25 aprile, 2011

Del Primo Maggio, grappe e Barbera.


Percorrendo la strada che da Neive conduce a Barbaresco e poi ad Alba, verso sera, hai la ferma convinzione che l'abbia fatta Dio dopo una bottiglia di Nebbiolo. Che il Nebbiolo ha in sè la nebbia ed il sole, lui si presta a tutto, di qua delle colline diventa Barbaresco, di là Barolo, come se nel giro di una salita si potesse essere prima Bartali e poi Coppi. Le colline sono rigate poi della meticolosa cura dei filari, che ridisegna le curve e dà loro colore, ora verde cupo ora chiarissimo, di primavera e germogli.
A Neive, borgo grazioso, la cortesia profonda di un barista ci porta a visitare un micro museo dedicato alla memoria di Romano Levi, figlio di Serafino, di origine alto lombarda a ancora prima quella che il patronimico tradisce ampiamente. Romano era un'istituzione, produceva artigianalmente qualche migliaio di grappe all'anno, poche a dispetto della qualità immensa, tanto che per accaparrarsene qualcuna bisognava, come ci dice l'amico, "insistere più volte...Romano...ti ricordi poi..? E lui...sì sì poi vediamo". Ma la particolarità era anche che le etichette delle sue grappe erano tutte fatte a mano, disegnate da lui. La "donna selvatica" era il tema principale, un archetipo di donna contadina forte - poi la dedica, spesso un "Grazie per esserci incontrati" che fa commuovere. Romano se n'è andato due anni fa, anziano e irreprensibile. Una volta si è accorto che lo copiavano e lui ha fatto causa "ai veneti". Perchè lui imbottigliava a mano e il tappo cosí finisce sempre che si piazza in altezze diverse del collo della bottiglia. Invece quelle duecento bottiglie dei veneti "erano tutte uguali". Persino i fiammiferi per l'alambicco dovevano essere quelli e non altri. L'inividualità, l'unicità erano valori per Romano. E la socialità, "lui le vinacce non buone le comprava lo stesso, perchè il contadino gliele aveva portate...e poi le buttava via". Al Belbo da Bardon, trattoria monferrina, ci accoglie una teca di opere, perchè di questo si tratta, di Romano. In ogni bottiglia la dedica all'oste prediletto. Sono convinto di essere, come dire, nel posto giusto, e ancora piú vedendo arrivare da osti gioviali ed appassionati prima una Barbera che sapeva di cuoio ed inchiostro "di un piccolo produttore qui vicino" (santo produttore) e poi in sequenza pollo marinato al moscato, vitello tonnato, flan di asparagi, poi raviolini del plín senza eguali e tagliolini con asparagi deliziosi, e ancora coniglio grigio al forno che si scioglieva.
Pare che qui sia nata l'Arcigola. Ci credo. In chiusura agli osti racconto di Levi e loro si commuovono. "E' morto due anni fa, il Primo Maggio. È triste, ma per noi di Sinistra è un bel giorno per morire".

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