17 marzo, 2008

Senza parole.

Oggi la caserma non è più quella di allora: cancellati i "luoghi della vergogna"
Manganellate, minacce, umiliazioni: tutto ricostruito al processo da più di 300 testimoni

Le violenze impunite
del lager Bolzaneto
di GIUSEPPE D'AVANZO

C'era anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

(17 marzo 2008)

9 commenti:

Unknown ha detto...

SONO IN DIFFICOLTA

Questa CAMPANIA elettorale mi sta sfibrando: mi logora l'inutile cantilenare dei soliti noti sulle difficoltà degli italiani, sul fatto che gli italiani sono più smaliziati dei politici (quelli della parte avversa), sulle soluzioni proposte senza convinzione, come salmodiando dei predicozzi mandati a memoria.
Chiedo: si può andare avanti così ?
Stavo maturando una decisione drastica: saltare il turno, questa volta, esercitare il diritto al non voto, isolarmi nell'iperuranio platonico (e qui mi immagino il commento degli amici romani: a buffone!! Andò te credi de sta? Stai n Veneto, coi longobardi ..., mica nell'iper ... de tu zia).
Poi leggo su Repubblica.it: "Elezioni, la CEI ai cattolici: votate con discernimento". Ho capito! Grazie per avermelo ricordato, non sprecherò il mio voto!

Voglio concludere con la citazione del discorso conclusivo di Chaplin nel "Grande Dittatore".

E' un discorso alto, Politico, bello da leggere e soprattutto da asscoltare mentre è pronunciato.

Ecco cosa dice l'omino-Charlot, travestito da Hitler, che rompe il silenzio di decine di film muti per dire:
"Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci. Al mondo c'è posto per tutti. E la buona terra è ricca e in grado di provvedere a tutti.
La vita può essere libera e bella, ma noi abbiamo smarrito la strada: la cupidigia ha avvelenato l'animo degli uomini, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell'oca, verso l'infelicità e lo spargimento di sangue. Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi dentro. Le macchine che danno l'abbondanza ci hanno lasciato nel bisogno. La nostra sapienza ci ha resi cinici; l'intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d'intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.
L'aereo e la radio ci hanno avvicinati. E' l'intima natura di queste cose a invocare la bontà dell'uomo, a invocare la fratellanza universale, l'unità di tutti noi. Anche ora la mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l'uomo a torturare e imprigionare gli innocenti. A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L'infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell'ingordigia umana: l'amarezza di coloro che temono la via del progresso umano. L'odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. E finché gli uomini non saranno morti la libertà non perirà mai.
Soldati! Non consegnatevi a questi bruti, che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Che vi istruiscono, vi tengono a dieta, vi trattano come bestie e si servono di voi come carne da cannone. Non datevi a questi uomini inumani: uomini-macchine con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore! Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l'amore per l'umanità! Non odiate! Solo chi non è amato odia! Chi non è amato e chi non ha rinnegato la sua condizione umana! (sic)
Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di san Luca sta scritto che il regno di Dio è nell'uomo: non in un uomo o in un gruppo di uomini ma in tutti gli uomini! In voi! Voi, il popolo, avete il potere di rendere questa vita libera e bella, di rendere questa vita una magnifica avventura. E allora, in nome della democrazia, usiamo questo potere, uniamoci tutti. Battiamoci per un mondo nuovo, un mondo buono che dia agli uomini la possibilità di lavorare, che dia alla gioventù un futuro e alla vecchiaia una sicurezza.
Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Ma essi mentono! Non mantengono questa promessa. Né lo faranno mai! I dittatori liberano se stessi ma riducono il popolo in schiavitù. Battiamoci per liberare il mondo, per abbattere le barriere nazionali, per eliminare l'ingordigia, l'odio e l'intolleranza. Battiamoci per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso conducano alla felicità di tutti. Soldati uniamoci in nome della democrazia!
Hannah, mi senti? Ovunque tu sia, alza gli occhi! Alza gli occhi, Hannah! Le nubi si disperdono! E torna il sole! Usciamo dalle tenebre alla luce! Entriamo in un mondo nuovo, un mondo più buono, dove gli uomini saranno superiori alla loro ingordigia, al loro odio e alla loro brutalità. Alza gli occhi, Hannah! L'anima dell'uomo ha messo le ali e finalmente egli comincia a volare. Vola nell'arcobaleno, nella luce della speranza. Alza gli occhi, Hannah! Alza gli occhi!"

Un caro saluto

OL

massimiliano ha detto...

ciao e buonapasqua a tutti.

mass

Unknown ha detto...

LE PROCESSIONI PASQUALI

In questi giorni di tante cose, forse inutili (parole in libertà dalla politica, un rigurgito di inverno, almeno qui nel Nord-Est, frenesie lavorative a volte anche eccessive, ardori sacramentari tangueri) ripenso all'atmosfera della Pasqua a Molfetta, scandita dalla lenta cadenza delle marce funebri. Da noi le processioni pasquali sono una cosa seria che coinvolge credenti e non: è il ritrovarsi in una fiumana, il rito come evento centrale della socialità più che la riflessione religiosa o il raccoglimento mistico. Ci ripenso con un pò di nostalgia, forse sto diventando vecchio ... e poi i pizzarelli, panini a forma di mini filoncini obesi, imbottiti di tonno e capperi, trangugiati come se fossero la cosa più buona del mondo. Ho trovato questo filmato su YouTube: è la processione del venerdi, con la madonna addolorata che esce dalla Chiesa del Purgatorio.

http://it.youtube.com/watch?v=job0MjAwtgo&feature=related

Le marce funebri sono davvero coinvolgenti, non saprei dire se la musica è bella ma c'è quell'ardore terreo, quella ieraticità da ipnosi quasi mortuaria, insomma si avverte un'atmosfera di bellezza decadente.
La stessa gente che si annienta nell'anonimato della processione, dopo qualche giorno la ritrovi ad armeggiare per difendere le proprie brighe da figli di puttana o magari combattere per la libertà dei propri pensieri, criticarti se parli male dei preti oppure chiederti il voto per il proprio parente in lista o spiegarti appassionatamente cosa è la Democrazia, con un discorso che ti riporta ai fasti di Atene o all'anarchica passione civica di certi ambienti intellettuali.
E' la gente del Sud, bellezza, quella gente che porta la lentezza delle marce funebri nella propria parlata, perchè il tempo va riconquistato anche nell'inconsapevolezza del vivere.

OL

susyfrog ha detto...

Torno, un po' provocatoriamente, al post iniziale di Alex: l'articolo di D'Avanzo su Bolzaneto. Non ha provocato alcun commento, ma non è facile dire qualcosa su un orrore del genere, tanto più che l'articolo di D'Avanzo esprimeva lo sgomento di ogni persona per bene e nessuno avrebbe potuto aggiungere una parola di più. Resta questa indignazione come un pugno alla bocca dello stomaco che ti lascia senza possibilità di reazione. Non ti fa piangere, né stringere i pugni. Se ti tolgono la dignità, ti tolgono insieme le lacrime e la rabbia, così non ti senti più una persona.
Ero piena di dubbi per le prossime elezioni (e lo sono ancora). Pensavo che avrei votato PD, ancora una volta sotto il ricatto del peggio che può venire, e che probabilmente verrà. La vicenda di Bolzaneto ha deciso il mio voto: sentire Veltroni che tuona sull'accaduto affermando che bisogna accertare le responsabilità politiche, e si presenta con un partito i cui membri hannno TUTTI votato contro la commissione d'inchiesta richiesta a suo tempo dalla sinistra "radicale" mi ha fatto venire la nausea.
Voterò per la Sinistra arcobaleno. Tappandomi il naso, tanto per cambiare.
Buona Pasqua,
Susy

Unknown ha detto...

BOLZANETO

Susy, ho sempre pensato sin da quella sciagurata estate del 2001 che a Genova stessimo vivendo un incubo da dimensione parallela, come spesso è successo nella storia degli italiani e questo mi fa incazzare. Credo che anche se le persone fermate fossero state dei bevitori di sangue umano, il dovere del rispetto della persona umana imponeva alle forze dell'ordine di attenersi alle regole ed al protocollo. Se sono un tutore dell'ordine (il termine non mi piace), devo rispettare i diritti di chi mi sta di fronte, anche se chi mi sta di fronte ha calpestato quelli dell'intera comunità. Detto questo, credo che le persone fermate, o la stragrande maggioranza (vale a dire il 99,9999 periodico %) non fossero dei bevitori di sangue umano, ma semplici manifestanti, come ha testimoniato la crudezza incredibile delle immagini dei pestaggi. Incredibile perchè il fatto di vivere oggi nel 2008 (ma anche ieri nel 2001) in uno stato di diritto, mi rendeva gravoso credere a quello che i miei occhi vedevano senza ombra di dubbio nelle testimonianze domuntali.
Io penso che sull'esaltazione squadrista di un manipolo di esaltati, nemmeno pochi, si siano innestate delle precise direttive che venivano dall'alto, che chi doveva controllare, abbia ceduto alla tentazione di punire un nemico da troppo tempo sofferto in silenzio. I fascisti contro la sinistra estrema. Alla fine tutto si riconduce a questo e guai a chi si trova in mezzo, che si tratti pure della povera vecchietta da capestare a morte. Discutibili motivi di opportunità politica vogliono che il sacrosanto diritto all'accertamento delle responsabilità venga sacrificato al dialogo, pardon prostituzione politica. Ma questo non mi scandalizza più di tanto. Quello che mi scandalizza è la mancanza di anticorpi democratici degli italiani: certi valori inderogabili o sono nel sangue e nel cuore degli individui o, semplicemente, non sono. Troppi sono ancora gli italiani che non provano vergogna per quello che è successo quei giorni, che pensano che la situazione sia degenerata perchè c'erano i black block, che non sentono quanto precario sia lo stato della democrazia in Italia. Moltissimo poi sono quelli che se potessero, confesserebbero l'indicibile, ovvero che il fascismo è stato un bene, ai quali non interessa nulla dello scandalo dei conflitti di interesse e che, se si ripresentasse l'uomo forte o, semplicemente, l'uomo troppo ricco a cancellare il senso democratico delle istituzioni, non mostrerebbero alcuna reazione. Mi viene voglia di pensare che questo popolo è morto, questo popolo gode del servilismo, è la sua condizione più naturale. In Germania, il nazismo ha lasciato nelle coscienze una situazione di profonda prostrazione e poi vergogna per quello che è successo. I tedeschi sono da decenni così intenti a cancellare l'onta che il politicamente corretto da loro a volte è portato alle estreme conseguenze ma meglio così. Se in una stanza quattro improbabili ominidi decidono di far rinascere il partito nazista, il giorno si presenta dopo una valanga di titoli di condanna sui giornali ma anche neggli atteggiamenti delle persone comuni. Un apologia del nazismo in Germania non può avvenire, perchè non ci sono i presupposti nelle coscienze delle persone, immaginarsi se qualcuno va in televisione e si dice orgoglioso di essere nazista. Semplicemente, lo ricoprono di merda, senza pensarci mezza volta.
Un ultima cosa: io non mi turerò il naso. Ho deciso che questa volta salto, non voterò. Siamo impantanati in una profonda crisi della politica, ascolto discorsi che mi fanno cadere le braccia per la loro retorica inconcludente (sia da parte di Veltroni che di quei quattro peraccotari dell'arcobaleno). Non me ne frega niente che mi si dica che così facendo consegno l'Italia a Berlusconi, negli ultimi anni siamo stati in balia di politici, nella migliore delle ipotesi corrotti, nella peggiore incapaci. Proviamo a ribaltare la prospettiva: anzichè accettare ogni tanto di fingere di essere decisivi per le sorti della comunità con il voto, cerchiamo di essere migliori ogni giorno noi stessi, singolarmente. La colpa della palude in cui ci troviamo non è solo dei politici, è di tutti, mia in prima persona. E' soprattutto in momenti come questi che ogni persona deve sentirsi spinta al perseguimento della propria etica positiva.

Dopo questa ondata di pessimismo, buona pasqua a tutti

OL

dudu' ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
dudu' ha detto...

Ciao a tutti e w L'ABBACCHIO SACRIFICALE!!!
Dudu'

susyfrog ha detto...

Che vuoi fare, Onofrio. Penso anche io che voterò per "quattro peracottari"... ma proprio non ce la faccio a non andare a votare. Come mi dicono molti dei miei amici che, come te, per la prima volta non andranno a votare, io sono ancora vittima del "feticcio della rappresentanza"...
Auguri a tutti.
p.s. per Dudù: hai risposto al mio sms di buona pasqua con un "Buon Natale". Avevi bevuto o mi pijavi po'o culo? Besos.
susy

Cristina Loizzo ha detto...

Ragazzi, buona Pasqua a tutti..e buon inizio di PadVI!