29 luglio, 2009

Iceland I.


Se mai si avesse avuto il dubbio se o meno la natura e l'uomo combattessero ad armi pari, qui in Islanda, la terra non-terra, si ricrederà. Fra questi venti gentilmente artici, le scogliere a picco, il verde sconfinato, l'uomo è riportato indietro a quando mezzi per difendersi dalla natura non ne esistevano. L'esperienza non è dissimile a quella che si prova in quota, chessò, a Cortina o sulla Marmolada. Le temperature, l'aria sono quelle - solo che qui sei in riva al mare. E l'arrivo, a Reykjavyk, città che non dorme, passa dal tramonto delle lunghe strade, con colori onirici a dir poco o meglio confusi come se si potesse agire sulla tavolozza del paesaggio a piacere tipo cielo rosso montagne blu mare viola. All'imbrunire finto - nel senso che non dà accesso ad una vera e propria notte - la città è preda di ubriachi rumorosi che rispettano pur nel frastuono l'ordine pubblico. Da quando sono qui, quattro giorni, non ho visto un poliziotto nè simili. Pare che qui non esistano reati. I giovani sono dappertutto tanto che ti chiedi dove siano e se ci siano i vecchi o se, dispersa tra monti verdi e picco e fumi che escono perennemente ovunque, non vi sia nascosto un qualche Cocoon di giovinezza eterna. I volti sono molto dissimili tra loro. Non diresti che esiste una razza. I colori sono chiari sì, ma le corporature molti varie. Segno che qui, come dice la storia etnologica e il Book of Settlements, c'è gente dalla Siberia alla Norvegia, ai Celti di Irlanda e Far Oer. Un museo molto bello - si chiama Reykjavyk 871 +-2 - dalla data presunta del primo insediamento in città, ci dà l'idea di quanto l'Islanda rivendichi le sue origini, per quanto spurie e composite.
Per la campagna che si trova ovunque non sia Reykjavyk i colori sono maestosi. Le scoscese ripide e incedenti mettono soggezione. Per i campi, da lontano, fieno imballato di bianco pare ghiacciaio se assieme, tomba, segnale di caduto a schiera se isolato. Mi chiedo cosa ci faccia un cimitero americano in mezzo alla brughiera, poco prima di scoprire che sono balle bianco candido. Segnano il tratto, sono caratteristiche.
I toponimi sono molto semplici. Tradotti possono significare la valle, il fiume, la roccia del fiume e via dicendo. Centri più piccoli hanno i nomi dei proprietari, per cui ti capita spesso di imbatterti in Gustav piuttosto che Heidi e perché no, Bjork.
Ci fermiamo a Drangshild, la gentilezza dei gestori ci fa mangiare tardissimo. Lo spazio, nell'imbrunire lungo di mezzanotte, è entusiasmante. Verde scuro lo sperone che incombe, infinita la valle davanti. Il gestore fa uso di olio, è infatti spagnolo di Santiago, legge di guerra Santa in Internet, racconta di amici dispersi per il mondo, sono sicuro che ha iniziali R.C. ed è un Rosacroce. Vabbè. Il giorno dopo Dyrohlaey è una scogliera con spiaggia nera maestosa. Tra le rocce, seminascosti dalla pioggia, dal nero basaltico e dalla connaturata ritrosia appaiono le Pulcinelle di Mare. Per chi non le conosce sono semplicemente gli uccelli più belli e curiosi del mondo. Il becco è una maschera teatrale, di gradazioni di rosso e arancione. Stanno, si fanno fotografare, consapevoli del proprio fascino come mannequin. Poco prima che cominci il grande dittatore.
Il vento. Già. Per chi crede di averne avuta esperienza deve fare un giro da queste parti. Le persone qui dicono che è "unusual" ma sinceramente ci credo poco. Qualcuno si corregge e dice che non è tipico di qui ma sul mare sì, lo trovi. In ogni caso è un vento a raffiche. Non riesci a stare in piedi. La macchina sbanda, sembra di guidare una vela. Se poi consideri che ci sono stati otto gradi di giorno e che il vento viene dai ghiacciai o peggio dall'Atlantico o peggio ancora dalla Groenlandia, si può avere un'idea. E' qualcosa di pesante, non ti fa vedere niente. E' denso, fatichi a respirare. Se ti prende il collo ti blocca, la testa è un ghiacciolo. E' segno di inospitalità.
Proprio qui, avvolto dal vento che ricama suoni i più vari, dentro un'elegante bungalow di fronte alla valle, mi appresto a farmi impressionare dalla maestosità di Geysir.

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