di un hotel che pare uscito da un catalogo ikea, poi a Gamla Stan, cuore antico, ci soffermiamo su di un'aragosta - sulle poltroncine del ristorante una copertina per le signore infreddolite, in riva al mare, un veliero in gran pavese di fronte. Il mare che sentiamo in bocca e che vediamo non ci sappiamo spiegare da dove venga, tanto è ritorto, come qualcuno che aspettiamo e che vediamo arrivare ma non sappiamo da dove. Le donne e gli uomini guardano: il piatto in cui mangiamo, passando sul lungomare. Ma tutti ti guardano negli occhi, erotismo, scambio, conoscenza. O l'effimero, semplicemente, qui, dove tutto sembra garbatamente felice. Torniamo lasciandoci tentare da un taxi, tanto era il freddo che sferzava sulla riva di Stoccolma, nel corridoio del Polo, in estate.
P.S.
Ciao, Gianfranco. Mi colpisce che a ricordarti oggi, nel dolore, sia la tua imitazione. Ne ridevi, lo fai ancora, perchè eri una persona pura. Ciao.
Il viaggio comincia con un contorno di biondi e bionde sull'aereo che all'improvviso tacciono all'unisono al momento della spiegazione delle norme di sicurezza; una civiltà inconcreta (a cosa mai può servire gonfiare un salvagente sull'aereo ?) ma pur sempre civiltà estrema, socialità. Gli unici a continuare a parlare erano un gruppo di italiani.
Arrivati decidiamo di rendere possesso di un hotel che pare uscito da un catalogo ikea, poi a Gamla Stan, cuore antico, ci soffermiamo su di un'aragosta - sulle poltroncine del ristorante una copertina per le signore infreddolite, in riva al mare, un veliero in gran pavese di fronte. Il mare che sentiamo in bocca e che vediamo non ci sappiamo spiegare da dove venga, tanto è ritorto, come qualcuno che aspettiamo e che vediamo arrivare ma non sappiamo da dove. Le donne e gli uomini guardano: il piatto in cui mangiamo, passando sul lungomare. Ma tutti ti guardano negli occhi, erotismo, scambio, conoscenza. O l'effimero, semplicemente, qui, dove tutto sembra garbatamente felice. Torniamo lasciandoci tentare da un taxi, tanto era il freddo che sferzava sulla riva di Stoccolma, nel corridoio del Polo, in estate.
P.S.
Ciao, Gianfranco. Mi colpisce che a ricordarti oggi, nel dolore, sia la tua imitazione. Ne ridevi, lo fai ancora, perchè eri una persona pura. Ciao.
09 luglio, 2008
06 luglio, 2008
05 luglio, 2008

Luis è supremo e distaccato, comanda con una velocità superiore i suoi orchestrali, è distaccato e aggressivo a volte. A cena, i suoi occhi sono più chiari e ti guardano non fisso. Sa tutto. Nella sua musica risuonano Mahler, Saint-Saens, Debussy. L'orchestra fatica, perchè a stipendio e noi a cottimo, a spartirci gli ultimi secondi di celebrità e fatica. Quando sono le otto pausa. L'orchestrale non sente ragioni. Lui, Luis, accoglie la richiesta, poi si lamenta di quello e quell'altro: alle dieci meno dieci io dico che sono cotto e andiamo a cena. Eccolo pronto. Ma erano le dieci meno due. Anche nella fame prevale l'urgenza dell'opera. A cena mangia come tutti. Stasera era al tavolo col direttore della Chigiana. Gioviale, mi ha stretto come un padre. Poi quando entri nei palazzi dell'Istituzione pare di entrare al Liceo Tasso. Firme su firme, un privilegio ogni cosa. Che palle. Viva Woodstock. La musica che Luis sprigiona ha del popolare e del colto. Alcuni momenti sono vibranti, altri mi sorprendono a piangere, come quando dietro la prima quinta assisto in diretta a Pobre Piba, l'entrata dei due cantanti narratori in canone, Lucia a terra. Luis pare comandare l'aria, volteggia le mani, sa che la musica è giovane, l'ha finita ieri sera. E per gli ignoranti la musica scritta deve avere secoli. No. Gli ho chiesto un accordo orchestrale di settima ad unire due brani. Lui ieri mi ha detto: lo scrivo. Oggi c'era. Un mio personale, onirico, genio della lampada.
Siena ridens, oberata ed esaltata dal Palio, truccato per molti, per i più, visto che le contrade sono diciassette ed una vince, una sola. L'istrice è contrada di centro, di borghesia. La chigiana ne espone la bandiera. Turisti ovunque, ed una bellezza, nell'angolo del delfino, a sinistra mentre la discesa esalta la Torre del Mangia da lontano che si avvicina a quella di dio, per quanto ne sappiamo o immaginiamo.
Giorgio a cena si commuove, sapendo delle difficoltà di famiglia: mio padre viene a vedermi ma mi dice che non capisce, mi confessa. La sua regia è emotiva, colori netti, movimenti portati all'estremo. Volteggia, sul palco, come un menestrello, ma è la sua natura, la natura di tutti. Quella di divertire o far piangere, come fosse la cosa più semplice eppure la più complessa del mondo. Tutte le voci rientrano nella sua testa, ha una parola per tutti. Quello che pensa è frutto del consiglio, mediato dalla sua visione, intuitiva, creata al momento eppure colta e naturale allo stesso tempo.
Ci salutiamo, è tardi e domani ci attendono ancora fatiche e lavoro, tanto.
Venerdì, il giorno in cui l'aria mi ha dato finalmente una linea. A parlarvi, fra le torri.