
Se Parigi è una belle dame con un vestito di voilant che profuma di burro, Berlino è una donna bruna alta e bellissima, in alta uniforme. La sorpresa è al ritorno, in taxi verso l'aeroporto, dopo una visita fin troppo breve ed un rientro anticipato un po' drammatico. Cerco di fotografare il muro che ora è un susseguirsi di murales e graffiti, con un preciso ordine non voluto. In effetti è bellissimo. Anche trovarlo qua e là, dove qualcuno ha voluto lasciarlo o se l'è magari tenuto come cimelio. Sembrano pezzi archeologici, come un muro di Mileto o una statua di Prassitele. Reperti di un'epoca che è appena finita. Archeologia di qualche ora fa, in fondo.
Berlino pulsa. Se cerchi la bellezza antica lì non ne trovi, ma entrare dentro il palazzo della Sony, sovrastati da un enorme cappello da mandarino fatto di tiranti, è come entrare nel Colosseo per un filippino.
Vedere Berlino così, in due giorni, è come innamorarsi. Si vedono solo le cose belle. Il freddo non dà tregua. Mai. Se si alza un briciolo di vento devi rifugiarti dentro un caffè. Perchè quello è il vento del mare del nord, quello dei pescatori che salpano con il forza sette e portano a casa salmoni e piovre che quasi non stanno nel banco del mercato. Berlino è piena di sushi bar. Il pesce è quello. Anche questa è integrazione.
Berlino mastica l'italiano, e lo fa importandone i termini chiave, espresso, ad esempio, e storpiandoli a volte. Ma Berlino ama l'Italia. Se un ristorante è italiano è buono, si dice. Le didascalie in Italiano sono sempre presenti. L'unico luogo senza didascalie è il Denkmal, il mausoleo, o pietre del ricordo, dedicato alle vittime della Shoa. E' un luogo in cui entrare, non da vedere. Qualcuno ha polemizzato, ma non capisco perchè. Entrare fra quelle pietre, con il ghiaccio che non allenta la morsa, nel silenzio attutito, e toccare quelle pietre come fossero tombe. Hai un senso nuovo, profondo, nero. Che si completa nella Neue Wache, un edificio spoglio, con solo al centro una statua di una madre che piange il proprio figlio caduto. Quando esci vedi Unter den Linden, la stessa strada bellissima i cui tigli furono tagliati da Hitler perchè sembrasse più grande. Quel folle omicida voleva uccidere la poesia di Berlino. Ora i tigli sono ritornati, sono gli eredi di quelli distrutti, ma il cuore di Berlino non poteva cedere alla follia.
Anche la periferia, che cogli di passaggio è però un luogo vivo. Vicino Treptow chiedo al tassista se quelle case così belle fossero la zona Ovest. No, mi dice lui, è ancora est, solo che erano le case dei ricchi dell'est. Non chiedo oltre, non vorrei entrare in un corto circuito. Dell'Est ormai abbiamo un'idea legata a "Le vite degli altri" al controllo. Forse si era felici anche così. Anche se noti, in metropolitana, ad esempio, come sia difficile guardare negli occhi la gente. Un muro. Ho sempre pensato che il grande scandalo non fossero i regimi ma quel muro. I palazzi altissimi dell'est avevano le finestre sull'ovest. Lo vedevano. Ora sono finalmente assieme. Loro hanno unito un paradiso ad uno sfacelo. E sono ancora lì. Anzi, non ho visto aria di crisi. Tutto si muove, si costruisce o restaura. Tutto ricomincia, sempre, a Berlino.
1 commento:
Alex sono proprio toccanti i ritratti di queste due città. Mi mancavano i tuoi appunti di viaggio,mai banali... Mi piacerebbe che riuscissimo a rianimare un po' questo blog!
baci
susy
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