11 gennaio, 2009

Parigi, inverno.


E' domenica sera e Parigi quasi dorme, almeno la Parigi commerciale. Tanto che il tempo dei souvenirs è finito, ahimè. Il gelo ha lasciato il posto al freddo, stasera, e passeggiare non è più così impossibile. L'altra notte, di ritorno da una milonga e in cerca di taxi mi hanno detto che l'aria era a meno 12.
La visione più importante di Parigi è quella che si ha guardando negli occhi la prima Ninfea a sinistra, nella prima sala dell'Orangerie.C'è chi ha detto che è un quadro astratto. E' vero e anche di più. Come se i colori fossero tutto, senza confini. E come se arrivassero alla mano di Monet attraverso il sangue, sciogliendosi per poi farsi pittura.
Il resto di Parigi è piuttosto bianco. Ghiaccio nei giardini, ma non si scivola, mah. Bianca e rossa è la messa in scena di Barberio Corsetti a l'Odeon, in cui uno schermo enorme ad un tratto precipita sul palco inserendosi nella scena degli attori gettati a terra. Il retro dello schermo è un palazzo che rimandato da uno specchio gigante fa sembrare gli attori in verticale su di una facciata. Il canto degli attori e il testo, per quanto ne sia riuscito a cogliere, fa il resto. Una bella esperienza.
Parigi è anche l'economia del tempo. Non c'è traffico. La metro è una successione di gangli perfetti. Il museo è aperto sempre, il Louvre in notturna di venerdì è entusiasmante. Dentro i capolavori si specchiano nel palazzo illuminato ocra del giardino. Ogni sala è un delirio di capolavori. Si possono fare le foto e l'attendente che ti controlla la borsa all'ingresso è molto più gentile di un pari italiano. Tutta Parigi in fondo è gentile. Perchè, il barista di Roma si inchina ? Siamo abituati a vedere i difetti laddove non ce ne sono, ma la nostra è solo un'italianissima invidia. Per questa immensa schiera di ori e stucchi, per questa città nata da poco, in fondo, ma con una rincorsa che la porta avanti a tutte le altre.
E ora, qui, in un hotel gentile, guardo la finestra, le luci di Montparnasse. Qualche macchina interrompe il silenzio. Fra poco cenerò con Pablo. Anche lui è discreto, lo infastidiscono i toni di un Argentina più cena di famiglia che Tango romantico e silenzioso.
Place des Vosges è solo nelle foto e nel cuore, ma come non farsela bastare ? L'ultimo pensiero è ancora per quello stagno, quelle macchie che hanno dentro di sè la sfavillante Sainte Chapelle ma anche i giardini, in una nostalgia di colori che ci salva dal ghiaccio. Se ti ritrovi in periferia e guardi Parigi dal di fuori la scopri per quello che è. Una distesa di sogni, fuori da ogni tempo. Come il sogno dei due ragazzi di Toulouse Lautrec, pochi tratti del viso appena fuori dalle coperte d'amore, in un angolo della Gare d'Orsay.

1 commento:

francesca ha detto...

ciao alex,
che bello tornare a leggerti.
Non so se sono io che ho cambiato punto di vista nel tempo o tu che torni a scrivere come piace a me... non lo so.
Non sapevo dove commentare, il post su Berlino è bellissimo, sembra di sentire quel freddo!
Mi hai fatto tornare in mente il film Good Bye, Lenin! come sdrammatizzare un cambiamento socio-politico shockante.
Ma questo post su parigi... mi ha fatto pensare con un sospiro a quando ci sono stata, per la prima (e ancora unica) volta, velocemente, con una fame di vedere tutto in poco tempo. Non mi ero mai commossa davanti a un quadro e lì è successo, inaspettatamente. Parigi è bellissima, l'ho trovata molto simile a Roma, mi sono sentita a casa.
ciauu