26 gennaio, 2009


Retro dell'Agenzia di Viaggi "Dreams".
Sylvia Recordàti: "Allora Signor Cuscino. Come è stato questo viaggio ?"
[rantoli]
S. R. - "Non le è piaciuto forse ? Era una delle nostre migliori offerte, vantaggiosa e pienamente soddisfacente…"
[ancora rantoli]
S. R. - "Ma perché fa così…? Signor Cuscino…su…si tenga su, siamo solo all’inizio…del viaggio…"

21 gennaio, 2009

Stili a confronto.

20 gennaio, 2009

Guantanamera

Del discorso di Obama, bellissimo, mi ha colpito l'interesse ad essere pratico, la fluidità, l'apertura mentale, l'intelligenza. E la figlia piccola che lo fotografa...
Poi l'accenno a Guantanamo, evidentissimo ("possiamo difenderci senza rinunciare ai prinicipi della libertà") , lo spunto contro il terrorismo islamico ("noi vi daremo una mano se abbasserete il pugno") oppure quando grida loro "il vostro popolo vi giudicherà da quello che farete, non da quello che distruggerete" - i toni qui si fanno messianici. Perchè Obama in fondo è un Messia. Sono le sfide degli eroi invisibili a salvare il mondo. Poi l'accenno al "mercato alla luce del sole" alla "forza calma del progresso". Quanto luteranesimo o calvinismo nell'insistere sulla responsabilità.
Un giorno, dice, un nero non poteva neanche essere servito ad un ristorante, oggi è qui, davanti a voi.
Dietro di lui, Bush, lo applaude. Ci sono tutti, tranne Berlusconi. Forse era a Mosca, a brindare dal suo amico Putin. Ah, hanno ucciso un'altra giornalista, da quelle parti.

13 gennaio, 2009

Berlino, inverno.


Se Parigi è una belle dame con un vestito di voilant che profuma di burro, Berlino è una donna bruna alta e bellissima, in alta uniforme. La sorpresa è al ritorno, in taxi verso l'aeroporto, dopo una visita fin troppo breve ed un rientro anticipato un po' drammatico. Cerco di fotografare il muro che ora è un susseguirsi di murales e graffiti, con un preciso ordine non voluto. In effetti è bellissimo. Anche trovarlo qua e là, dove qualcuno ha voluto lasciarlo o se l'è magari tenuto come cimelio. Sembrano pezzi archeologici, come un muro di Mileto o una statua di Prassitele. Reperti di un'epoca che è appena finita. Archeologia di qualche ora fa, in fondo.
Berlino pulsa. Se cerchi la bellezza antica lì non ne trovi, ma entrare dentro il palazzo della Sony, sovrastati da un enorme cappello da mandarino fatto di tiranti, è come entrare nel Colosseo per un filippino.
Vedere Berlino così, in due giorni, è come innamorarsi. Si vedono solo le cose belle. Il freddo non dà tregua. Mai. Se si alza un briciolo di vento devi rifugiarti dentro un caffè. Perchè quello è il vento del mare del nord, quello dei pescatori che salpano con il forza sette e portano a casa salmoni e piovre che quasi non stanno nel banco del mercato. Berlino è piena di sushi bar. Il pesce è quello. Anche questa è integrazione.
Berlino mastica l'italiano, e lo fa importandone i termini chiave, espresso, ad esempio, e storpiandoli a volte. Ma Berlino ama l'Italia. Se un ristorante è italiano è buono, si dice. Le didascalie in Italiano sono sempre presenti. L'unico luogo senza didascalie è il Denkmal, il mausoleo, o pietre del ricordo, dedicato alle vittime della Shoa. E' un luogo in cui entrare, non da vedere. Qualcuno ha polemizzato, ma non capisco perchè. Entrare fra quelle pietre, con il ghiaccio che non allenta la morsa, nel silenzio attutito, e toccare quelle pietre come fossero tombe. Hai un senso nuovo, profondo, nero. Che si completa nella Neue Wache, un edificio spoglio, con solo al centro una statua di una madre che piange il proprio figlio caduto. Quando esci vedi Unter den Linden, la stessa strada bellissima i cui tigli furono tagliati da Hitler perchè sembrasse più grande. Quel folle omicida voleva uccidere la poesia di Berlino. Ora i tigli sono ritornati, sono gli eredi di quelli distrutti, ma il cuore di Berlino non poteva cedere alla follia.
Anche la periferia, che cogli di passaggio è però un luogo vivo. Vicino Treptow chiedo al tassista se quelle case così belle fossero la zona Ovest. No, mi dice lui, è ancora est, solo che erano le case dei ricchi dell'est. Non chiedo oltre, non vorrei entrare in un corto circuito. Dell'Est ormai abbiamo un'idea legata a "Le vite degli altri" al controllo. Forse si era felici anche così. Anche se noti, in metropolitana, ad esempio, come sia difficile guardare negli occhi la gente. Un muro. Ho sempre pensato che il grande scandalo non fossero i regimi ma quel muro. I palazzi altissimi dell'est avevano le finestre sull'ovest. Lo vedevano. Ora sono finalmente assieme. Loro hanno unito un paradiso ad uno sfacelo. E sono ancora lì. Anzi, non ho visto aria di crisi. Tutto si muove, si costruisce o restaura. Tutto ricomincia, sempre, a Berlino.

11 gennaio, 2009

Parigi, inverno.


E' domenica sera e Parigi quasi dorme, almeno la Parigi commerciale. Tanto che il tempo dei souvenirs è finito, ahimè. Il gelo ha lasciato il posto al freddo, stasera, e passeggiare non è più così impossibile. L'altra notte, di ritorno da una milonga e in cerca di taxi mi hanno detto che l'aria era a meno 12.
La visione più importante di Parigi è quella che si ha guardando negli occhi la prima Ninfea a sinistra, nella prima sala dell'Orangerie.C'è chi ha detto che è un quadro astratto. E' vero e anche di più. Come se i colori fossero tutto, senza confini. E come se arrivassero alla mano di Monet attraverso il sangue, sciogliendosi per poi farsi pittura.
Il resto di Parigi è piuttosto bianco. Ghiaccio nei giardini, ma non si scivola, mah. Bianca e rossa è la messa in scena di Barberio Corsetti a l'Odeon, in cui uno schermo enorme ad un tratto precipita sul palco inserendosi nella scena degli attori gettati a terra. Il retro dello schermo è un palazzo che rimandato da uno specchio gigante fa sembrare gli attori in verticale su di una facciata. Il canto degli attori e il testo, per quanto ne sia riuscito a cogliere, fa il resto. Una bella esperienza.
Parigi è anche l'economia del tempo. Non c'è traffico. La metro è una successione di gangli perfetti. Il museo è aperto sempre, il Louvre in notturna di venerdì è entusiasmante. Dentro i capolavori si specchiano nel palazzo illuminato ocra del giardino. Ogni sala è un delirio di capolavori. Si possono fare le foto e l'attendente che ti controlla la borsa all'ingresso è molto più gentile di un pari italiano. Tutta Parigi in fondo è gentile. Perchè, il barista di Roma si inchina ? Siamo abituati a vedere i difetti laddove non ce ne sono, ma la nostra è solo un'italianissima invidia. Per questa immensa schiera di ori e stucchi, per questa città nata da poco, in fondo, ma con una rincorsa che la porta avanti a tutte le altre.
E ora, qui, in un hotel gentile, guardo la finestra, le luci di Montparnasse. Qualche macchina interrompe il silenzio. Fra poco cenerò con Pablo. Anche lui è discreto, lo infastidiscono i toni di un Argentina più cena di famiglia che Tango romantico e silenzioso.
Place des Vosges è solo nelle foto e nel cuore, ma come non farsela bastare ? L'ultimo pensiero è ancora per quello stagno, quelle macchie che hanno dentro di sè la sfavillante Sainte Chapelle ma anche i giardini, in una nostalgia di colori che ci salva dal ghiaccio. Se ti ritrovi in periferia e guardi Parigi dal di fuori la scopri per quello che è. Una distesa di sogni, fuori da ogni tempo. Come il sogno dei due ragazzi di Toulouse Lautrec, pochi tratti del viso appena fuori dalle coperte d'amore, in un angolo della Gare d'Orsay.