10 aprile, 2009

La Digue, II.

Sarà per la difficoltà a raggiungerla, ma Petit Anse è proprio bella. Intanto proprio piccola non è. Dalla capannina che qualche gentile ardito ha costruito con foglie e rami di banano il mare arriva sonoro. I cavalloni ci hanno sottratto gli occhiali da sole, in un lampo di accaldata temerarietà. Il sentiero per la successiva Anse Coco mi pare ad un tratto perdersi. In un attimo mi ritrovo tra palme radici e massi di granito da scalare. Ansia. Poi torno indietro. In effetti qui se ti perdi ci saranno cinquanta turisti in tutta l'isola. Dopo un po' ti tocca salire sul monte e fare segnali agli aerei. Insomma per in attimo "Cast Away" ritorno a Petit. E pensare che la creola del ristorante aveva detto in italiano 'cinque minuti'. Se conta gli euro come i minuti ordino tre aragoste.
Ieri un signore svizzero con moglie creola ci accoglie in casa per salvarci dall'improvviso acquazzone. Ci racconta la sua vita, ci offre un caffè. Dice che l'isola è molto chiusa. Come un'unica famiglia. Ma lui è lì da vent'anni. Segno dell'ambigua polarità della gente di La Digue.
Poi di sera con un free taxi a mangiare a l'Ocean. Pesce Jobà ottimo. Il resto meno. Sembra proprio che la borghesissima padrona di casa abbia veramente la migliore cucina di La Digue. Stasera mangeremo di nuovo a casa in attesa di salpare per i fiori di Victoria, dopo tre giorni di ospitalità strana, di selvaggia bellezza, di degregoriana "pioggia e sole".

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