26 agosto, 2011

San Francisco, California.


La silhouette di San Francisco, in una giornata in cui la nebbia si stempera, ma non certo del tutto, appare quasi chiara ma inconfondibile dall'opposta riva di Richmond. Sulla strada da Sonoma che aggira la baia verso l'Oceano più a sud, Santa Cruz, Monterey si susseguono toponimi importanti, Mountain View, Palo Alto, Cupertino, e prima ancora Berkeley. Sono sedi dei nuovi cervelli, del futuro, delle aziende che dal nulla hanno creato ricchezza e notorietà, Google, Intel, Apple, Facebook. Ma anche la Nasa. In un museo che non ho visitato dicono ci sia un pezzo di roccia della Luna. Questa è la California, credo. Il nuovo. L'ignoto. La direzione verso qualcosa, come il sentimento di chi ha conquistato, o invaso, a suo tempo queste terre. In alcuni luoghi, per colore e vegetazione sembra di vedere l'Europa, la Sicilia, la Sardegna forse. Diverso, più vasto, ma simile. Che sollievo per chi è arrivato fin qui. Non sembra ci sia un ceppo originario. Gli ispanici sembrano la maggioranza, o forse gli inglesi sono in vacanza o tranquilli nelle loro dimore vittoriane su per Pacific Heights o Nob Hill. I cinesi sono moltissimi, un portale autorevole fa da ingresso a Chinatown, in una delle zone più interessanti e centrali. Union Square è un luogo di ritrovo, da lì si dipartono vie commerciali, alcuni musei, vicino è la zona di Yerba Buena, una sorta di Lincoln Center ridotto, con bellissimo parco, un ricordo di MLKing ed un elegante caffè, ma anche Geary Street o O'Farrell, che introducono a Tenderloin, quartiere ambiguo e forse pericoloso. Questo senso di insicurezza, non forte ma presente, distingue San Francisco da New York. A New York hai l'impressione che non ti puó accadere nulla, la città è blindata e sicura. Ricca, i poveri sono innocui e relegati in qualche angolo di un parco. Frisco è più normale. La gente è simpatica, ma non come a New York. Qui la simpatia è più forte ma anche più rara. Alcuni sono anche maleducati, ma forse è la stagione. Qualcuno disse che l'inverno più freddo è l'estate di San Francisco. La temperatura in effetti tocca i dieci gradi la mattina vicino all'oceano e non sale mai oltre i venti gradi, il che vuol dire mattina fresca, sera con vento gelido e forse un paio d'ore di sole, centrali. E poi la nebbia. L'aria calda dell'interno si scontra con quella fredda della baia e genera la nebbia, che pare sia appunto un fenomeno estivo. Ci sono giorni in cui non vedi il sole per niente. La nebbia la vedi correre bassa, ti viene incontro a folate, copre i palazzi più alti, la fa da padrona nelle zone nord, o verso l'oceano. Sembra quasi che il sole non riesca mai a posarsi, per colpa del vento. È una città che non si scalda mai. 

Alcatraz è una sorta di Mont Saint Michel laica, dedicata anch'essa alla fuga, in qualche modo. La sua posizione panoramica doveva essere uno spunto per fuggire e quindi, viste le misure di sicurezza, una frustrazione immensa. La visita parte da uno dei Pier - i moli di San Francisco, alcuni molto piacevoli, ultraturistici ma piacevoli - e la visita al carcere di massima sicurezza di un tempo non è in fondo tetra nè pesante. Colpisce il varco creato in alcune celle che permise la fuga di tre uomini, mai trovati, molti anni fa. Si puó fantasticare, forse si sono rifatti una vita nel Sud e magari hanno fatto visita al carcere, da turisti sotto falsa identità. Oppure, più semplicemente la baia li ha inghiottiti, come è facile che sia stato. Alcatraz fu la sede poi di una occupazione di indiani americani, durata qualche settimana in fondo. Fece scalpore, venne dispersa, ma i reduci ne parlano come un atto politico importante. "È difficile rimanere nella storia senza provocare qualche problema" dice il leader di allora, Ed Castillo. Nella storia di ciascun luogo, direi, entrano a costituire la storia e quindi le personalità di ciascuno anche eventi come questo, effimero ed inutile.
Il grande parco del Golden Gate (che poi effettivamente si affaccia su di un altro parco ancora), è costruito ad immagine di Central Park. Meno affascinante forse, ma sicuramente bellissimo e ricco di tesori. Il De Young e la California Academy of Science, in primis, ma anche il bellissimo orto botanico e l'incantevole Japanese Garden. Verde, bianco e nero. I colori del parco. Il verde di migliaia di specie vegetali differenti, il nero del De Young e delle bellissime anfore, il bianco della nebbia. L'Academy è apparentemente un parco giochi, di certo attrae grandi e piccini, come si dice. Ma al di là del contenuto (meravigliosa la ricostruzione della foresta pluviale) spicca la struttura, pensata e realizzata da Renzo Piano. Un parallelepipedo di acciaio e vetro completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Il tetto è un grande giardino che filtra l'acqua piovana e la riutilizza, e che mantiene costante la temperatura all'interno. Ovvero niente aria condizionata o riscaldamento. I pannelli solari danno energia al tutto, ovvero la foresta succitata, un planetarium, varie esibizioni. Mi sono solo chiesto perchè un italiano non realizza queste cose in Italia, ma sono domande dalla risposta ovvia. Il Golden Gate, ovvero il primo dei cinque ponti, o forse sei realizzati nella baia, e neanche il più lungo, lascia senza fiato. Forse anche per via della strana prospettiva, lo si vede per intero quasi dalla rampa d'accesso, rendendo la visione non laterale del tutto e per questo arditamente prospettica. Le cime dei pilastri arancioni fiammanti (sono ridipinti molto frequentemente) sono nella nebbia ed hai per questo la sensazione di altitudine e mare assieme. Anche su questo ho maturato un'idea, o meglio si è confermata in me. Il ponte è lungo tre chilometri, e ce ne sono un paio al di là della baia ancora più lunghi. In un territorio in cui le correnti sono addirittura visibili ad occhio nudo, che chi si tuffa scompare, senza parlare dell'incidenza sismica. Anche su questo lo spirito americano è fondato sul fare. Non si cercano giustificazioni. Nè mafie o correnti o terremoti possono fermare le opere dell'uomo. Immaginatevi dover traghettare di qua e di là dalla baia, in assenza dei ponti. Una follia. Come in un temino delle scuole elementari potrei soffermarmi sul "cosa ho imparato". Il ponte mi ha insegnato molto, in questo senso. Non mi sento affine allo spirito americano, forse New York è più simile ad una città europea, nell'indole, ma la West Coast assolutamente no. Ma questo è un punto a loro favore. Sono attivi. Non si fermano davanti a nulla. San Francisco ha trovato forse un equilibrio tra lo spirito lento dei messicani e quello iperattivo dei cinesi. Ma arrivando nella baia ti accorgi che tutto si muove, è organizzato, attivo, perfetto. La nostra immagine della California qui è totalmente fuori luogo. Forse sarà così nel lungoceano di Santa Barbara. Ma qui niente rilassatezza.
Neanche l'immagine della strada che da Santa Cruz porta a Monterey, poi a Carmel e di lì giù a Big Sur puó contrastare se non superficialmente questa sensazione. Santa Cruz è una grande area ricreativa, popolare, con tanto di parco giochi sul mare, peraltro divertente e caratteristico, un aspetto popolaresco e kitsch che mi aspettavo e non mi aspettavo, gioioso e cortese, solo a tratti roboante. Da Monterey, interessante cittadina nella quale un percorso a terra ti guida alla scoperta di dimore storiche (dell'allora capitale della California), come il "First Theatre" - che dalla prima impressione sembrava essere più un luogo di ritrovo dove bere e cantare che una rigida venue shakespeariana - attraverso una strada costiera si giunge a Carmel by the Sea, o meglio, by the Fog potremmo dire, poichè la nebbia domina tutto lasciando fortunatamente qualche sprazzo di visibillità e di incanto. Le bellissime case sulla Pacific e poi le ville e il litorale della 17 miles road, una strada-parco a pedaggio in cui ammirare cervi, cormorani, otarie e scorci di oceano impressionanti, poetici. Sicuramente una delle strade più belle al mondo. Le rare ville lungo la via danno l'idea di gusto, raffinatezza e ricchezza, la nebbia fa udire e non vedere le voci delle otarie, poco a largo su piccoli isolotti ed un albero bianco di salsedine, il Ghost Tree e ancora il Lone Cypress sono il simbolo di questa meraviglia. Quest'ultimo si staglia su di un picco, solitario, sorretto da alcune funi. Ha circa 250 anni e forse senza corde non avrebbe resistito alla furia delle intemperie invernali. L'uomo lo aiuta ad essere solo, simbolo, immenso e semplicissimo. 
Non posso raccontare la maestosità della strada che da Carmel ports a Big Sur, purtroppo. Dopo Carmel, strano luogo sospeso tra surfisti, casette a schiera molto graziose ed uno spirito un po' snob e altoborghese, si entra nella grande dominatrice. L'auto la spazza via al passaggio, non è densa. Ma sul mare la nebbia rende tutto un gran vapore bianco. 

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