29 marzo, 2008

Pensieri e parole

E' notizia di oggi l'iscrizione nel registro degli indagati del ex-capo della Polizia Gianni de Gennaro. Ex perchè al momento del massacro di Bolzaneto lo era, capo, ma ad oggi si è dimesso, per ricoprire la carica di "capo" dell'emergenza rifiuti in Campania.
Pare che lì qualcosa sia migliorato. Forse perchè peggio non poteva andare.
Oltre lui sono inquisiti Enrico Colucci, ex capo della Polizia di Genova, ora PROMOSSO questore e Spartaco Mortola (un nome da "Noir"), funzionario che, intercettato, cercò di far passare per vera la famosa "questione delle false bombe molotov" messa in piedi per incastrare i poveri cristi che non avevano prprio fatto un bel niente.

Il problema, premetto, mi fa veramente schifo.

Perchè De Gennaro viene accusato di "avere indotto alla falsa testimonianza", un reato assolutamente prescrivibile in quattro e quattr'otto. Per Colucci il reato è falsa testimonianza.
Ma nell'Azienda Italia commettere reati significa fare carriera. Ne sa qualcosa il nostro prossimo Presidente del Consiglio, uscito più o meno indenne da decine di processi corrotti, spostati, annullati, prescritti.
Colucci deve andare in galera. Non: fare il prefetto.
De Gennaro deve sparire. Che vada in pensione: ha i capelli bianchi da quando sono piccolo. E onorare così la memoria di tutti i suoi predecessori, Masone, Coronas: eroi di uno Stato che in fondo era Stato, quando arrestava Brusca o istituiva il sindacato di Polizia.

Al telefono, se fossi capo della Polizia, mi MANGEREI il capo della Digos genovese; intercettato, De Gennaro invece lo incita a "passare oltre, a non fare casino".

Mi fa ribrezzo.


A Susanna: Veltroni ha chiesto di ISTITUIRE una commissione d'inchiesta su Bolzaneto. Semmai la responsabilità di non averla voluta va fatta cadere su Prodi. La SInistra Arcobaleno non è fatta di "peracottari", ma di gente che non ha, al momento, gli strumenti per comprendere le trasformazioni della nostra società. Ho simpatia per chi occupa, protesta, per le liste trans, gay, buddiste. Ma non sono trans, nè gay nè buddista. La Sinistra per prima dovrebbe farsi rappresentare da persone "rappresentanti". Non confondiamo la simpatia con l'efficacia politica.

A Jack: non votare è un atto di inciviltà. Scusami, ti prego, non volermene. Le tue digressioni sono toccanti, bellissima quella sulla morte e la società, sulle processioni funebri. Ma la nostra responsabilità individuale prende forma DENTRO un contesto politico, dentro un corpo di leggi e regole che solo la politica, ed il nostro voto possono modificare, integrare, stravolgere o supportare.

A tutti, buon inizio di Lab. A fra pochissimo. Sarà molto molto bello, ne sono sicuro.

a.

26 marzo, 2008

PAD#6.

Personaggi

Tony Cuscino...Salvo Gibilisco
Jim Barulli...Gigi Barulli
Lo Scrittore...Simone Zamatei
L’analista…Silvia Correggia
Giangy Cuscino, fratello di Tony, il “Mahatma”...Gianluca Leoncini
Paoletta Cuscino...figlia minorenne di Tony ...Paola Fogarizzu
Lara “Sparkling” O’Leary, diva del Varietà…Lara Puz
Filomena Cuscino...sorella (?) di Tony...Anna Cancanelli
Ariana Kowalsky, terrorista internazionale...Arianna Farabollini
Meriletis Assunçaõ...donna di servizio brasiliana in casa Cuscino...Maria Letizia
Sylvia Liu...terrorista internazionale...Silvia Correggia
Silvina Sangre de Dios, donna di Jim...Silvia Svarka

e con

Los Calvados, guardie fidate di Tony…Giancarlo Genco e Max Di Mari.
Don Fabio, trafficante di rifiuti della Camorra…Fabio Tarquini
Esteban detto La Lepre e Gisele, “farmacisti” colombiani…Stefano Lepri e Gisella Garcia
Danydù…fidanzata di Juan Calvados
Sonia Tiratard, pittrice francese…Sonia Attard
Anitas, Valerius e Idas (Aidas)…segretari particolari del Mahatma
Markus Schwartzenmeier, guardia del corpo e ”cagnolino” di Sylvia Liu…Marco Nicolucci
Lusiana O’Connell, vecchia amica di Tony…Luciana Magarini


e con

Jack Lazzizzera, boss del cartello pugliese, detto "'U signurinu", raffinato cultore d'opera...Onofrio Lazzizzera (in collegamento)

e con

tutti i ragazzi e le ragazze dei gruppi Principianti ed Intermedi !!!


TOT. 107...

17 marzo, 2008

Senza parole.

Oggi la caserma non è più quella di allora: cancellati i "luoghi della vergogna"
Manganellate, minacce, umiliazioni: tutto ricostruito al processo da più di 300 testimoni

Le violenze impunite
del lager Bolzaneto
di GIUSEPPE D'AVANZO

C'era anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

(17 marzo 2008)

15 marzo, 2008

Tango Vivo, 27 Febbraio.

Sono emozionato, Terni ci accoglie in un teatro grande e un po' freddo, pieno di gente. Dai primi posti in platea si nota la strana disposizione dello spazio scenico, non coperto da sipario. Un fondo disadorno che lascia trapelare figure di ballerini che vanno e vengono, un camerino a l'air e una pedana per l'orchestra posta di traverso.
L'inizio è folgorante, impreciso a tratti, perchè è una coreografia difficilissima, le quattro coppie hanno attacchi per le frasi in sincro assolutamente legati a bazzecole sonore. Tutti si guardano, le linee sono ardue: Citè Tango, non aiutato da un'orchestra brava, ma a tratti poco ritmicamente precisa. Io prediligo la musica registrata, non mi piace il live, troppe imprecisioni anche nei migliori. Milonga for Three viene riportata a quello che è, anche per Esteban e Claudia in solo; una confezione seriale emozionante, in cui strutture si ripetono, richiamano, incastrano. Qui il "traverso" del fronte non può mascherare le imperfezioni e non fa che evidenziare la classe di Claudia a scapito delle altre pur bravissime.
Ma è nel secondo tempo (qualche lungaggine sonora con due brani di seguito di Hyperion, slabbrati e annoiati quindi noiosi) che appare un miracolo. La compagnia rientra su note registrate, parole, suoni, poesia di Cortazar, a detta successiva, un mucchio di suoni e corpi che rincorrono la tradizione masticandola e sputandola via dove averne succhiato l'essenza. Anche il silenzio esplode, e lo spazio scenico in prima si dilata, addirittura si balla fuori da esso. La classe delle luci vivide e antiche fa risuonare un sogno cinematico che ci coglie improvvisamente e altrettanto improvvisamente termina. Inizia una sorta di "terzo tempo", legato al secondo, ma da esso distante. Torna l'orchestra, in questa parte forse migliore. E' il tempo degli assoli roboanti, nulla a che vedere con la classe del solito "Mareados", titolo quanto mai adatto ad indicare la lentezza del tempo dell'orchestra - che fa fare 4 giri in aria a Claudia nel finale invece dei due canonici... Poi il gran finale, energico, generoso, una parte solare che ricompensa degli sforzi. E si chiude con le luci che svaporano lentissimamente sul repertorio di Esteba e Claudia, quella danza semplice ed elegante che è il loro tramandare, tramandarsi, spendersi, oltre ogni novità. Perchè è un antico nuovo, un gesto che tanto ha solcato senso che rivive anche solo accennato, come il cantante che intona il suo maggiore successo e dopo poche note tutti già lo riconoscono.
Tango Vivo è uno dei rari eventi emozionali nell'ambito del Tango, lontano da tutto e tutti, da se stesso, così in fieri, così vibrante com'è. Sempre oltre se stesso. E lo stupore si radica, tornando a casa, dando un chiaro senso di pienezza.

12 marzo, 2008

mac.com

Free revolution on sharing thoughts in art.

Da domani on line un nuovo spazio....rivoluzionario !

11 marzo, 2008

Bolzaneto, 2140

Non ho commenti particolari, perchè non credo nella detenzione, nè nella colpa, nè nella condanna. Non gioisco quando uno va in galera nè sbraito se esce prima dello stabilito. In questo non sono certo un cittadino modello.
Ma Bolzaneto è un caso a parte.
Quel giorno in cui ragazzi vennero percossi, denudati, umiliati da agenti del "nostro" Stato, una notte delle matite spezzate tutta nostrana, in un giorno cupo per Genova, la Polizia italiana e tutti noi, quel giorno si è consumato qualcosa che avrà, necessariamente, una ripercussione, come si dice, sul "lungo periodo".
Perchè è facile prendersela con un giovane. Ed è facile picchiare se si ha aria al posto del cervello.

Vi chiedo solo questo: fate questa operazione:

numero di anni di carcere chiesti per i manifestanti : numero di manifestanti accusati

e

numero di anni di carcere richiesti per i poliziotti : numero di poliziotti accusati

Chi compie un reato va punito, ma andrebbe punito il doppio se indossa una divisa, se rappresenta lo Stato, se ci dovrebbe difendere e non menare.
Solo così uno Stato può veramente recuperare la sua moralità, che è cosa degna, dovuta, pubblica.

03 marzo, 2008

A GGiulia'...er Foglio c'ha quattro paggine...

Grande, mega.

Laico.

Ieri ho visto Persepolis, al cinema.
E' un film strepitoso, uno dei migliori degli ultimi anni.
L'uso di una grafica semplicissima ed efficace, l'emozione della figura della nonna, ma sopra ogni altra cosa lo scandalo di uno strapotere religioso oppressivo e sanguinario che grida vendetta. Non violenta e laica. La vendetta della ragione contro i morti che corrono con una chiave in mano al fronte iraqueno ("la chiave è di plastica" dice la mamma nel film), la vendetta della razionalità e del ricordo per tutti i morti senza speranza, scomparsi in anni di regime, senza nome e, forse, senza alcuna possibilità, un giorno, di essere ricordati. Perchè l'Iran non da' proprio l'impressione di una realtà che muta. Ormai.
Persepolis, di Marjane Satrapi.

02 marzo, 2008

Sonscemi ?


Lo so che sarebbe meglio commentare Il Sofista di Platone, ma è Sanremo l'argomento, a caldo.
Appena concluso, con il commento ed il voto di Gino Castaldo in diretta su repubblica.it: ai vincitori un bel "0".
Pippo Baudo a me piacerà sempre. Quando non c'è la tivvù fa schifo. Chiambretti è intelligente, fa ridere, ma gli manca la serietà e magari potrebbe non ridere o far ridere in continuazione.
Le due vallette erano proprio belle e di classe, soprattutto la Osvart.
La canzone che ha vinto fa un po' schifo, pare un'aria da moderno musical, con la superprotezione ed il lancio di Zard, guarda caso...uno che è diventato miliardario con tutti noi coglioni a vedere robaccia tipo Notre Dame.
Cammariere schiera Bosso alla tromba, viaggia a livelli alti, e finisce dietro Meneguzzi.
Frankie HiNrg parla di rivoluzione, ma c'è Mughini in giuria, uno che buttava le molotov fino a quando non gli hanno passato un assegno per dire stronzate sul calcio nelle reti di Berlusconi, facendogli cambiare "ponderatamente" idea. De esto no se habla, di rivoluzione. Perchè la canzonetta deve parlare d'amore. Vacuo. Come la Tatangelo, con un'arietta sciocca infarcita della retorica del povero gay: ma quanta classe quando dice, in chiusura "Gigi, ti amo, è la prima volta che lo dico in pubblico". Chapeau.
Su su, fino a Tricarico. Il suo grido è futurista, stonato, poetico, rinogaetanico; sembra Tenco, un po' Vasco Rossi, un po' fatto, un po' De Gregori. Non becca una nota, ma la sua canzone è frutto di un evidente disagio esistenziale, non mascherato. Mette imbarazzo anche solo a sentirlo parlare. Sta male e canta. E' lui il mio vincitore senza neanche un dubbio.

ciao,

a.

P.S.
Mi ero ripromesso un commento a "Tango Vivo" di Est & Cla. Prometto, domani. Lo sto preparando.