11 gennaio, 2012
Torino
A Torino le cabine telefoniche funzionano. A Roma direi che è complesso trovarne che non siano un ripostiglio. A Torino la gente cammina su via Garibaldi tenendo la destra, a via del Corso ti spingono sotto a un taxi. A Torino nessuno ha l'ipad e se vedono il tuo ti dicono "uè che bello, è un iPad ?!". A Roma pochi hanno un iPad e se vedono il tuo dicono "ti trovi bene ?". A Torino pochissimi ostentano ricchezza, al massimo li vedi con un piumino firmato tenere al guinzaglio un cane di razza. A Roma molti ostentano ricchezza e devono ancora pagare i debiti di tre anni fa. A Torino la gente si arrabbia, risponde, litiga. A Roma non litiga nessuno e nessuno si sopporta. A Torino chi è creativo ha un punto in più. A Roma in meno. A Torino non ci sono lavavetri. A Roma il sindaco dice che con lui finalmente non ci sono più. A Torino gli africani parlano con l'accento piemontese, sui tram puliti e precisi al secondo. A Roma fanno i tram per gli africani. In sette giorni, a Torino, una volta sola un autobus non è passato all'orario scritto sul display della fermata. A Roma non esistono display. A Torino l'abbonamento ai mezzi pubblici per sette giorni costa 9,50. A Roma 16. A Torino ci sono i controllori su ogni mezzo, così a nessuno viene in mente di non fare il biglietto. A Roma capitano una volta ogni cento viaggi, e la multa costa 100 euro. A Torino c'è gente in crisi, in cassa integrazione. A Roma c'è più che altro una crisi morale. A Torino sono fieri di essere torinesi, anche se sono di Lecce. A Roma pensano che i romani sono migliori di tutti, anche se sono di Lecce. A Torino i romani si lamentano, non si capisce bene di cosa. A Roma i torinesi si accontentano. A Torino la Regione è della Lega Nord, il Comune della Sinistra, e i grandi progetti, le ristrutturazioni, sono firmate da entrambi. A Roma la Regione è...vabbè lasciamo perdere. A Torino tutto è un inno all'Italia, ai suoi Padri fondatori, ai suoi simboli. A Roma Cavour è una fermata della metro. A Torino, un imprenditore inventa un MacDonald's con prodotti bio a km.0. A Roma aprono un MacDonald's anche a casa tua, se non ci fai caso. A Torino, in via Lagrange, piena di turisti, pedonale, aprono un locale dove puoi mangiare solo pasta di Gragnano del pastificio Afeltra. A Roma in Corso Vittorio, un egiziano di Gragnano apre ogni tre mesi un diverso Kebab con fantastiche salse miste per turisti.
Può sembrare irritante, il mio post, ed è pur vero che forse molte volte non si apprezza abbastanza la città in cui si vive. Scendiamo a Roma Tiburtina. Il taxi bisogna indovinare dove sia. Basta immaginarsi un parcheggio dietro qualche transenna. Facile. Poi lui si dimentica di azzerare il tassametro, ma in fondo, di fronte all'impatto dell'aria pura di Roma, la cosa passa in secondo piano. A Torino un signore per strada mi fa: oggi c'è troppo smog, speriamo che piova. Ma se vedi o meno la punta del Monviso è solo colpa delle nuvole. A Roma l'aria non ti fa vedere lontano, e sa di un misto tra zolfo, polvere, cipolla. Potrei suscitare rabbia, lo so. Ma tanto il romano si arrabbia e poi tutto torna come prima. Se solo si arrabbiasse veramente per una qualità di vita e servizi da quarto mondo, forse qualcosa cambierebbe. Il romano, me compreso, è il vero mastodontico ed immobile Gattopardo.
26 agosto, 2011
San Francisco, California.
La silhouette di San Francisco, in una giornata in cui la nebbia si stempera, ma non certo del tutto, appare quasi chiara ma inconfondibile dall'opposta riva di Richmond. Sulla strada da Sonoma che aggira la baia verso l'Oceano più a sud, Santa Cruz, Monterey si susseguono toponimi importanti, Mountain View, Palo Alto, Cupertino, e prima ancora Berkeley. Sono sedi dei nuovi cervelli, del futuro, delle aziende che dal nulla hanno creato ricchezza e notorietà, Google, Intel, Apple, Facebook. Ma anche la Nasa. In un museo che non ho visitato dicono ci sia un pezzo di roccia della Luna. Questa è la California, credo. Il nuovo. L'ignoto. La direzione verso qualcosa, come il sentimento di chi ha conquistato, o invaso, a suo tempo queste terre. In alcuni luoghi, per colore e vegetazione sembra di vedere l'Europa, la Sicilia, la Sardegna forse. Diverso, più vasto, ma simile. Che sollievo per chi è arrivato fin qui. Non sembra ci sia un ceppo originario. Gli ispanici sembrano la maggioranza, o forse gli inglesi sono in vacanza o tranquilli nelle loro dimore vittoriane su per Pacific Heights o Nob Hill. I cinesi sono moltissimi, un portale autorevole fa da ingresso a Chinatown, in una delle zone più interessanti e centrali. Union Square è un luogo di ritrovo, da lì si dipartono vie commerciali, alcuni musei, vicino è la zona di Yerba Buena, una sorta di Lincoln Center ridotto, con bellissimo parco, un ricordo di MLKing ed un elegante caffè, ma anche Geary Street o O'Farrell, che introducono a Tenderloin, quartiere ambiguo e forse pericoloso. Questo senso di insicurezza, non forte ma presente, distingue San Francisco da New York. A New York hai l'impressione che non ti puó accadere nulla, la città è blindata e sicura. Ricca, i poveri sono innocui e relegati in qualche angolo di un parco. Frisco è più normale. La gente è simpatica, ma non come a New York. Qui la simpatia è più forte ma anche più rara. Alcuni sono anche maleducati, ma forse è la stagione. Qualcuno disse che l'inverno più freddo è l'estate di San Francisco. La temperatura in effetti tocca i dieci gradi la mattina vicino all'oceano e non sale mai oltre i venti gradi, il che vuol dire mattina fresca, sera con vento gelido e forse un paio d'ore di sole, centrali. E poi la nebbia. L'aria calda dell'interno si scontra con quella fredda della baia e genera la nebbia, che pare sia appunto un fenomeno estivo. Ci sono giorni in cui non vedi il sole per niente. La nebbia la vedi correre bassa, ti viene incontro a folate, copre i palazzi più alti, la fa da padrona nelle zone nord, o verso l'oceano. Sembra quasi che il sole non riesca mai a posarsi, per colpa del vento. È una città che non si scalda mai.
Alcatraz è una sorta di Mont Saint Michel laica, dedicata anch'essa alla fuga, in qualche modo. La sua posizione panoramica doveva essere uno spunto per fuggire e quindi, viste le misure di sicurezza, una frustrazione immensa. La visita parte da uno dei Pier - i moli di San Francisco, alcuni molto piacevoli, ultraturistici ma piacevoli - e la visita al carcere di massima sicurezza di un tempo non è in fondo tetra nè pesante. Colpisce il varco creato in alcune celle che permise la fuga di tre uomini, mai trovati, molti anni fa. Si puó fantasticare, forse si sono rifatti una vita nel Sud e magari hanno fatto visita al carcere, da turisti sotto falsa identità. Oppure, più semplicemente la baia li ha inghiottiti, come è facile che sia stato. Alcatraz fu la sede poi di una occupazione di indiani americani, durata qualche settimana in fondo. Fece scalpore, venne dispersa, ma i reduci ne parlano come un atto politico importante. "È difficile rimanere nella storia senza provocare qualche problema" dice il leader di allora, Ed Castillo. Nella storia di ciascun luogo, direi, entrano a costituire la storia e quindi le personalità di ciascuno anche eventi come questo, effimero ed inutile.
Il grande parco del Golden Gate (che poi effettivamente si affaccia su di un altro parco ancora), è costruito ad immagine di Central Park. Meno affascinante forse, ma sicuramente bellissimo e ricco di tesori. Il De Young e la California Academy of Science, in primis, ma anche il bellissimo orto botanico e l'incantevole Japanese Garden. Verde, bianco e nero. I colori del parco. Il verde di migliaia di specie vegetali differenti, il nero del De Young e delle bellissime anfore, il bianco della nebbia. L'Academy è apparentemente un parco giochi, di certo attrae grandi e piccini, come si dice. Ma al di là del contenuto (meravigliosa la ricostruzione della foresta pluviale) spicca la struttura, pensata e realizzata da Renzo Piano. Un parallelepipedo di acciaio e vetro completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Il tetto è un grande giardino che filtra l'acqua piovana e la riutilizza, e che mantiene costante la temperatura all'interno. Ovvero niente aria condizionata o riscaldamento. I pannelli solari danno energia al tutto, ovvero la foresta succitata, un planetarium, varie esibizioni. Mi sono solo chiesto perchè un italiano non realizza queste cose in Italia, ma sono domande dalla risposta ovvia. Il Golden Gate, ovvero il primo dei cinque ponti, o forse sei realizzati nella baia, e neanche il più lungo, lascia senza fiato. Forse anche per via della strana prospettiva, lo si vede per intero quasi dalla rampa d'accesso, rendendo la visione non laterale del tutto e per questo arditamente prospettica. Le cime dei pilastri arancioni fiammanti (sono ridipinti molto frequentemente) sono nella nebbia ed hai per questo la sensazione di altitudine e mare assieme. Anche su questo ho maturato un'idea, o meglio si è confermata in me. Il ponte è lungo tre chilometri, e ce ne sono un paio al di là della baia ancora più lunghi. In un territorio in cui le correnti sono addirittura visibili ad occhio nudo, che chi si tuffa scompare, senza parlare dell'incidenza sismica. Anche su questo lo spirito americano è fondato sul fare. Non si cercano giustificazioni. Nè mafie o correnti o terremoti possono fermare le opere dell'uomo. Immaginatevi dover traghettare di qua e di là dalla baia, in assenza dei ponti. Una follia. Come in un temino delle scuole elementari potrei soffermarmi sul "cosa ho imparato". Il ponte mi ha insegnato molto, in questo senso. Non mi sento affine allo spirito americano, forse New York è più simile ad una città europea, nell'indole, ma la West Coast assolutamente no. Ma questo è un punto a loro favore. Sono attivi. Non si fermano davanti a nulla. San Francisco ha trovato forse un equilibrio tra lo spirito lento dei messicani e quello iperattivo dei cinesi. Ma arrivando nella baia ti accorgi che tutto si muove, è organizzato, attivo, perfetto. La nostra immagine della California qui è totalmente fuori luogo. Forse sarà così nel lungoceano di Santa Barbara. Ma qui niente rilassatezza.
Neanche l'immagine della strada che da Santa Cruz porta a Monterey, poi a Carmel e di lì giù a Big Sur puó contrastare se non superficialmente questa sensazione. Santa Cruz è una grande area ricreativa, popolare, con tanto di parco giochi sul mare, peraltro divertente e caratteristico, un aspetto popolaresco e kitsch che mi aspettavo e non mi aspettavo, gioioso e cortese, solo a tratti roboante. Da Monterey, interessante cittadina nella quale un percorso a terra ti guida alla scoperta di dimore storiche (dell'allora capitale della California), come il "First Theatre" - che dalla prima impressione sembrava essere più un luogo di ritrovo dove bere e cantare che una rigida venue shakespeariana - attraverso una strada costiera si giunge a Carmel by the Sea, o meglio, by the Fog potremmo dire, poichè la nebbia domina tutto lasciando fortunatamente qualche sprazzo di visibillità e di incanto. Le bellissime case sulla Pacific e poi le ville e il litorale della 17 miles road, una strada-parco a pedaggio in cui ammirare cervi, cormorani, otarie e scorci di oceano impressionanti, poetici. Sicuramente una delle strade più belle al mondo. Le rare ville lungo la via danno l'idea di gusto, raffinatezza e ricchezza, la nebbia fa udire e non vedere le voci delle otarie, poco a largo su piccoli isolotti ed un albero bianco di salsedine, il Ghost Tree e ancora il Lone Cypress sono il simbolo di questa meraviglia. Quest'ultimo si staglia su di un picco, solitario, sorretto da alcune funi. Ha circa 250 anni e forse senza corde non avrebbe resistito alla furia delle intemperie invernali. L'uomo lo aiuta ad essere solo, simbolo, immenso e semplicissimo.
Non posso raccontare la maestosità della strada che da Carmel ports a Big Sur, purtroppo. Dopo Carmel, strano luogo sospeso tra surfisti, casette a schiera molto graziose ed uno spirito un po' snob e altoborghese, si entra nella grande dominatrice. L'auto la spazza via al passaggio, non è densa. Ma sul mare la nebbia rende tutto un gran vapore bianco.
25 agosto, 2011
Last day in Frisco.
L'arte figurativa americana imita Bonnard (Elmer Bischoff) Goya, Picasso, Ernst (William Gropper). Laddove si distacchi dalla realtà ottiene invece uno statuto di alta capacità simbolica. E rappresentativa di un luogo, di una cultura. E' evidente la grande capacità di utilizzare nuovi mezzi, fili e tizzoni nell'Anti-Mass di Cornelia Parker, ad esempio, o nei meravigliosi esempi di Al Farrow (The Spine and Tooth of Santo Guerro, una cattedrale costruita solo con proiettili o parti di fucile) o del Model for total reflective abstraction di Josiah McElheny, davanti al meraviglioso ed iperrealistico "Adorazione dei Magi" di Gottfried Helnwein, in cui la Madonna con Bambino è salutata da militari in licenza.
Il De Young Museum di San Francisco, immerso nel Golden Gate Park (e nella nebbia), di fronte all'altro colosso del California Academy of Science di Renzo Piano, ha come silhouette una grande torre nera a forma di tronco di piramide capovolta e ritorta. La torre ospita solo gli uffici ed un belvedere, le exhibitions sono nei due piani più larghi, alla base.
Nel piano interrato la mostra temporanea racchiude poi 100 capolavori di Pablo Picasso, disegni, opere in bronzo e dipinti che illustrano vari periodi della sua produzione. Paul as an Arlequin, una visione in cui l'indefinito ed inconcluso sono la piattaforma per il ritratto in colore, meraviglioso. Il Ritratto di Olga su una poltrona è in grande esercizio di stile, la donna ha un'imbarazzo quasi giocondesco. L'Acrobat sembra occupare da contorsionista tutta la tela. L'impatto coloristico di Dora Maar o quello quasi monocromatico e civile del Massacro in Korea (1951), o il volto disegnato che condensa molto cinema americano del bellissimo Femme au fauteuil del '48. Uno spirito acuto, denso, ironico e cupo, sicuro di sè ed umile, tanto da dipingere un Déjeuner "d'apres Manet", lui che poteva fare a meno di maestri e che, come recita un adagio stampato sull'ultimo bianco della mostra, amava ripetere "Painting is stronger than me. It makes me do what it wants."
Il ritorno, tra la nebbia ed il freddo, tra i parchi e le eleganti case delle colline, mi lascia l'amaro dell'addio, o di un arrivederci lontano. La nebbia sale, mi avvolge, la severa, ilare, fredda, colorata Frisco vorrebbe forse tenermi con sè.
17 agosto, 2011
U.S.A. - 1
Dopo un tempo infinito di attesa, stipati come polli da batteria per 11 ore in aereo, si vede il cielo di New York, ma non è la prima impressione che si ha della città. Devi attendere il taxi in un sotterraneo. Tutto è molto organizzato. I varchi sono essenziali, rigidi ma veloci. Questo popolo non-popolo, o perlomeno non uniforme nè cosi autoctono...non si è mai disabituato ad accogliere. Non sono gentili i poliziotti di frontiera, ma tutto funziona. Dicevo, la prima impressione è un odore. Di ferro. Complice la pioggia battente, forse. Ferro come entrare in un distretto minerario o industriale. Tra le gocce di pioggia e la nebbia, Manhattan poi appare dopo molto tempo, rallentati da incolonnamenti, nè il tragitto da Jfk è particolarmente brillante. Appare un attimo prima di entrare nel tunnel di Queens. Poi dopo è tutto verso l'alto. Manhattan sembra non avere altra dimensione che l'altezza. E questa continua visione immensa sopra di noi condiziona le distanze percorse, in taxi, a piedi. Il Chrisler appare, è lì, ti sembra di toccarlo, ed allora ti incammini e passa un'ora.
Il rumore. Continuo, tanto che tutto ció che deve farsi sentire deve necessariamente essere più alto, dal tipo che vende i giornali di fronte alla stazione ad ogni richiesta, contatto, colloquio.
Un capitolo a parte per l'aria condizionata. Una nevrosi evidente. Se fuori è sera e ci sono 23 gradi, ha senso entrare in un negozio e doversi mettere cappello, sciarpa, maglione per la brezza a 15 gradi ? Il tempo di aggirare il fuso, che si fa sentire eccome, qualche passeggiata, ristorante e siamo pronti per partire e ritornare. Non prima di aver fatto esperienza di Central Park. È un luogo bellissimo, enorme. Puoi passeggiare, infilarti nei boschi, navigare su barchette nei laghi, correre. Pur essendo un parco tutto sommato uniforme, presenta itinerari diversi per diverse abitudini o piaceri. Riposandomi all'ombra di un grosso olmo, dopo aver mangiato "organic" (termine richiestissimo a NY), ho avuto la sensazione che quel rumore costante di fondo svanisse. Ho capito che Central Park è una salvezza a portata di mano, per chiunque. Forse chi vive nel Bronx o a Queens non va a correre lì, ma la popolazione che incroci è talmente dissimile che ho il sospetto che sia un po ' il parco di tutti. Ai suoi margini molti musei, tra cui il Guggenheim, geniale nella sua architettura, che in questi giorni contiene una personale dell'artista coreano Lee Ufan. Un po' una scoperta. New York è così. È centratissima su se stessa, ma lo è per rivelare le altre culture. Non è raro trovare qualcuno parlare con termini italiani spagnoli ed inglesi assieme. In fondo, aggiungendo quella olandese, sono le quattro radici dell'America. Nella piazza di City Hall un palazzo porta enorme una scritta "New Amsterdam". Italiano è invece sinonimo di mangiare. Pur esistendo locali molto raffinati di cucina italiana, la raffinatezza è però ancora legata al gusto francese. La Spagna, ovvero il Sudamerica, è molto presente in ogni settore. A volte hai la sensazione che sia proprio una seconda lingua. Se invece trovi qualcuno che parla italiano, in realtá si esprime in un generale dialetto del sud, con cadenza e termini antichi. Insomma, il Padrino esiste davvero.
Se New York è un uomo d'affari scaltro, Boston è una signora elegante un po' provinciale. Boston è fondamentalmente le sue universitá, luoghi un po' magici. Harvard, racchiusa da mura antiche, ha un fascino discreto, la cittadina di Cambridge la racchiude e le rende servizio, con locali e librerie. Il MIT è un quartiere di grandi strade costellato da palazzi anche interessanti, sede di istituti. Nel museo, molto bello, olografie e robot e tutto quello che è stato inventato da queste parti, vi assicuro che è molto. Il resto è un po' ovvio e anche kitsch, come il Freedom Trail, percorso che illustra i luoghi della Rivoluzione, spesso più percorso di shopping o di street food selvaggio che altro. Ma la sera dopo la cena in un ristorante italiano, sedersi in un parco ad ammirare i pochi grattacieli immersi nella nebbia è un motivo che vale il viaggio. Perchè Boston è così, elegante e calma, quel che ci vuole per contrastare il delirio di New York.
Newport è una perla della costa del Rhode Island, lo Stato più piccolo dell'Unione, ad un ora e mezza da Boston. Bel porto e dintorni, ma il cuore di Newport è la sua Bellevue Avenue, sulla quale si affacciano più o meno tutte le Mansion ovvero ville principesche costruite a partire dal 1800 da alcune famiglie importanti del mondo finanziario ed industriale. In primis la famiglia Vanderbilt, che costruisce ed arreda due fra le più superbe residenze. Si tratta di ville sfarzose, con arredi antichi o eccezionali imitazioni in stile. Con parco attorno. Spiccano tra gli alberi, anch'essi magnifici, ed affacciano riluttanti sull'Avenue, più spontanee sul mare, una baia di qua e di là, bellissima. Sai bene, incrociando per strada una signora profumata ed elegante, che si tratta di una milionaria. Ma poco ti importa, perchè al lusso Newport ha sostituito la bellezza del lusso. Un modo come un altro, effimero e virtuale, di condividere la ricchezza.
Tornati a New York con un treno d'altri tempi, sconsigliato dai più ma che si rivela invece comodissimo, ci si rituffa nella confusione. New York è il suo rumore di fondo. Ad ogni ora. Quando chiediamo una camera più silenziosa i pur gentilissimi gestori dell'Ace Hotel, originale e splendido, sgranano gli occhi, come a dire, "quale rumore ?". Se passeggi per strada trovi molta gente che grida, si raduna in clubs assordanti, oppure canta e suona. Per sostituirsi al rumore. Forse non c'è altro modo. L'ho pensato anche io quando ho avuto la fantasia di dormire con la tv accesa. La notte il rumore diventa assordante, crescendo il bisogno di silenzio.
Eppure New York, così fastidiosa, ti regala visioni e sensazioni uniche. Non credo esista un luogo uguale nè simile al mondo. Puoi trovare tutto. Ci sono circa settemila ristoranti. Se desideri una gelatina al lambrusco puoi trovarla. Magari la richiedi con il servizio in camera. Tutto ha un costo, alto. Se puoi spendere qui puoi farlo.
I collegamenti all'interno di Manhattan sono tutto sommato agevoli. I Taxi sono quasi introvabili la sera tardi nei quartieri più alla moda, ma poi uno si trova. La Subway è molto capillare, funziona bene. Se non fosse per i 40 gradi delle passerelle (i treni sono freschi). Lo sbalzo a volte è da tramortire un cavallo. Mi spiega un signore che l'aria condizionata sarebbe inutile, visto che tutte le passerelle della metropolitana comunicano con delle grate con le stradde. Si disperderebbe insomma. I Newyorkesi non hanno il concetto dell' "un po' più fresco". O si gela o nulla. Mi è capitato di entrare in un ristorante ed uscire subito perchè sembrava una cella frigorifera. Ed in questi giorni la città non è caldissima, figuriamoci quando lo sbalzo è più cospicuo...
Un'escursione molto piacevole e super consigliata è quella in scafo che parte dalla punta di Manhattan per arrivare a Liberty Island, dove si passeggia sotto la famosa statua. Di lì, la vista di Manhattan - più o meno per intero, di leggero profilo tanto da scorgere le torri dell'Uptown, è assieme entusiasmante e rappacificante. Il rumore della città è sostituito dai grilli e dai gabbiani e l'ombra che la gran regina proietta salva dalla calura. Al tramonto ti sembra di avere il mondo davanti in una bolla di vetro. Ti verrebbe da rovesciarlo per vedere la neve. In primo piano la torre che sostituirà le gemelle - ha nel cantiere, come cappello, una doppia gru che la fa sembrare una farfalla. Non è necessario sostare di fronte al grande cantiere che è stato teatro del disastro delle torri per capire che questa città è come uscita da una guerra. Rossellini avrebbe avuto molto materiale su cui lavorare. La sofferenza, la voglia di riscatto, il rinnovamento sono fatti visibili negli occhi delle persone, ovunque.
La si vede, la torre che sotituisce le gemelle, anche dalla magnifica veduta che si ha da Brooklyn Heights, un quartiere di là del fiume, antico ed in stile inglese vittoriano. È bellissimo camminare per le sue strade tranquille, ammirando portoni e scalini d'epoca ed al contempo moderatamente lussuosi. Brooklyn è una sorta di cittá a se stante, la vista che si ha, dalle sue Promenade in riva all'Hudson di Manhattan è meravigliosa. Eppure percorrendo a piedi il Ponte hai la sensazione di passeggiare su quei ponti sospesi fatti di legno. Antichissimo e nuovissimo, sul Ponte molti secoli in fondo si uniscono in un punto. Ed in fondo a Brooklyn Bridge, dalla posizione sopraelevata della passerella finale, hai l'impressione di avere bisogno di una visione di 360 gradi. Un unico sguardo non può cogliere tutto. Dal Belvedere che ci spiana Manhattan ed i ponti, meravigliosi direi, si ammira una gara di aquiloni. Da questo punto sembrano più alti dei grattacieli, un'immagine di come la poesia ed il gioco superino la rigida serietá. Ma è solo una questione di prospettiva, una spereanza effimera. I grattacieli sono altissimi, una babele nelle intenzioni, che funziona, produce ed in questo funzionare genera mito e rinomanza. Wall Street è un luogo turistico, in fondo. Lo è anche il cantiere dell'11 settembre. A Brooklyn trovi solo al massimo la casa di Truman Capote, che per diventare famoso doveva scrivere di quel Tiffany in 5th Ave. dove effettivamente sono tutti sorridenti e gentili. Ci credo, lavorano in una delle strade più belle del mondo ! La Quinta è meravigliosa. Ampia, la costeggiano edifici storici, come il Flatiron, un palazzo direi unico al mondo, assieme a mille altri bellissimi, colorati discretamente ed austeri senza essere severi. Ma il Flatiron ha qualcosa in più. Sembra una costruzione effimera, nello spigolo che si affaccia sulla quinta è talmente stretto che ci si chiede se lo siano anche gli ambienti interni. Eppure la sua figura snella è pura classe.
Soho, e tutti i quartieri limitrofi sono una sorta di centro nel centro, più defilato e tranquillo in parte, animato la sera di locali, ma è di giorno, a mio parere che tutto si fa interessante. I colori dei suoi palazzi di ferro dipinto sono una delizia. Continuando su Greene street o giù di lì arrivi a Little Italy, tutto cambia, ristoratori che ti chiamano ad entrare, tutto è sopra le righe, sfruttando l'equazione italiano=mangiare bene - cosa che dubito, almeno qui. Non so come si regga il tutto perchè chi passeggia è prevalentemente italiano e turista, scatta foto e scappa via. È una piccola Italia, o forse più un'Italia piccola piccola. Altro discorso per Chinatown, che appare dietro una giantesca insegna della EastWest Bank - che la dice lunga. Strade rigonfie di insegne, negozi, persone, cose. Puoi comprare tutto e mangiare tutto. Più veritiera, in fondo.
Un'esperienza che consiglio è la visita guidats al Lincoln Center, un auditorium se così si può dire, immenso, fatto di teatri, centri espositivi, scuole, la famosa Julliard. È lo spirito di New York, vedere tutto ed ispirarsi. Vuoi che l'arte cresca ? falla crescere, semplice. La nostra guida è buffa ed intelligente, i teatri sono magnifici e colpisce la qualitá degli arredi e di opere d'arte nei foyer. E le donazioni dei magnati, forse un fenomeno molto ridotto in Italia. Sembra quasi che l'equazione potere politico=ignoranza non valga qui negli States. Qui tutti si preoccupano di fare e non di nascondere. Fare cose diverse, certo, ma fare. È lo spirito europeo, fiammingo, che spinge alla creatività, anima della cittá dalla quale sembrano per ora esclusi gli italiani, se non fosse per qualche buon cuoco, gli ispanici, comunità molto presente ma forse relegata o autorelegatasi ad occupazioni più umili. La popolazione nera a sua volta non sembra molto integrata. La loro cultura è forse in Harlem, nelle chiese in cui si canta e prega con scioltezza, nell'Apollo Theatre, tempio del debutto di molti straordinari artisti afroamericani. Ma l'impressione è che a correre uscendo dagli uffici che contano siano sempre i bianchi. Il nero fortunato è forse emigrato a Los Angeles, i rapper newyorkesi in erba tuonano solo dietro i vetri scuri abbassati delle auto, tanto per aggiungere rumore nelle Avenue.
Otto lunghi giorni a New York, da potersi perdere e non tornare più. Se dai suoi ritmi ti lasci irretire. In fondo è una città quasi vuota, a Ferragosto, peraltro non festivo. New York ti condiziona ai suoi ritmi e solo così sa accoglierti. Devi accettarla per quello che è, al massimo puoi tentare di dare alla tua giornata un tuo proprio ritmo, ma si tratta di dettagli. Mattino della partenza, una foto mossa del vetro posteriore del taxi, il profilo di Manhattan, lontano. Tutto fugge, New York, sembra impossibile, si allontana.
11 agosto, 2011
X agosto.
Grazie signore per avermi fatto vedere tutto questo, per il mare oceano infinito che si apre al nostro passaggio sul ponte di Jamestown, grazie signore per tutte le volte che una nuvola copre il sole mentre sono in strada al caldo, grazie per le barche bellissime del Rhode Island, anche se le vedo da lontano e grazie per le ville con i cancelli aperti, i loro prati perfetti. Grazie signore per questo viaggio in pullman che mi fa vedere delle case di gente normale e che magari vive tutta la sua vita qui. Grazie per l'autista spiritoso, per la tassista cicciona che ride e corre per noi, grazie di questi luoghi con più alberi che uomini, dell'incrocio verde tra South Boston e Sycomore Street, per il treno d'altri tempi, per la famiglia nera felice e ricca, per le lamiere arrugginite e per il lusso, per l'ubriaco reduce e per il milionario. Grazie se esisti o se non esisti. Non faccio distinzione. E grazie per questo ennesimo dieci agosto per me così pascoliano, giorno in cui mio padre respiró l'ultima volta. Ora è sera e le stelle cadenti sono ferme a metà, intorno al quarantesimo piano, qua e là, sparse, a Manhattan.
14 luglio, 2011
Del ridere. Ovvero piccolo repertoire di Francia.
L'occasione è di per sè non molto buffa.
L'impiegata della Hertz, siamo a Paris Gare de Lyon, una ragazzona creola di oltre un quintale, dal nome delicato, Carole (che a me ricorda Carole Andrè la Perla di Labuan - siamo lontanissimi) non vuole darci la macchina in affitto. Si attacca a tutto, fa battute sugli italiani, alla fine gli diciamo cordialmente "ciao" e andiamo a Rouen in treno. Immaginato il primo stress, del tipo "in Italia voi fate cosi in Francia noi invece..." (ok sarai pure naturalizzata francese e io sono antirazzista, ma...insomma...)si sale sul treno con valigie e fatica. Dicevo, non finisce qui. Il treno parte comodo ed in orario, la gente è gentile e simpatica. A metà strada si ferma. L'annuncio è sconsolante. Ritardo, problemi di linea elettrica. Poi altri annunci. Rotto. Si scende, si va in attesa di un altro treno. Una fiumana di persone ridendo e scherzando passa a malapena sotto il piccolo sottopassaggio della stazioncina cui eravamo per pochi metri tornati, poi a malapena sta sulla nuova passerella. Un nero giù nella via si offre come tassista a 30 euro a persona. E una signora anziana commenta "che gentile!" e tutti ridono. L'annuncio si rinnova. Ora bisogna ritornare sul treno di prima ! Si riparte ! Risata generale. Il treno riparte e arriva a Rouen - un'ora di percorso e due ore di ritardo.
Mi chiedo cosa sarebbe accaduto in Italia.
Intanto era a fine serata. Avevano giá lavorato.
A vedere la qualità dei treni forse per molta gente era la prima volta che accadeva.
Ridere fa bene. I Francesi ridono. Ti accolgono male magari, poi sono gentilissimi. La cameriera sembra che la disturbi, poi ti serve con un sorriso una torta da mille e una notte. Il tassista è onesto. Se qualcuno gli taglia la strada, ride sardonico. Ridere fa bene. A me, che odio i contrattempi, che entro in ansia per la calca, quella risata ha cambiato le cose.
Ah. Il giorno dopo alla Hertz di Rouen nessun problema, documento, firma, aumento.
"Una risata vi seppellirá !" (Bakunin)
L'impiegata della Hertz, siamo a Paris Gare de Lyon, una ragazzona creola di oltre un quintale, dal nome delicato, Carole (che a me ricorda Carole Andrè la Perla di Labuan - siamo lontanissimi) non vuole darci la macchina in affitto. Si attacca a tutto, fa battute sugli italiani, alla fine gli diciamo cordialmente "ciao" e andiamo a Rouen in treno. Immaginato il primo stress, del tipo "in Italia voi fate cosi in Francia noi invece..." (ok sarai pure naturalizzata francese e io sono antirazzista, ma...insomma...)si sale sul treno con valigie e fatica. Dicevo, non finisce qui. Il treno parte comodo ed in orario, la gente è gentile e simpatica. A metà strada si ferma. L'annuncio è sconsolante. Ritardo, problemi di linea elettrica. Poi altri annunci. Rotto. Si scende, si va in attesa di un altro treno. Una fiumana di persone ridendo e scherzando passa a malapena sotto il piccolo sottopassaggio della stazioncina cui eravamo per pochi metri tornati, poi a malapena sta sulla nuova passerella. Un nero giù nella via si offre come tassista a 30 euro a persona. E una signora anziana commenta "che gentile!" e tutti ridono. L'annuncio si rinnova. Ora bisogna ritornare sul treno di prima ! Si riparte ! Risata generale. Il treno riparte e arriva a Rouen - un'ora di percorso e due ore di ritardo.
Mi chiedo cosa sarebbe accaduto in Italia.
Intanto era a fine serata. Avevano giá lavorato.
A vedere la qualità dei treni forse per molta gente era la prima volta che accadeva.
Ridere fa bene. I Francesi ridono. Ti accolgono male magari, poi sono gentilissimi. La cameriera sembra che la disturbi, poi ti serve con un sorriso una torta da mille e una notte. Il tassista è onesto. Se qualcuno gli taglia la strada, ride sardonico. Ridere fa bene. A me, che odio i contrattempi, che entro in ansia per la calca, quella risata ha cambiato le cose.
Ah. Il giorno dopo alla Hertz di Rouen nessun problema, documento, firma, aumento.
"Una risata vi seppellirá !" (Bakunin)
25 aprile, 2011
Del Primo Maggio, grappe e Barbera.
Percorrendo la strada che da Neive conduce a Barbaresco e poi ad Alba, verso sera, hai la ferma convinzione che l'abbia fatta Dio dopo una bottiglia di Nebbiolo. Che il Nebbiolo ha in sè la nebbia ed il sole, lui si presta a tutto, di qua delle colline diventa Barbaresco, di là Barolo, come se nel giro di una salita si potesse essere prima Bartali e poi Coppi. Le colline sono rigate poi della meticolosa cura dei filari, che ridisegna le curve e dà loro colore, ora verde cupo ora chiarissimo, di primavera e germogli.
A Neive, borgo grazioso, la cortesia profonda di un barista ci porta a visitare un micro museo dedicato alla memoria di Romano Levi, figlio di Serafino, di origine alto lombarda a ancora prima quella che il patronimico tradisce ampiamente. Romano era un'istituzione, produceva artigianalmente qualche migliaio di grappe all'anno, poche a dispetto della qualità immensa, tanto che per accaparrarsene qualcuna bisognava, come ci dice l'amico, "insistere più volte...Romano...ti ricordi poi..? E lui...sì sì poi vediamo". Ma la particolarità era anche che le etichette delle sue grappe erano tutte fatte a mano, disegnate da lui. La "donna selvatica" era il tema principale, un archetipo di donna contadina forte - poi la dedica, spesso un "Grazie per esserci incontrati" che fa commuovere. Romano se n'è andato due anni fa, anziano e irreprensibile. Una volta si è accorto che lo copiavano e lui ha fatto causa "ai veneti". Perchè lui imbottigliava a mano e il tappo cosí finisce sempre che si piazza in altezze diverse del collo della bottiglia. Invece quelle duecento bottiglie dei veneti "erano tutte uguali". Persino i fiammiferi per l'alambicco dovevano essere quelli e non altri. L'inividualità, l'unicità erano valori per Romano. E la socialità, "lui le vinacce non buone le comprava lo stesso, perchè il contadino gliele aveva portate...e poi le buttava via". Al Belbo da Bardon, trattoria monferrina, ci accoglie una teca di opere, perchè di questo si tratta, di Romano. In ogni bottiglia la dedica all'oste prediletto. Sono convinto di essere, come dire, nel posto giusto, e ancora piú vedendo arrivare da osti gioviali ed appassionati prima una Barbera che sapeva di cuoio ed inchiostro "di un piccolo produttore qui vicino" (santo produttore) e poi in sequenza pollo marinato al moscato, vitello tonnato, flan di asparagi, poi raviolini del plín senza eguali e tagliolini con asparagi deliziosi, e ancora coniglio grigio al forno che si scioglieva.
Pare che qui sia nata l'Arcigola. Ci credo. In chiusura agli osti racconto di Levi e loro si commuovono. "E' morto due anni fa, il Primo Maggio. È triste, ma per noi di Sinistra è un bel giorno per morire".
16 febbraio, 2011
Da più parti mi giunge indirettamente la sollecitazione ad esprimermi sulle cosiddette “Milonghe Popolari”. Evidentemente il mio parere al riguardo può far sentire le persone che a me si sentono legate come “autorizzate” a parteciparvi invece di parteciparvi con sensi di colpa nei miei confronti... In ogni caso mi sembra evidentemente più un problema delle persone e non mio. Tanto più che io non mi sono mai espresso a riguardo quindi non capisco su cosa si baserebbe il pensiero comune riguardo alla mia opinione !
In più non credo di dover controllare cosa fanno le persone del loro tempo, anzi questa cosa mi urta non poco. Questo lo fanno altre organizzazioni, non certo Meditango. Ho piacere solo che quando poi si organizza una cosa per la scuola gli allievi ci siano. Tutto qui.
Quando si parla di “Milonga Popolare” si sta usando una definizione in fondo ridondante. La Milonga, per sua natura, è popolare. Anche la più cara, che presenta un grande evento al suo interno costa al pubblico meno di altri eventi simili in settori differenti. Un concerto di Jazz in un Club, se aggiungi una birra, mediamente costa il doppio. Immagino poi che molte persone che non sono disposte a pagare per un ingresso in milonga magari poi spendano 100 euro per vedere Madonna allo stadio. Ma questo fa parte delle contraddizioni delle persone, ognuno ha le sue.
Non comprendo poi perchè io debba sostenere costi di gestione elevati, fare ricevute fiscali, pagare la Siae e altri soggetti invece no. Mio nonno era socialista, lavorava e pagava le tasse. Non era abbastanza popolare ?
Considero veramente popolare una milonga che abbia un prezzo commisurato alla proposta. In questo senso vedere Girotto con Milonga a 15 euro la trovo una proposta molto più popolare che andare in un centro occupato con le lampadine appese, senza spese di organizzazione e pagare tre euro. Tre euro per cosa ? E invece mi sembra prevalga l’idea che il “popolare” sia un criterio estetico. E’ popolare il posto non troppo curato, dove puoi bere la Moretti seduto su una panca. Fare del “popolare” una caratteristica estetica è un’operazione borghese. Spero si comprenda.
Sono dispiaciuto che si confonda la proposta di Meditango con quella, che ne so, del Barrio o simili. Molti gestori delle Milonghe di Roma provengono dalla destra “popolare”, che trovo sinceramente molto distante dalle mie origini e dalla mie convinzioni. Altri provengono da una destra nuova, forse peggiore, fatta di ipocrisia, favori e licenze facili. Mi colpisce che non si riesca spesso, da parte di alcuni, a cogliere la differenza tra Meditango e questo genere di organizzazioni. In giugno scorso, dopo una delle prove generali del Pad, moltissimi allievi hanno riempito Piazza Vittorio come milonga a cielo aperto e disertato un’altra in cui ero il dj. A parte la mancanza di rispetto - forse un piccolo “tributo” a chi aveva lavorato così tanto per gli allievi ci stava - l’organizzazione di Piazza Vittorio era di due neofascisti con i soldi di Alemanno. Questo evidentemente non ha inficiato il suo carattere “popolare”. Quindi popolare significa “gratis” ? Allora diamo il giusto nome alle cose. Non ho soldi e voglio seguire solo gli spettacoli, le proiezioni, le feste gratuite. Io sono d’accordo. Sono favorevole alle iniziative gratuite. Se ad Avignone il Comune promuove il concerto di Galliano gratis io sono in prima fila e ringrazio. Credo nella diffusione della cultura anche negli strati della popolazione che non hanno molte risorse. Ci mancherebbe. Ma che un’iniziativa sia gratuita non significa che non abbia dei costi. Che qualcuno ti offra un caffè non significa che non lo abbia pagato nessuno. Il Festival Meditango non è gratuito perchè io non voglio che a pagare le mie iniziative sia un sindaco, o un presidente di regione molto discutibili, con i quali non mi lega proprio nulla.
Amo la semplicità, aborro le milonghe incellophanate e piene di luccichini. Mi piacerebbe che la milonga fosse un posto dove la gente si incontra, che ha dei costi, d’altra parte se mangi una pizza o vai al cinema è gratis ? Un luogo dove incontrare l’amico o lo sconosciuto. Non credo, ecco, che la milonga debba assomigliare alla milonga di Buenos Aires. Anzi, non me ne frega proprio niente. Non ragiono con criteri di mercato. Cerco la qualità delle cose che faccio. E spero ingenuamente che questo sia l’unico criterio per cui la gente sceglie ciò che faccio. Alla qualità si risponde con la qualità. Se sei un bravo maestro dovresti essere preferito ad uno meno bravo, al di là dei criteri di opportunità.
Ma qui sta il punto: come può un gruppo, un’organizzazione catalizzare l’attenzione delle persone, catturare “clienti” se non sa fare proprio niente ? Un modo c’è: lo usano certi bambini, si diventa “amici” del bambino con più giocattoli. Poi, una volta intessute le relazioni, l’amico diventa inutile e lo si molla, con tutti i suoi giocattoli. Se non so fare niente e non ho niente per attirare le persone entro a casa altrui e propongo la stessa cosa solo che costa meno, mi faccio le mie relazioni su facebook, ballo con le principianti della scuola altrui e poi comincio a dire “beh, sì il maestro è bravo, solo che è un po’ stronzo”. E il gioco è fatto ! Connessione stabilita. Geniale. Già visto, ma geniale. Mi ricordo di uno dei ferventi luchador del tango stile libero, che ospitai a lezione per un periodo perchè non aveva soldi. Come vedete a volte sono stato popolare anch’io.
Il problema, mi sembra, non è quello che io penso delle Milonghe Popolari, ma quello che certi organizzatori delle Milonghe Popolari pensano di me ! Alle volte ho l’impressione che posso andare come maestro, che qualcuno mi dia il beneplacito. Insegna a ballare che poi dei tuoi allievi ce ne occupiamo ben bene noi... Tu dai il lavoro, noi il divertimento. A forza di dai e dai questa cosa funziona ! Le Milonghe Popolari sono amiche di Meditango, (dei suoi allievi soprattutto). Sono intelligenti e bravi, tendenzialmente di sinistra. Il tipo ideale. Le strategie non sono poi tanto diverse da altri ambiti o colori politici. I popolaristi quando sono in difficoltà poi ragionano esattamente come uomini di mercato, nè più nè meno. Pongono veti, stringono alleanze, spiano, diffondono voci. Se avessero tre reti televisive le userebbero per parlare di sè, esattamente come si fa... ultimamente. E cercano di rosicchiare consenso, di mettere in cattiva luce proprio coloro che gli sono più vicini, politicamente e culturalmente. Perchè le Brigate Rosse non uccisero Andreotti, ma Moro. Fecero fuori chi gli rubava la scena. E anche questo fu molto borghese.
Mi dispiace, io sono oltre. Sono avanti. Le beghe di cortile mi annoiano. Scopro le magagne prima di voi e stento ad abituarmici. Trovo strategie per contrastarle. Che poi è una sola: essere sempre al meglio di me stesso.
Abbiamo scritto, con Meditango, pagine importanti per questa città e questo Tango. Che è avanti, che si balla ovunque, per strada, sulle note di Capossela anche perchè proprio noi abbiamo aperto la strada a questo genere di emozioni e realizzazioni. E mi sa che chiedermi un parere sulle milonghe popolari non ha molto senso, che dite ? Forse non sono così eccessivo se chiedo un puro, semplice, umanissimo rispetto.
30 novembre, 2010
The Director's cut.
Te ne sei andato come un grande, da rockstar, anche se non so se il suicidio sia da grandi o da codardi.
Caro maestro, se penso ad un grande film della cosiddetta commedia all'italiana - appellativo che forse tu disprezzavi visti i fasti nefasti degli ultimi anni - penso ad un tuo film. Eri un grande maestro della macchina, facevi il verso con sapienza ad Antonioni, rubandogli in un'interpretazione memorabile la Vitti della Ragazza con la Pistola, irridevi gli sfarzi e le pomposità del cinema e del teatro vecchio stampo come quando trasformasti Gassman da buon Amleto serioso in un Solito balbuziente Ignoto facendone uno dei più grandi attori tragicomici che il cinema potesse avere. Il capolavoro de La Grande Guerra, quell'ira scanzonata gioiosamente triste. e poi Brancaleone, il nostro Kurosawa, e Amici Miei, il Marchese del Grillo, il Borghese piccolo piccolo di Sordi, Speriamo che sia femmina. Hai messo il tuo carisma e la tua classe negli episodi più belli del nostro cinema. Avevi la brillantezza di dipingere il personaggio con pochi incisivi tratti. Eri asciutto, icastico e preciso. Autorevole nel far ridere e piangere. Chissà se i nuovi autori hanno il coraggio di ammettere quanto ti devono.
Ti incontravo a via dei Serpenti, è accaduto tre volte, passeggiavi solo, forse eri andato a farti un bicchierino con gli amici. Una volta ti ho salutato, mi tremavano le mani. Amavi il vino, l'amore, la vita, la compagnia. Vorrei avere un decimo della tua forza. Intervistato dicesti che la morte non ti spaventava, che ti seccava solo che un giorno non saresti potuto più andare a bere con gli amici di sempre.
Già ti vedo, ora, controbattere San Pietro e dirgli "guardi, a me va bene anche qualche anno in più di Purgatorio, purchè ci sia un buon Chianti !"
Ma il tuo paradiso non vale per noi vivi, qui, e orfani.
22 agosto, 2010
Lesvos

Sigri è l'estremità occidentale di Lesvos, e l'isola tutta perde ogni verde più si insegue il sole. Una luna ocra è lo scenario dei molti chilometri che la separano dalla capitale, dal porto e dal verde appunto. Un piccolo porticciolo, una strana chiesa, una taverna rinomata. Al lato una spiaggia cui fanno da corona increspature di roccia. E un museo bellissimo, che descrive la formazione della "foresta pietrificata", inconsueto ed affascinante passaggio di stato che fossilizza tronchi di sequoia. Ed una collezione di fossili meravigliosa. Il tutto sulla cima di una collina, guidati da ragazzi preparati ed entusiasti, nel paese più lontano da tutto, con un vento sferzante che non fa sentire il sole bollente. La gentilezza delle guide è tipica un po' di tutti gli abitanti di Lesvos. Isola scarna, poco turistica, con oasi di divertimento tutto sommato di classe come in Skala Eressos, patria di Saffo e di tante coppie di donne che passeggiano, ridono, bevono in questo porto franco. Magari tanti anni fa essere qui - con la libertà di essere come si vuole - era una conquista. Oggi è un po' patetico trovare un mondo a parte, chiuso, atipico mentre tutto intorno sembra non curarsi proprio di loro - famiglie, bambini, preti ortodossi.
A Lesvos si trova il pesce, con un'equazione fin troppo facile ma mai scontata mare-pesce. Qui l'entroterra è il nulla, poche pecore si rifugiano sotto l'unico albero rimasto. Quindi aragoste e triglie, sul porticciolo di Sigri. O da Kostas, patron del Sardeaas, sulla bellissima spiaggia di Skala dove il tramonto dipinge una porzione di cielo di colori cangianti, fino a lasciar spazio ai riflessi della luna sulle piccole onde.
Sulla strada per Molyvos, su di una collina appartata immersa negli ulivi, Aghia Paraskevi accoglie il museo dell'Olive Press, antica cooperativa di frantoi affossata dalla dittatura, dopotutto erano socialisti, e poi rinata come bellissimo museo multimediale sul processo di estrazione dell'olio. La strada prosegue tra olivi a perdita d'occhio, costeggiando, come un miracolo nel nulla, il ponte medievale a schiena d'asino di Kremasti, perfettamente conservato.
Dietro il profilo di Petra, con la sua "casa nella roccia", appare Molyvos, un gioiello paesaggistico, sottomesso al forte genovese a cresta di gallo. Le case di mattoni e ferro battuto si avvolgono attorno al monte sul mare, il porto è incastonato nella rada e i mille negozi e locali non riescono ad intaccarne più di tanto il fascino. Poco più ad est, le hot spring di Eftalou, sorgenti sulfuree sulla riva del mare che guarda la Turchia sono uno strano fenomeno, caldo nel caldo, anche se il forte vento che increspa il mare oggi ne mitiga la potenza. Lontano, dalla spiaggia rossa di Tsonia, seduto sulla spiaggia mangiando uno sgombro, non invidio la nave da crociera che taglia l'orizzonte puntellato dalle piccole isole dell'estremo nordovest.
Il resto è tutto nella meravigliosa strada che da Skala Sykameneas torna verso Eftalou, mentre le note di Fabrizio scaldano il cuore, gli occhi. E la costa sembra azzurra e verde, francese, poi tutto il mediterraneo converge in Sidun - Palestina, Genova, Sardegna si rincorrono e convogliano in una nota. Perché così è l'estate. Quando finisce converge tutta in un punto, nero e fondo, denso di ricordi da dipanare quando di tutto quello che è stato rimarrà solo la nostalgia.
Samos

Ieri Ghibli non c'era porta che lo fermasse, lui soffiava e soffiava. La notte sembrava giorno. Oggi, alla pace di Limnionas, piccola baia chiamata anche das Ende der Welt, mi ritorna in mente il cameriere della Taverna Sophia, a Platanos, unico luogo a detta di alcuni al fresco in giornate anche torride. Si sale e scende per due strade differenti, entrambe segnate da vegetazione molto varia e da viti di uva di Samos, bassa, verde intensa, carica ora di uva da vendemmiare. Un tempo era l'uva più buona del mondo. Da Samos arrivava il vino per gli imperatori. Antonio e Cleopatra qui vennero in viaggio di nozze. E l'isola era e rimane gentile, non c'è un albero uguale all'altro, dicono qui. Perché Samos un tempo era terra unita all'Asia. Qui hanno ritrovato resti di tigri ed elefanti. Ora altre belve la invadono, anche se l'isola gentile in fondo non permette saccheggi, si mantiene ordinata e composta. Il cameriere, dicevo, parla uno stentato italiano. Ha gentilezza d'altri tempi. Cammina a stento. Il mangiare è buono, semplice ma saporito. All'ombra dei platani è fresco, ma oggi è una giornata clemente tutto sommato. Ieri la spiaggia di Limonakia era un forno alimentato da un vento bollente. La mattina ci eravamo svegliati immersi nella nebbia e la baia che introduce a Vathy era tutta una grande nuvola calda. Al Museo Archeologico, peraltro bellissimo, non c'è aria condizionata. Come in quei posti dove vai, muori di caldo e ti dicono "questo caldo è eccezionale". Il Kouros di Samos, statua imponente di 5 metri domina il tutto ed è segno della strapotenza samiota del tempo. I gioielli sono raffinatissimi. Così le iscrizioni, quasi miniature. Samos è isola fine, lo si vede dalle case. Non ha l'uniformità di altre isole ma ognuno sa farsi la casa con gusto. Il cameriere ci porta un caffè greco, le mie labbra hanno ancora ora della polvere di chi non ha la pazienza di attendere. Dicono che chi conosce l'italiano è perché ha fatto la guerra. Non so se è così, ma a guardarlo bene questo signore dalle mani forti e dal sorriso sincero potrebbe in effetti avere novant'anni. Ci aspetta al varco del parcheggio per restituirci una guida dimenticata. Qui, all'ombra dei platani, al fresco, oggi è proprio un giorno fortunato.
03 agosto, 2010
Ruse.

Ruse è Buenos Aires, Genova, un po' Vienna nella meravigliosa facciata del Teatro Lirico, città grande e ora decaduta, che ritornerà grande. Il grande padre Danubio le fa da spalla gigante e forte. Ritrovarlo dietro un vicolo e vederlo aprirsi sconfinato, contrappuntato di battelli e macchie di verde mi riporta improvvisamente a quando, bambino, vedevo il Po dal ponte d'acciaio della ferrovia, nella campagna dei miei nonni. Le stesse chiazze delle piccole correnti, simili colori, i pontili. Ruse è piena di ragazzi. Il mare è lontanissimo, il caldo è torrido e di là dal ponte c'è la Romania, che per i bulgari non è certo l'America. Non resta che passeggiare lungo le strade, ridere, fra milioni di moscerini, o accompagnare il cane sul lungofiume. O lavorare ai mille cantieri per riportare in vita quello che era un gioiello poi affossato dal realismo forse storicamente anche appropriato, della grande industria. Eppure gli abitanti ci tengono a dirlo: il Danubio li porta a Vienna, a quello stile architettonico, i ragazzi sono vestiti alla moda, eleganti. Il grande fiume non è più la via per portare acciaio a chi non lo vuole più da almeno trent'anni. Città cosmopolita e come tale intelligente, simpatica. Perché l'intelligenza è una capacita adattiva, che nasce dalle differenze. Tutti parlano un corretto inglese, miraggio nell'interno o nella campagna fino a ridosso della città. Ed ora qui con i piedi quasi in acqua, mentre alcuni marinai progettano viaggi e riconversioni, vedo il corso del fiume, lo ricordo appena nato, sgorgare a lato del Reno nella Foresta Nera. Ne rivedo la forza immutata dopo tanto percorso. E ne immagino il suo correre e il gioioso fondersi nel mare, ad indicarmi la via.
02 agosto, 2010
Plovdiv e Veliko Târnovo.
Veliko Tarnovo si dipana tra rocce e spuntoni, un fiume ricurvo, ed appare al termine di un viaggio lunghissimo con attimi di disperazione - in Bulgaria le strade sotto il limite della "statale" sono belle ed impossibili, buche enormi ti attendono improvvisamente, rendendo il percorso imprevedibile. Una statale passa fra i monti e sbuca nella valle opposta. Qui è il nord, quello che si specchia nella Romania. Una fortezza domina la cittá, possente giro di mura di Tzarevetz, roccaforte di quando Tarnovo era capitale, quasi mille anni fa. All'estremo est una torre ha ospitato la breve prigionia di Baldovino I di Fiandra e Costantinopoli, crociato reo di aver osato aprirsi l'Impero Latino al mare in quel di Tessalonica. Catturato dai greci e affidato allo Zar Bulgaro come mai si aspettava di finire ? L'altro estremo, aspro, è una rupe dalla quale finivano altre non precisate vittime. Sovrasta il tutto una chiesa con affreschi ottocenteschi, curiosi e tutto sommato belli, anche se citando Hegel, non fanno certo "piegare le ginocchia". Il lato basso della cittá ospita un mercato all'aperto di oggetti d'artigianato, piacevole reticolo di strade. Un antiquario ha oggetti interessanti e qualche busto di Lenin e Stalin. La fortezza ha subito un restauro nel '33. Le scritte sono in bulgaro e tedesco. In me un pensiero un po' agghiacciante, ma va bene così. Qui la terra ha sempre subito, oppure semplicemente non ha saputo scegliere bene.
Plovdiv l'avevamo lasciata il giorno prima, accaldati in una sera che non prevedeva apparentemente tramonto e calo di temperatura. La mattina seguente la sua periferia è costellata ds palazzine con grossi numeri di identificazione su una delle facciate. È il programma di stanziamento, la Bulgaria industriale e socialcomunista. Non tanto diversa dal Tuscolano di Fanfani. Solo che la nostra economia è dieci volte superiore, noi, che abbiamo costruito dopo il boom quartieri come lo Zen o i Ponti del Laurentino. La città di Plovdiv in fondo è tutta nella collinetta quasi introvabile, cui si accede da un gomitolo di strade che loro chiamano "la trappola". Si sale per un pavè che si fa successivamente asprissimo di pietre grosse e distanti. Passeggiarci è disagevole ma molto bello. Su fino alle rovine di un insediamento tracio quasi invisibile. Di lì il panorama verso i dintorni di palazzi alti e piani abitativi è il segno dei tempi, delle distanze, delle necessità. Plovdiv assomiglia a Napoli nei suoi vicoli, ma è senza mare. Cittá di case museo, di artisti, di gente gioviale. Il mare qui in Bulgaria è miraggio lontano e nero. Ci si arriva da direttive lunghissime, costellate di soste in aree di servizio o taverne in cui non conoscono una parola di inglese. Viaggi così, incrociando auto enormi e vecchie che colgono erba sul ciglio della strada. Se sei fortunato, in lontananza, in qualche sobborgo rurale, puoi vedere, tra le rovine ricostruite di quartieri improbabili, il luccichio di un vestito da sposa, di una festa in un'aia.
31 luglio, 2010
Rila.
L'incanto di Rila arriva dopo trenta chilometri infiniti di strada di montagna. All'ingresso pullman di turisti lasciano presagire, se non l'assalto, perlomeno la non esclusività del luogo. Che di per sè è sacro, te ne accorgi appena varchi la soglia della chiesa interna, in un cortile amplissimo e decorato da colonne e patii con colori alabastro e rosso vermiglio. In un'opzione di commozione acquisto una candela rituale, la accendo per i miei morti, di fronte ad un'iconostasi che certo nasconde i misteri, ma lo fa con una maestosità mai vista, di intagli, oro, figure in icona. La commozione suggerisce a chi è con me un abbraccio di consolazione. Un frate ci raggiunge e in bulgaro comincia a parlarci minacciosamente. Ha notato l'abbraccio, lo mima e pensavo ci invitasse a tenere comportamenti più "discreti". Non che la cosa non mi facesse ridere. Invece no. Il burbero mi afferra per un braccio e mi sposta portandomi verso l'uscita della chiesa. La punizione è che dobbiamo proprio uscire. Chiedo spiegazioni. Gli altri turisti sono imbarazzati. Ma nulla. Piantona l'uscita blaterando in bulgaro. A me sembra pazzo e decido di non reagire. Anzi, mi viene un po' da ridere. Forse, penso, sapeva che stavo scrivendo uno spettacolo sul potere. Ma decido di non avere i suoi estremi per un eventuale casting.
Dopo l'episodio il monastero Patrimonio dell'Unesco ci appare sotto diversa luce. È inevitabile. Per fortuna che un'immagine della strada percorsa all'andata ci era rimasta in mente. Un piccolo albergo sul fiume, cordiale, che ritroviamo, e che invita alla scrittura riconciliandomi con la natura vera, quella del rumore dell'acqua e degli alberi, degli abbracci.
Sofia, II
Una donna prostrata ed immobile sulla tomba del beato Serafin, nella cripta della chiesa russa di Sant'Ivan è l'immagine di Sofia. Di giorno le chiese sono piene di pellegrini in fila per la benedizione di qualche Pope o per baciare qualche reliquia. In un paese ex-comunista la chiesa sembra l'unica forma di aggregazione. La società è assente. La gente cammina per strada come se avesse altro da fare, sempre. Le guardie hanno sempre moglie o amici di fianco in visita. Anche loro non guardano gli altri. Microsocietà che camminano, si sfiorano. Auto lussuose dai vetri oscurati sfrecciano nei boulevard stile parigino- il centro vero di Sofia è monumentale. Molto verde. In fondo tutto potrebbe essere piacevole. Le strade sembrano colpite da bombardamenti, fatta eccezione per Tsar Osbovoditel, ornata di pavé ocra. Sofia è gentile, nel museo della cripta di Aleksander Nevski una Madonna gentile, in icona, regge una rosa sempiterna, e accanto un Gesù bambino con la faccia da adulto. L'occhio di un angelo è quel che rimane di un affresco. Come fanno a dire che è un angelo ? Come guardano gli angeli ? Un guardiano intento al sudoku ci lascia fotografare meraviglie in oro e bronzo nelle sale del Museo Archeologico. Pratica aborrita dalla guardiana della metafisica Rotonda di San Giovanni, che ci grida e ci indica il cartello della multa (in euro...). Sofia è gentile in fondo, la polizia sembra innocua e verso sera in un boulevard stile champs elysees ci si ferma in un dehors liberty a prendere un the. Assieme a tutti i giovani della "Sofia bene". I giovani, cosa faranno per questa città ? E quante cose andrebbero fatte ? Ne avranno la forza o la loro aspirazione è comprare l'ultimo modello di Nike ?in fondo loro hanno sofferto il giusto, nè molto nè poco ora stanno bene anche se intorno tutto crolla. Da dove dovrebbero trarre la forza per reagire ? Salutiamo il mattino seguente la bella Sofia dall'alto delle sue colline residenziali che come uno scrigno quasi inaccessibile custodiscono il tesoro della minuscola Chiesa di Boyana. Gli affreschi sono commoventi, il bizantinismo sembra quasi superato ed è stupefacente vedere scene quasi giottesche in affreschi del 1200, e così ad oriente. E' il saluto di Sofia, il dentro quasi introvabile dei tesori più preziosi, fuori dal suo centro. Fuori, dentro, direttive che ti portano oltre il dato visibile. Ad immaginare altro, e perché no, un futuro. Per Sofia, e le sue strade, distrutte da una guerra mai scoppiata.
29 luglio, 2010
Sofia, I
Sofia è dentro, fuori è il nulla, nè cornicioni e facciate slabbrate potrebbero mai evocarti in alcun modo quel che troverai all'interno. Timidezza, senso del pudore comunista, in una nazione così religiosa. E rivoluzione capitalista, che modifica il privato, lasciando marcire il circostante. Capita di trovare una boutique elegantissima con davanti un marciapiede impraticabile. Il capitale è arrivato eccome. Chissà quanto rimane. Uno sviluppo atomico, qui e là. Se hai la fortuna che una grossa holding si compra il pianoterra, il tuo primo piano diventa una dimora di lusso. Sennó rimani quel che sei, con il tuo stipendio da 100 euro al mese.
Eppure c'è vita. Il cortile di Manastirska Magernitsa, ristorante tipico, si apre sontuoso. Il servizio è gentile e professionale, il menù tipico e curioso. Mezza bottiglia di No Man's Land, rosso mezzo greco da Cabernet e Merlot è il consiglio del cameriere. Buono, ma il nome è evocativo e in me risuona come l'inizio di un viaggio, di una dislocazione.
Il mangiare è buono, ricco di spezie e nitido. Al ritorno percorriamo tutta la via dello shopping, con i marchi più celebri a rincorrersi. Se lo stipendio medio qui è un decimo dell'Italia non sarà difficile immaginare quanto poco tutto questo è dedicato ai bulgari. Poveri qua e lá controllano cassonetti, altri bevono. Pochi ricchi prendono un drink in bar semivuoti. La città ora sembra scomparsa. Si apre nella piazza di Santa Sofia, cui fanno da contorno grosse insegne di istituti bancari. La gente non c'è. Forse fugge dalla città per il freddo. Forse semplicemente è in casa, senza soldi da spendere, ad ubriacarsi di Rakia low-cost, sognando che il Capitale si fermi un giorno anche sotto il loro cuscino.
02 giugno, 2010
Per Isabella e gli altri italiani.
Nonostante lo stralcio alla Finanziaria, che altro non vuol dire se non che saranno ridiscussi per essere poi approvati, i tagli alla Cultura nel nostro paese sono evidenti, notevoli, letali direi. Vengono soppressi 232 enti, molti dei quali vivevano unicamente di contributi, nell'ottica di una semplificazione, aggiustamento, ristrutturazione che a prima vista potrebbe apparire come utile al risanamento delle nostre casse.
Il problema è che ai tagli non corrisponde una diversa strategia: chessò, tolgo finanziamenti ma miglioro le strutture, la pubblicità, o abbrevio le procedure fiscali, amministrative dei Teatri o dei Musei. Niente di tutto questo. E' solo un affossamento generalizzato, nell'ottica di rendere il Teatro o la Cultura un bene di lusso, con prezzi che aumenteranno di un'entità pari ai tagli (ricordiamoci che i tagli operano su di un programma spesso già delineato, su contratti già firmati, per cui se una certa coproduzione costa tot, tot il teatro dovrà pagare, e di conseguenza aumenterà il biglietto).
L'idea alla base è quella di limitare gli sprechi, ma ancora più a fondo è quella di togliere allo Stato il ruolo di mecenate di attività non direttamente redditizie. Non è contemplato il senso di redditività indiretto, umano, il valore culturale nell'ottica del miglioramento della qualità della vita. In filosofia, da 2500 anni esiste la Quantità e però anche la Qualità...Se un Parco ha entrata gratuita ma difende l'habitat degli orsi, lo Stato deve sostenerlo ? In che modo un orso dovrebbe essere "produttivo" ? Se un museo si occupa di un argomento impopolare ma è l'unico al mondo a farlo - e di conseguenza ha pochi visitatori, va soppresso ?
Assistiamo ad un rinvigorimento del senso di Stato, da parte di questo governo: lo Stato non si contesta, lo Stato è incarnato dal nostro Presidente, che addirittura ha troppo poco potere. Troppi lacci. Poi però sulla cultura si abbatte la scure liberista del profitto: non produci ? soppresso. Lo Stato non esiste, esiste solo la produzione. Rimpolpando, se mai ce ne fosse bisogno, quell'adagio ormai consolidato secondo cui la sinistra conserva e la destra innova. Un sovvertimento che confonde non poco.
Il Teatro Metastasio di Prato, diretto da anni da Federico Tiezzi, cambia gestione. Finalmente un uomo del potere alla direzione, appena in tempo per dichiarare in conferenza stampa che i tagli del 45% al Teatro propinati dal governo sono giusti, sacrosanti. Non basta promuovere un'idea, ci vogliono anche i mediocri al posto giusto.
L'idea dei tagli è questa: guadagno 1000 euro al mese e ne spendo 500 per mangiare. Il mese prossimo ne spenderò 200 così sarò più ricco. Ma non sarà invece solamente che avrò mangiato di meno ?
I tagli alla Cultura, alla Scuola, infine, non vanno però di pari passo con i miliardi che l'Italia spende ogni anno (l'equivalente di una Finanziaria intera) per sostenere le iniziative belliche in Medio e centro Oriente. Sono strategie, anche queste. Uno Stato forte, militare, con la scorza dura e un gran vuoto dentro.
Il problema è che ai tagli non corrisponde una diversa strategia: chessò, tolgo finanziamenti ma miglioro le strutture, la pubblicità, o abbrevio le procedure fiscali, amministrative dei Teatri o dei Musei. Niente di tutto questo. E' solo un affossamento generalizzato, nell'ottica di rendere il Teatro o la Cultura un bene di lusso, con prezzi che aumenteranno di un'entità pari ai tagli (ricordiamoci che i tagli operano su di un programma spesso già delineato, su contratti già firmati, per cui se una certa coproduzione costa tot, tot il teatro dovrà pagare, e di conseguenza aumenterà il biglietto).
L'idea alla base è quella di limitare gli sprechi, ma ancora più a fondo è quella di togliere allo Stato il ruolo di mecenate di attività non direttamente redditizie. Non è contemplato il senso di redditività indiretto, umano, il valore culturale nell'ottica del miglioramento della qualità della vita. In filosofia, da 2500 anni esiste la Quantità e però anche la Qualità...Se un Parco ha entrata gratuita ma difende l'habitat degli orsi, lo Stato deve sostenerlo ? In che modo un orso dovrebbe essere "produttivo" ? Se un museo si occupa di un argomento impopolare ma è l'unico al mondo a farlo - e di conseguenza ha pochi visitatori, va soppresso ?
Assistiamo ad un rinvigorimento del senso di Stato, da parte di questo governo: lo Stato non si contesta, lo Stato è incarnato dal nostro Presidente, che addirittura ha troppo poco potere. Troppi lacci. Poi però sulla cultura si abbatte la scure liberista del profitto: non produci ? soppresso. Lo Stato non esiste, esiste solo la produzione. Rimpolpando, se mai ce ne fosse bisogno, quell'adagio ormai consolidato secondo cui la sinistra conserva e la destra innova. Un sovvertimento che confonde non poco.
Il Teatro Metastasio di Prato, diretto da anni da Federico Tiezzi, cambia gestione. Finalmente un uomo del potere alla direzione, appena in tempo per dichiarare in conferenza stampa che i tagli del 45% al Teatro propinati dal governo sono giusti, sacrosanti. Non basta promuovere un'idea, ci vogliono anche i mediocri al posto giusto.
L'idea dei tagli è questa: guadagno 1000 euro al mese e ne spendo 500 per mangiare. Il mese prossimo ne spenderò 200 così sarò più ricco. Ma non sarà invece solamente che avrò mangiato di meno ?
I tagli alla Cultura, alla Scuola, infine, non vanno però di pari passo con i miliardi che l'Italia spende ogni anno (l'equivalente di una Finanziaria intera) per sostenere le iniziative belliche in Medio e centro Oriente. Sono strategie, anche queste. Uno Stato forte, militare, con la scorza dura e un gran vuoto dentro.
08 maggio, 2010
24 aprile, 2010
The dying Blues.

Si sente lontanissimo, in chiusura, un "That's gonna be the one, isn't it?". E' quella buona, insomma. Possiamo dire di sì, In my Time of Dying, perla del sesto album dei Led Zeppelin, è una long track, session di ritmi e urla che concentra in sè cento anni di storia della musica.
Mai John Bonham ha suonato così, ha potuto suonare così. Di fatto nessuno suonerà mai più con questa forza, varietà ritmica, cambio continuo, alternanze tra battere e levare. Sembra che dialoghi con Page in modo speciale, oltre le possibilità di immaginazione. Ti immagini che il rullante stia per essere picchiato lì ed invece no. Tre quarti, no, quattro, due, ma senza la ricercatezza formale del Progressive, spesso fine a se stessa.
Lode, inno, lamento, preghiera che scivola via tra note e loop, slides e echoes. A 2:22 Page fa il verso all'autore (di fatto al primo interprete, il brano è di origine sconosciuta, popolare) Blind Willie Johnson. A 3:25 comincia il miracolo ritmico, amplificato a 3:46 da una scansione quasi inverosimile, dove la cassa batte tutti i tempi, mezzi tempi, assieme al fretless di John Paul Jones, con evidente suono da plettro. L'assolo di Page scivola tra vari registri, ma non è, come spesso accade ai Led, il centro del brano. Il centro è lui, Bonham, che picchia e picchia in attesa del terzo cambio, dopo una ripresa del refrain, con uso di charlie aperto degno di Copeland. A 7:21 comincia a lasciare andare le mani, le suona lui, non più gli altri assieme a lui, o forse sono solo gli angeli neri che serpeggiavano tra le sue spire. A 10:20 è completamente fuori, oltre, tutti suonano per lui, sembra avere molte mani e piedi, tutto cresce, sta per abbandonarsi. Difficile immaginare che un agitato lamento di inizio secolo si sia definitivamente incarnato in un batterista dalla pelle bianca, quasi un secolo dopo che la slide da 4 dollari di Johnson cantava la disperazione dei deportati africani. In Bonham l'Africa è superata, reintegrata, e così la nuova America e qualunque etnia, popolo a venire. In John Bonham, in questo brano, muore il Blues. Si trasfigura, rivela quello che era. Come la scimmia percuote il suolo con l'osso trovato a terra per poi gettarlo in aria, in Space Odissey, così Bonham prende le redini del Blues, le percuote, ne fa tonfo, tamburo e le trasfigura. Le rende opache antichità.
Il 24 settembre del 1980 John Bonham parte per un tour con il gruppo, si ferma ad una stazione di servizio e beve quattro quadruple vodka. Nel pomeriggio si addormenta per non risvegliarsi più. Ha 32 anni. La lapide della sua tomba riporta "Goodnight, my love", voluto dalla sua amata Pat Phillips. Da quel giorno i Led Zeppelin si sono sciolti.
06 aprile, 2010
Invictus
Violando il castigo di un’influenza esco, per andare a vedere l’ultimo film di Clint Eastwood, Invictus, dedicato alla figura di Nelson Mandela. Non ho prevenzioni di sorta, conosco Eastwood, lo apprezzo, a volte lo odio, ma sempre con un odio, per così dire, rispettoso. Ho trovato Gran Torino bellissimo e so di essere incline, anzi quasi assuefatto ai filmoni celebrativi, mi piacciono.
Invictus però in fondo non è una celebrazione. Le parole di Mandela-Freeman - ad una meravigliosa prova di attore - posseggono sempre il tono dell’oracolo, ma sono anche molto emozionali. Tutto il film lo è. Le riprese camera a mano delle partite di Rugby, velocissime, senza mai perdere un istante il fuoco, sono fantastiche, ti sembra di essere nella partita, altro che 3D. Matt Damon è anche bravissimo, nel ruolo del capitano della nazionale sudafricana che, attraverso un disegno ben definito di Mandela stesso, riesce nell’impresa di vincere il campionato mondiale di Rugby, sovvertendo ogni pronostico e riuscendo in questo a ridefinire l’unità di una nazione. Al predominio dei bianchi non voglio sostituire quello dei neri, dice Mandela. I volti degli attori, anche minori, si stampano nella mente, così come il bellissimo sorriso della domestica di Damon, nera, che quando sa che il suo figlioccio andrà per un the dal Presidente gli dice di ricordargli che gli autobus costano ancora troppo e viaggiano in ritardo.
Le megalopoli di baracche dei sobborghi di Johannesburg sembrano gli accampamenti del dopo terremoto aquilano; diventano, nel film, teatro delle lezioni dei rugbisti ai bambini poveri neri degli slums, in un momento emozionante e divertente del film.
Eastwood sa colpire al cuore. Lo fa da vecchio che non ha altra fiducia che in se stesso, “padrone della propria anima” come recita un adagio del film. In questo personalismo lascia in secondo piano il Movimento, le collaborazioni, anche se il team di Mandela appare nel film come fondamentale per la storia e la vita del Presidente. Ma è l’uomo, il singolo ad avere sulle spalle il destino del mondo. Ideologia non è la parola giusta, è più un credo da antico colono, da New Frontier, in fondo lo ha proclamato anche Obama. In questo almeno, destra e sinistra lasciano spazio all’intelligenza e al futuro.
Anche in Italia un presidente ha acquistato una squadra di calcio. Siamo lontani dal “calcolo umano” di Mandela di far rivivere l’orgoglio di una nazione unita attraverso le gesta di una nazionale vincente. Qui da noi il presidente ha capito che nella cabina elettorale ci saremmo posti il dubbio se votando per lui il Milan avesse avuto più chances e viceversa.
La liberazione di Mandela fu uno degli ultimi eventi cui assistette mio padre, con sua grande gioia. Ora, con gli occhi ancora lucidi, mi sembra di rivedere la sua soddisfazione nel leggerlo da un giornale. Non fu proprio l’ultimo episodio importante della sua vita. L’ultimo fu l’omicidio di Paolo Borsellino, tanto per rimarcare le differenze.
Invictus però in fondo non è una celebrazione. Le parole di Mandela-Freeman - ad una meravigliosa prova di attore - posseggono sempre il tono dell’oracolo, ma sono anche molto emozionali. Tutto il film lo è. Le riprese camera a mano delle partite di Rugby, velocissime, senza mai perdere un istante il fuoco, sono fantastiche, ti sembra di essere nella partita, altro che 3D. Matt Damon è anche bravissimo, nel ruolo del capitano della nazionale sudafricana che, attraverso un disegno ben definito di Mandela stesso, riesce nell’impresa di vincere il campionato mondiale di Rugby, sovvertendo ogni pronostico e riuscendo in questo a ridefinire l’unità di una nazione. Al predominio dei bianchi non voglio sostituire quello dei neri, dice Mandela. I volti degli attori, anche minori, si stampano nella mente, così come il bellissimo sorriso della domestica di Damon, nera, che quando sa che il suo figlioccio andrà per un the dal Presidente gli dice di ricordargli che gli autobus costano ancora troppo e viaggiano in ritardo.
Le megalopoli di baracche dei sobborghi di Johannesburg sembrano gli accampamenti del dopo terremoto aquilano; diventano, nel film, teatro delle lezioni dei rugbisti ai bambini poveri neri degli slums, in un momento emozionante e divertente del film.
Eastwood sa colpire al cuore. Lo fa da vecchio che non ha altra fiducia che in se stesso, “padrone della propria anima” come recita un adagio del film. In questo personalismo lascia in secondo piano il Movimento, le collaborazioni, anche se il team di Mandela appare nel film come fondamentale per la storia e la vita del Presidente. Ma è l’uomo, il singolo ad avere sulle spalle il destino del mondo. Ideologia non è la parola giusta, è più un credo da antico colono, da New Frontier, in fondo lo ha proclamato anche Obama. In questo almeno, destra e sinistra lasciano spazio all’intelligenza e al futuro.
Anche in Italia un presidente ha acquistato una squadra di calcio. Siamo lontani dal “calcolo umano” di Mandela di far rivivere l’orgoglio di una nazione unita attraverso le gesta di una nazionale vincente. Qui da noi il presidente ha capito che nella cabina elettorale ci saremmo posti il dubbio se votando per lui il Milan avesse avuto più chances e viceversa.
La liberazione di Mandela fu uno degli ultimi eventi cui assistette mio padre, con sua grande gioia. Ora, con gli occhi ancora lucidi, mi sembra di rivedere la sua soddisfazione nel leggerlo da un giornale. Non fu proprio l’ultimo episodio importante della sua vita. L’ultimo fu l’omicidio di Paolo Borsellino, tanto per rimarcare le differenze.



