
Si sente lontanissimo, in chiusura, un "That's gonna be the one, isn't it?". E' quella buona, insomma. Possiamo dire di sì, In my Time of Dying, perla del sesto album dei Led Zeppelin, è una long track, session di ritmi e urla che concentra in sè cento anni di storia della musica.
Mai John Bonham ha suonato così, ha potuto suonare così. Di fatto nessuno suonerà mai più con questa forza, varietà ritmica, cambio continuo, alternanze tra battere e levare. Sembra che dialoghi con Page in modo speciale, oltre le possibilità di immaginazione. Ti immagini che il rullante stia per essere picchiato lì ed invece no. Tre quarti, no, quattro, due, ma senza la ricercatezza formale del Progressive, spesso fine a se stessa.
Lode, inno, lamento, preghiera che scivola via tra note e loop, slides e echoes. A 2:22 Page fa il verso all'autore (di fatto al primo interprete, il brano è di origine sconosciuta, popolare) Blind Willie Johnson. A 3:25 comincia il miracolo ritmico, amplificato a 3:46 da una scansione quasi inverosimile, dove la cassa batte tutti i tempi, mezzi tempi, assieme al fretless di John Paul Jones, con evidente suono da plettro. L'assolo di Page scivola tra vari registri, ma non è, come spesso accade ai Led, il centro del brano. Il centro è lui, Bonham, che picchia e picchia in attesa del terzo cambio, dopo una ripresa del refrain, con uso di charlie aperto degno di Copeland. A 7:21 comincia a lasciare andare le mani, le suona lui, non più gli altri assieme a lui, o forse sono solo gli angeli neri che serpeggiavano tra le sue spire. A 10:20 è completamente fuori, oltre, tutti suonano per lui, sembra avere molte mani e piedi, tutto cresce, sta per abbandonarsi. Difficile immaginare che un agitato lamento di inizio secolo si sia definitivamente incarnato in un batterista dalla pelle bianca, quasi un secolo dopo che la slide da 4 dollari di Johnson cantava la disperazione dei deportati africani. In Bonham l'Africa è superata, reintegrata, e così la nuova America e qualunque etnia, popolo a venire. In John Bonham, in questo brano, muore il Blues. Si trasfigura, rivela quello che era. Come la scimmia percuote il suolo con l'osso trovato a terra per poi gettarlo in aria, in Space Odissey, così Bonham prende le redini del Blues, le percuote, ne fa tonfo, tamburo e le trasfigura. Le rende opache antichità.
Il 24 settembre del 1980 John Bonham parte per un tour con il gruppo, si ferma ad una stazione di servizio e beve quattro quadruple vodka. Nel pomeriggio si addormenta per non risvegliarsi più. Ha 32 anni. La lapide della sua tomba riporta "Goodnight, my love", voluto dalla sua amata Pat Phillips. Da quel giorno i Led Zeppelin si sono sciolti.
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