Se c'è una cosa che ho imparato in questo viaggio è una sorta di saggezza e di limite. Qui piove, fa freddo, il vento ti sposta, il crepaccio è altissimo. Tutto questo non è lì a metterti terrore, ma a dirti di muoverti con saggezza, rispettando i tempi e i modi della terra.
Il Whale Watching, ovvero l'avvistamento di balene a largo del porto di Husavik, piccola cittadina a nord di Akureyri, è un esercizio di pazienza affascinante. Dopo un'ora circa di viaggio su di una nave a vele e motori, appoggiati sul bordo e reggendosi alle funi, si arriva in una zona vocata all'avvistamento dei cetacei. Le apparizioni sono fugacissime, vedi uno sbuffo, poi una bracciata fuori dall'acqua e la grande pinna che dà l'ultima botta. Io combatto un po' con vicini espandentesi ma alla fine trovo un varco per l'albero maestro. Di lì, come un Giona indigesto, rispondo agli appelli della guida che ogni tanto grida un'ora dell'orologio - così funziona l'avvistamento, indicando la direzione. Le balene o balenotteri sono rari, e anche qui vale la pazienza che l'Islanda ti impone. Non puoi dettare tempi o leggi, è la natura che ti impone i suoi ritmi e le sue regole. Le Minke Whales hanno traiettorie indecifrabili- sono più mistiche di una Cabala. Le vedi ma poi non puoi dire dove siano andate a prendere il secondo respiro. Loro respirano ogni cinque minuti. Come Geysir o giù di lì. Il ritorno è durissimo, un vento polare ci sferza nel fiordo, ma puoi farci poco, devi resistere. Qualche Pulcinella di mare si alterna a gabbiani appoggiati sul filo dell'acqua. Sei tu l'intruso, anche se la natura ti accoglie gentilmente, le orche non si vedono e come D'Arrigo ci volgiamo al porto di partenza. Il freddo rende impazienti, ma è la provocazione della natura che ti rende parte di sè solo aderendo appieno alle sue dure caratteristiche. Che si fanno dolci al ritorno in macchina, tra verde e verde, campi coltivati a colza, impensabili a queste latitudini e l'apertura dello spazio mare della baia di Akureyri, elegante ritorno circondato di monti, ghiaccio e ancora mare.
Akureyri è bellissima. Ci arrivi come un viandante o peggio come un viaggiatore dei deserti che trova un'oasi improvvisa e provvidenziale. Dal grigiore ti appare, colorata. C'è persino un grosso cuore pulsante enorme sulla riva opposta del fiordo. Negozi, ristoranti - in uno di questi, il Rub 23, lo chef ci prepara prelibatezze come gli scampi arrosto con nocciole. Fai duecento metri e librerie, vita, città svaniscono. È tutta lì, concentrata e salutare. Come un'oasi.
Non mancano le stonature. Sono divertenti però. Una Ford Monte Carlo anni'60 nera lunga venti metri si affianca ad altre auto stile americano in un revival eastwoodiano minato dal pumped volume che ne fuoriesce. Per le strade giovani ubriachi fingono atteggiamenti punk che non mettono paura neanche a bambine. Qui si verifica come uno strano salto generazionale. Dall'adolescente alla madre cicciona e sfiorita il passo è brevissimo. Alla cosiddetta globalizzazione alcuni rispondono con medesimi segni opposti solo formalmente. Ecco allora punk o alternativi contro la povertà globale. Tutto si mescola. Immigrazione non ce n'è, o almeno non se ne vede. Il ristorante italiano ha in menù una pizza chiamata 'Mussolini'. Non entro, non so perché. Nel bar storico, molto bello, famiglie tranquille discutono. E giovani. Sono forse i nuovi intellettuali, sordi al baccano esterno, il cui compito, dopo l'istituzione dell'Università qualche decennio fa, è quantomai gravoso. Traghettare un paese sospeso tra la mistica contadina e degli infiniti spazi aperti alla Sigùr Ròs e un avvenire americanizzato stile Burger King che lo sommerge apparentemente senza possibilità di scampo.
Nessun commento:
Posta un commento