30 maggio, 2009

V.C.B.


Non l'avevo visto, sono solito "perdere" i film in uscita. Sarà mancanza di tempo o snobismo. O entrambe le cose.
Vicky, Cristina, Barcelona ha un titolo magnifico, che lascia intendere come le due donne e la città siano protagoniste della storia. Non è proprio così. Bardem è costantemente bravissimo e l'irrompere reale della sua ex-moglie Penelope Cruz è l'evento più importante del film. L'intrusione serve, narrativamente, a dispiegare le storie delle due di cui sopra, la prima, Vicky, promessa e poi sposa, sostenuta, concreta, ma solo nella sua supercoscienza, la seconda, Cristina, nel volto e corpo della Johansson, che si invaghisce di Juan Antonio ma anche della sua ex. Sarà proprio questo evento che la porterà ad essere ciò che esattamente è, ovvero una donna che "sa esattamente cosa non vuole".
Il film è molto affascinante fino a metà. La Cruz è una bravissima attrice, ma il suo personaggio è la "leva" della storia, quindi quello più monocorde, più costante, non mutevole. E l'Oscar per un ruolo così "semplice" come fare la pazza gelosa spagnola, nella sua lingua peraltro, mi sembra proprio un azzardo. O almeno fa capire come ad Hollywood non c'abbiano capito proprio niente. Il film è un film sul mutamento, sul finto mutamento. Vicky, vera protagonista del film, vuole, non vuole, poi decide ma non è una decisione, o meglio è una pazza volontà di non avere più ciò che ha, che si frantuma contro la sciocchezza di una lite, l'ennesima, tra Juan e la sua ex.
Allen gira in modo straordinario, si sa. Qui ogni colore è perfetto, Barcellona è meravigliosa, ma mai come in questo film tutte le sue sfumature emergono. E i cuori si intrecciano come le volute stupendamente imperfette delle colonne e delle facciate di Gaudì.

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