Premetto di averne assaporato solo l'immagine furtiva, dopo un viaggio in ritardo, ma complice la luce, che alle undici e mezza di notte ancora era forte, qualche scorcio di una città sull'acqua mi è arrivato.
Il viaggio comincia con un contorno di biondi e bionde sull'aereo che all'improvviso tacciono all'unisono al momento della spiegazione delle norme di sicurezza; una civiltà inconcreta (a cosa mai può servire gonfiare un salvagente sull'aereo ?) ma pur sempre civiltà estrema, socialità. Gli unici a continuare a parlare erano un gruppo di italiani.
Arrivati decidiamo di rendere possesso di un hotel che pare uscito da un catalogo ikea, poi a Gamla Stan, cuore antico, ci soffermiamo su di un'aragosta - sulle poltroncine del ristorante una copertina per le signore infreddolite, in riva al mare, un veliero in gran pavese di fronte. Il mare che sentiamo in bocca e che vediamo non ci sappiamo spiegare da dove venga, tanto è ritorto, come qualcuno che aspettiamo e che vediamo arrivare ma non sappiamo da dove. Le donne e gli uomini guardano: il piatto in cui mangiamo, passando sul lungomare. Ma tutti ti guardano negli occhi, erotismo, scambio, conoscenza. O l'effimero, semplicemente, qui, dove tutto sembra garbatamente felice. Torniamo lasciandoci tentare da un taxi, tanto era il freddo che sferzava sulla riva di Stoccolma, nel corridoio del Polo, in estate.
P.S.
Ciao, Gianfranco. Mi colpisce che a ricordarti oggi, nel dolore, sia la tua imitazione. Ne ridevi, lo fai ancora, perchè eri una persona pura. Ciao.
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