17 agosto, 2009

Rodi. Lindos.

Lindos appare dietro una rupe, l'Acropoli a dominarla e in basso una corte di case bianche ordinate che presidiano una baia piacevole colma di ombrelloni in fila. Un turismo perfetto, fra le viuzze commerciali. Nessun serbatoio a rovinare i tetti ed una baia che soprattutto quando si è praticamente soli, verso le otto di sera rivela tutto il suo fascino, tra il cielo che va dall'azzurro al lilla e le rocce che si fanno color argento poi piombo prima di cadere nel buio. Lindos è località alla moda. Molti inglesi. Pubs, ristoranti. Sempre un po' troppo per chi crede che la pace abbia fascino. Ma tutto sommato piacevole.
Poi arriva lui. Il grande caldo. Quello che non ti dà tregua. Che ti attanaglia. Sopra i quaranta gradi. A Lindos dicono che è così. La sera, nelle belle terrazze in cui i ristoranti ti accolgono, ci sono trenta gradi. Ti accontenti. Ma è lo stomaco a bloccarsi. Anche la bellissima Acropoli che sovrasta la città diventa inaccessibile per il calore. La visiteremo in chiusura, gratuitamente - anche questo è la Grecia - e ci rivelerà il fascino della sua grandezza e della sua posizione.
Il grande caldo. Il Generale Estate. Il giorno successivo decidiamo di andare per montagne. Rodi ha vette medie e qualche strada segnalata promette fresco. La strada per Profitis Elias è molto bella, si apre a piccole chiese antiche con affreschi e il sito di Nympheas con i suoi sentieri è un luogo nascosto quanto affascinante. Poi il paesotto di Embonas e di lì giù al mare. Tra Mandriko e Kamiros non ci sono spiagge, ovvero sfruttamento. Non che il mare non si apra ai viandanti, lo fa e lo fa magicamente. Un sottile lembo di sassi bianchi. Pochi alberi lo introducono. Fermarsi a vedere il colore del mare, la minuscola barca a vela i pochi bagnanti poveri, forse del paese vicino. La meraviglia, semplice, era lì, dove non la si aspetta. Non so perchè ma il suono delle mie lacrime si unisce a quello del mare, alto, stizzito dal vento ma non troppo, tanto da permettere di entrarvi. Un mare di nessuno, lo stesso che Ulisse navigava. Una piccola barca veleggia, una signora bianca - Nausicaa adulta, o Penelope ? - legge l'Odissea vicino a me. Sono passati migliaia di anni e l'uomo é molto peggiorato se desidera i grattacieli di Afandou o le trappole per turisti di Lindos città dei nuovi Proci. Questo mare di Nessuno, a cui fanno da spalla le bianche rocce, fresco di vento, vorrei fosse mio.

12 agosto, 2009

Karpathos. Athena ed il sasso nel mare.


Nel giorno in cui persi mio padre di solito non mi attardo, sebbene sia vocazione, a guardare le stelle che cadono. Destino allora sconosciuto, diciassette anni fa mi avrebbe portato ad abitare nei pressi di San Lorenzo e la mesta eco pascoliana risuona da sempre in me.
Eppure qui, Kira Panaghìa, ovvero Assunzione, sembra un osservatorio così disperso ed ottimale che forse andrò contro la mia tradizione. Uno sperone rosso vìola la legge di gravità e si presenta concavo con il margine alto sporgente e retto da radici di alberi verde chiaro; al centro della rupe due occhi ed una bocca sorridente sembrano ritagliarsi dalla roccia. Secondo la leggenda qui i titani combatterono contro Urano. Sempre questi luoghi sembra abbiano dato i natali ad Athena. E ben si immagina il perché. Karpathos tutta, lunga e stretta, è una terra autorevole. In gran parte inaccessibile o solcata da strade strette che corrono su dirupi a strapiombo. A tratti pare lo Stelvio sul mare. Larga al massimo dodici chilometri, ha vette da mille e trecento metri. Passare da un lato all'altro e poi magari scendere ad una baia significa affrontare, sferzati dal Meltemi, chilometri di curve in cui spesso non passano due macchine. Athena, la mente, la non rilassatezza, la sempre vigile. Ecco.
Il sole ha una forza inimmaginabile. Qui, in questa lingua la cui punta nord è già molto più a sud della Sicilia, piove una decina di giorni l'anno e le stagioni sono due, primavera ed estate. Il vento ti toglie la sensazione di caldo torrido ma il sole è quello. Rischi un'insolazione senza accorgertene. Nella bella spiaggia di Lefkos, nel versante Ovest, il sole è fortissimo, per la gioia dei bianchi tedeschi irretiti dallo scenario, e che gigioneggiano nell'acuto desiderio di arrossarsi. Poco prima a mille metri sulla roccia i pochi baldanzosi abitanti di Othos passeggiano fieri del loro luogo. Stringendo rosari in mano. Vecchie donne spuntano da un angolo di supermarket seminascosto. Qui tutti parlano un corretto inglese. Gli uomini tanti anni fa fuggirono in America a cercare lavoro. Molti di loro si imbarcavano per la prima volta. Assurdo, ma qui di pescatori ce ne sono pochi. La cucina tipica è di carne. E l'economia è tutta di "rimessa" - si è sempre campati con i soldi che venivano dagli emigranti, inviati appena si poteva, in qualche modo. A Karpathos non ci sono coltivazioni se non qualche raro ulivo. Nè fabbriche. Se si contano i coperti della Taverna che la introduce e il numero di ombrelloni che contiene, la straordinaria caletta di Àpella ci dà l'idea che nonostante simile bellezza, anche il turismo non può certo fare soldi a palate. Perché Karpathos è, come dissero i Veneziani che l'ebbero come resto di spartizioni, una "scarpa" - di qui il suo nome. Gettata in mezzo al mare ad incontrare rotte improbabili - si naviga a sud di Creta per il medio oriente o lungo la costa verso Rodi se si è predoni o cavalieri. Qui ci si arriva solo atratti dalla voce suadente di Athena.
La barca che conduce a Diafani e quindi ad Olympos, sorgente culturale carpaziana, sede della tradizione, cui si accede solo attraverso il mare, si inerpica sopra un mare che il marinaio definisce 'calmo'. E' ovviamente un viaggio estenuante cavalcante onde meltemiche da vuoti d'aria. Avevo rifiutato l'idea di raggiungere Olympos via terra, da un sentiero che i locali definivano brutto - per loro la strada da Apella a Spoa era 'asfaltata'. Ma ora, su questo caicco rimpiango il dirupo sterrato. Per fortuna, a metà del viaggio due vecchi tipi intonano con lira e mandolino canzoni tipiche. E il mare inpiegabilmente patisce il canto, il vento si mette di lato, ma meno franco. La nave oscilla meno. Ci ha salvato la musica.
Il giorno prima la bellissima spiaggia di Ahata ci aveva accolto ad ombrelloni chiusi, per paura si tramutassero in vele. Le pareti di roccia cambiano colore a seconda del sole. Si potrebbe fotografare una roccia ad intervalli di un'ora e avresti ventiquattro foto diverse. Come le rocce che delimitano la costa cui il caicco bacia fin troppo i tratti, hanno tutte piccoli varchi come fori, che imitano fattezze, visi titanici. Dovevano incutere terrore ai naviganti, sostenuti in questo dalla leggenda che qui fosse stato l'agone dei titani. Sono le loro facce, incastonate nella roccia che strapiomba nei marosi.
Olympos si apre con la consueta sagra di souvenir. Donne in costume piuttosto scaltre, a dispetto di quanto l'abito antico e castigato lasci presagire, ti inseguono in italiano per venderti di tutto. Eppure il borgo conserva il suo fascino, non appena si devia dalla stradina principale. Case multicolori si affacciano sulla riva opposta, che spunta d'incanto, ovviamente a strapiombo. Antichi mulini punteggiano una montanara e brulla Mancha in mezzo all'Egeo. L'oste ci fa un 'mix', dice lui, di erbe selvatiche. Il sapore è buono ma molto deciso, troppo forse per i nostri palati dolci. Guardando la piccola valle mi sento fuori luogo. Qui i carpaziani sono strani nei giudizi. Se gli chiedi se è bello qualcosa dei loro luoghi ti rispondono 'insomma'. Sono pudichi. Così è Maria, una ragazza che gestisce una buona Taverna a Kyra Panaghia. È una specie di eroina dell'Ottocento inglese. Non sai quanti anni ha. Forse è giovanissima. Ha una bambina che scorrazza per la taverna e un marito nullafacente che fuma, burbero non poco. Quando ti fa il conto, come i vecchi osti romani, si siede al tuo tavolo. E scrive numeri cui segue sempre un cuore o un 'grazie' e punti esclamativi. Ti dà la ricevuta e vuole che tu la tenga e che gli insegni qualche parola in italiano. È originaria di Olympos e ha solo tanta voglia di scappare.
L'oste di Olympos invece è placido, scostante. Dice 'it's nice' delle sue verdure, preparate al forno in bellavista, curato da una vecchina che parla inglese, ovviamente in abito tipico. Tutti adorano gli italiani e c'è chi se li ricorda, a ridosso della guerra. Qui, come a Rodi, i fascisti italiani non applicarono le leggi razziali. Forse era solo troppo pericoloso, così lontani da Palazzo Venezia. Lo fecero invece i tedeschi, che subentrarono a guerra ormai finita. Il ghetto di Rodi ancora porta i segni dell'inutile distruzione.
E ora, al ritorno, la nave riprende la rotta già vista. Nostos, ritorno. La costa è la stessa, appaiono le medesime spiagge minuscole mentre si fa ritorno alla fremente ed internazionale Pigadia. Ma per i marinai qui non c'è nostalgia nè Odissea. Non canta di nuovo la lira. Il vecchio suonatore è rimasto a Diafani, il porto molto bello in cui avevamo attraccato. I marinai lavorano, vendono gelati e caffè. Il mare è più calmo. L'isola di pochi, quel nord lontano cui si accede dal mare è ormai ogni giorno di tutti. Vagoni di turisti l'assalgono, ne marchiano la globalizzazione. Anche in Diafani, così caratteristico, noti non l'assenza di una civiltà, ma solo una civiltà più piccola, con tutte le nevrosi, le rincorse, i tic. Solo un po' meno. Mi torna in mente, incontrando di nuovo una signora conosciuta in aereo proprio al porto della 'sua' Diafani, luogo da lei osannato come un angolo incontaminato di paradiso, il Moretti di 'Caro diario', critica lucidissima, la più sottile degli ultimi anni, dell'atteggiamento naturista e di fuga dalla civiltà. Quel voler conoscere le sorti di Beautiful nell'assenza di energia elettrica di Alicudi. Mi viene in mente vedendo arrivare gli amici, con abiti firmati, della signora, tirando dietro sè grossi bagagli 'irrinunciabili'. O mi risuona nei 'bellissimo' gridati da orde di milanesi alla vista degli angoli scoscesi in cui Olympos si apre al mare, gli stessi che poi fanno di tutto, in una scena infantile quanto pietosa, per non pagare la gita - ma non era Roma la ladrona ?
Il caicco discende ora a sud, è sera, e il sole con la sua immutata forza impedisce ogni colore. Karpathos, come la sua gente, lascia distinguere solo il profilo delle cose, dei monti.

11 agosto, 2009

Rodi I. Il Meltemi e la guancia della triglia.


Rodi, la colossale, si proponeva al mondo sotto le gambe ritte ed enormi della statua meravigliosa dell'antichità. Crollato il Colosso oggi Rodi le gambe le spalanca da seduta, ad offrire piacere immediato pur nella bellezza mai estinta di una meravigliosa puttana. A metà di via dei Cavalieri, la ritta discesa che procede dal bel palazzo del Gran Maestro, senza dubbio uno dei luoghi urbani antichi più belli del mondo, ricomincia l'eco della musica assordante che caratterizza la Chora, il centro cittadino. Locali interessanti alternati a orribili, o a supermercati: questa è la cifra stilistica di Rodi. Un perpetuo esporsi di cattivo gusto, in grado di modificare radicalmente l'edificio bello rendendolo brutto. Per fortuna non è sempre così. Sopravvivono scorci affascinanti, ma sembra più l'iniziativa di un singolo illuminato. Fuori città l'industria dell'intrattenimento ha una evidentissima sproporzione tra offerta e domanda. In cento metri di strada statale puoi trovare dieci locali identici e ovviamente semivuoti se non vuoti. Qui si dà la colpa alla crisi, ma è quantomai evidente che Cortina o Taormina saranno sold out lo stesso. Chi poi pensa a quanto sia commerciale quest'ultima si faccia prima o poi un giro a Rodi. Con i suoi colori, al tramonto, le sue spiagge possibili - che sono poche, almeno nel versante nord, e affollate, la resa cromatica delle sue meravigliose mura e porte d'ingresso, Rodi potremmo dire che ha il primato di luogo più abortito del mondo. Potrebbe essere meraviglioso, si accontenta di piacere ai più. Per fortuna a consolarci c'è Nireas, le sue triglie, di cui come un tesoro puoi scovare e mangiare le microscopiche guance. Segno del buono dove non te lo aspetti.
La rotta ci riporterà a Rodi fra qualche giorno. Per ora siamo qui, sferzati dal vento di nordovest, in un angolo di angolo, Kira Panaghia, sperone rosso che precipita dal cielo nel mare di Karpathos.

03 agosto, 2009

Iceland IV. Il saluto dell'acqua.


Akureyri si snoda anche attraverso una stradina di case multicolori ed antiche. Uno spazio bellissimo, al limite del fiordo, sovrastato da un giardino botanico spettacolare. Non saprei dire quante piante e fiori differenti contenga. Migliaia certamente. Sembra incredibile come a sessanta chilometri dal polo questo microclima possa contenere chessò papaveri tropicali o simili. Qui la natura è benigna e concede diversivi notevoli.
La notte era passata in una fattoria sommersi dalla nebbia, tanto che a mezzanotte, con la fioca luce turchese tipica di quell'ora in fondo del giorno, lo scorcio immenso della valle sembrava mare. Oggi saremo alla Blu Lagoon, spazio turchese fumante, preannunciato ieri dall'accalcata piscina geotermale di Myvatn, in cui ci si bagna mentre fuori piove. L'intera area del lago è veramente meravigliosa. Scorci lavici, come una simil arcata barocca di una "chiesa" formata da una bolla di lava, ma anche scenari apocalittici o marziani o venusiani nell'area della solfatara di Hverir, in cui pozze dal colore dell'argilla chiara aprono a spazi provenienti da chissà quale profondità con bolle fumanti color cobalto. Il tutto avanti ad un naturale sfondo marrone cupo rosso e verde smeraldo. È l'acqua della terra, carica di tutto lo zolfo che trova nel percorso, e che preme, tra sbuffi violenti e bolle, per diventare aria, poi nuvola e quindi ancora acqua.
Qui, in aeroporto, i colori netti si mitigano, si impastano in modo artificiale. Il mesto ritorno, bagnato purtroppo dalla pioggia che imperversa fuori.
È il saluto dell'acqua. Battesimo, purificazione, natura, limite. Tutto qui è definito dall'acqua. Il paesaggio si interrompe con una cascata, è la nebbia a dirti se ti sono concesse visioni reali o solo un continuum bianco candido. L'acqua purificante delle lagune calde, delle micropiscine qua e là, acqua calda e rigenerante. Anche in essa, penso alla meravigliosa piscina pubblica di Akureyri, ma sono belle ovunque, il senso del limite è evidente. Non puoi stare più di tanto dentro, a quaranta gradi, quindi grandi orologi ti danno il timing, intervallato dalla temperatura esterna, in modo che tu sappia bene cosa ti aspetta passando da una vasca ad un'altra meno bollente. Il limite che la natura ti impone ovunque. E che ti forma. È il vero senso profondo di un viaggio nella terra, appunto, del "ghiaccio". Un limite "scritto sull'acqua", per citare un epitaffio famoso ed adeguato alla brevità di un viaggio che già la nostalgia colora.

02 agosto, 2009

Iceland III.


Se c'è una cosa che ho imparato in questo viaggio è una sorta di saggezza e di limite. Qui piove, fa freddo, il vento ti sposta, il crepaccio è altissimo. Tutto questo non è lì a metterti terrore, ma a dirti di muoverti con saggezza, rispettando i tempi e i modi della terra.
Il Whale Watching, ovvero l'avvistamento di balene a largo del porto di Husavik, piccola cittadina a nord di Akureyri, è un esercizio di pazienza affascinante. Dopo un'ora circa di viaggio su di una nave a vele e motori, appoggiati sul bordo e reggendosi alle funi, si arriva in una zona vocata all'avvistamento dei cetacei. Le apparizioni sono fugacissime, vedi uno sbuffo, poi una bracciata fuori dall'acqua e la grande pinna che dà l'ultima botta. Io combatto un po' con vicini espandentesi ma alla fine trovo un varco per l'albero maestro. Di lì, come un Giona indigesto, rispondo agli appelli della guida che ogni tanto grida un'ora dell'orologio - così funziona l'avvistamento, indicando la direzione. Le balene o balenotteri sono rari, e anche qui vale la pazienza che l'Islanda ti impone. Non puoi dettare tempi o leggi, è la natura che ti impone i suoi ritmi e le sue regole. Le Minke Whales hanno traiettorie indecifrabili- sono più mistiche di una Cabala. Le vedi ma poi non puoi dire dove siano andate a prendere il secondo respiro. Loro respirano ogni cinque minuti. Come Geysir o giù di lì. Il ritorno è durissimo, un vento polare ci sferza nel fiordo, ma puoi farci poco, devi resistere. Qualche Pulcinella di mare si alterna a gabbiani appoggiati sul filo dell'acqua. Sei tu l'intruso, anche se la natura ti accoglie gentilmente, le orche non si vedono e come D'Arrigo ci volgiamo al porto di partenza. Il freddo rende impazienti, ma è la provocazione della natura che ti rende parte di sè solo aderendo appieno alle sue dure caratteristiche. Che si fanno dolci al ritorno in macchina, tra verde e verde, campi coltivati a colza, impensabili a queste latitudini e l'apertura dello spazio mare della baia di Akureyri, elegante ritorno circondato di monti, ghiaccio e ancora mare.
Akureyri è bellissima. Ci arrivi come un viandante o peggio come un viaggiatore dei deserti che trova un'oasi improvvisa e provvidenziale. Dal grigiore ti appare, colorata. C'è persino un grosso cuore pulsante enorme sulla riva opposta del fiordo. Negozi, ristoranti - in uno di questi, il Rub 23, lo chef ci prepara prelibatezze come gli scampi arrosto con nocciole. Fai duecento metri e librerie, vita, città svaniscono. È tutta lì, concentrata e salutare. Come un'oasi.
Non mancano le stonature. Sono divertenti però. Una Ford Monte Carlo anni'60 nera lunga venti metri si affianca ad altre auto stile americano in un revival eastwoodiano minato dal pumped volume che ne fuoriesce. Per le strade giovani ubriachi fingono atteggiamenti punk che non mettono paura neanche a bambine. Qui si verifica come uno strano salto generazionale. Dall'adolescente alla madre cicciona e sfiorita il passo è brevissimo. Alla cosiddetta globalizzazione alcuni rispondono con medesimi segni opposti solo formalmente. Ecco allora punk o alternativi contro la povertà globale. Tutto si mescola. Immigrazione non ce n'è, o almeno non se ne vede. Il ristorante italiano ha in menù una pizza chiamata 'Mussolini'. Non entro, non so perché. Nel bar storico, molto bello, famiglie tranquille discutono. E giovani. Sono forse i nuovi intellettuali, sordi al baccano esterno, il cui compito, dopo l'istituzione dell'Università qualche decennio fa, è quantomai gravoso. Traghettare un paese sospeso tra la mistica contadina e degli infiniti spazi aperti alla Sigùr Ròs e un avvenire americanizzato stile Burger King che lo sommerge apparentemente senza possibilità di scampo.