06 aprile, 2010

Invictus

Violando il castigo di un’influenza esco, per andare a vedere l’ultimo film di Clint Eastwood, Invictus, dedicato alla figura di Nelson Mandela. Non ho prevenzioni di sorta, conosco Eastwood, lo apprezzo, a volte lo odio, ma sempre con un odio, per così dire, rispettoso. Ho trovato Gran Torino bellissimo e so di essere incline, anzi quasi assuefatto ai filmoni celebrativi, mi piacciono.
Invictus però in fondo non è una celebrazione. Le parole di Mandela-Freeman - ad una meravigliosa prova di attore - posseggono sempre il tono dell’oracolo, ma sono anche molto emozionali. Tutto il film lo è. Le riprese camera a mano delle partite di Rugby, velocissime, senza mai perdere un istante il fuoco, sono fantastiche, ti sembra di essere nella partita, altro che 3D. Matt Damon è anche bravissimo, nel ruolo del capitano della nazionale sudafricana che, attraverso un disegno ben definito di Mandela stesso, riesce nell’impresa di vincere il campionato mondiale di Rugby, sovvertendo ogni pronostico e riuscendo in questo a ridefinire l’unità di una nazione. Al predominio dei bianchi non voglio sostituire quello dei neri, dice Mandela. I volti degli attori, anche minori, si stampano nella mente, così come il bellissimo sorriso della domestica di Damon, nera, che quando sa che il suo figlioccio andrà per un the dal Presidente gli dice di ricordargli che gli autobus costano ancora troppo e viaggiano in ritardo.
Le megalopoli di baracche dei sobborghi di Johannesburg sembrano gli accampamenti del dopo terremoto aquilano; diventano, nel film, teatro delle lezioni dei rugbisti ai bambini poveri neri degli slums, in un momento emozionante e divertente del film.
Eastwood sa colpire al cuore. Lo fa da vecchio che non ha altra fiducia che in se stesso, “padrone della propria anima” come recita un adagio del film. In questo personalismo lascia in secondo piano il Movimento, le collaborazioni, anche se il team di Mandela appare nel film come fondamentale per la storia e la vita del Presidente. Ma è l’uomo, il singolo ad avere sulle spalle il destino del mondo. Ideologia non è la parola giusta, è più un credo da antico colono, da New Frontier, in fondo lo ha proclamato anche Obama. In questo almeno, destra e sinistra lasciano spazio all’intelligenza e al futuro.
Anche in Italia un presidente ha acquistato una squadra di calcio. Siamo lontani dal “calcolo umano” di Mandela di far rivivere l’orgoglio di una nazione unita attraverso le gesta di una nazionale vincente. Qui da noi il presidente ha capito che nella cabina elettorale ci saremmo posti il dubbio se votando per lui il Milan avesse avuto più chances e viceversa.

La liberazione di Mandela fu uno degli ultimi eventi cui assistette mio padre, con sua grande gioia. Ora, con gli occhi ancora lucidi, mi sembra di rivedere la sua soddisfazione nel leggerlo da un giornale. Non fu proprio l’ultimo episodio importante della sua vita. L’ultimo fu l’omicidio di Paolo Borsellino, tanto per rimarcare le differenze.

1 commento:

David ha detto...

Condivido in pieno il tuo post. Anche a me il film e' piaciuto e mi ha emozionato. Ho trovato un po' di retorica nel film ma e' stata resa senza celebrazioni inutili.
Ho trovato poi il piano sequenza iniziale fantastico e sopratutto in 2 minuti e' riuscito a condensare l'Apartheid e la sua dissoluzione e sintetizza il tema del film, l'union di un popolo attraverso lo sport.
Inquadra il campo di football dei ricchi ragazzi bianchi, poi passa sulla strada che divide il campo di football da quello di calcio dove stanno giocando i poveri ragazzi neri. Poi torna sulla strada dove passa la macchina di Mandela appena uscito dal carcere. Questo e' puro Cinema (e la maiuscola ci sta tutta).