30 novembre, 2010

The Director's cut.


Te ne sei andato come un grande, da rockstar, anche se non so se il suicidio sia da grandi o da codardi.
Caro maestro, se penso ad un grande film della cosiddetta commedia all'italiana - appellativo che forse tu disprezzavi visti i fasti nefasti degli ultimi anni - penso ad un tuo film. Eri un grande maestro della macchina, facevi il verso con sapienza ad Antonioni, rubandogli in un'interpretazione memorabile la Vitti della Ragazza con la Pistola, irridevi gli sfarzi e le pomposità del cinema  e del teatro vecchio stampo come quando trasformasti Gassman da buon Amleto serioso in un Solito balbuziente Ignoto facendone uno dei più grandi attori tragicomici che il cinema potesse avere. Il capolavoro de La Grande Guerra, quell'ira scanzonata gioiosamente triste. e poi Brancaleone, il nostro Kurosawa, e Amici Miei, il Marchese del Grillo, il Borghese piccolo piccolo di Sordi, Speriamo che sia femmina. Hai messo il tuo carisma e la tua classe negli episodi più belli del nostro cinema. Avevi la brillantezza di dipingere il personaggio con pochi incisivi tratti. Eri asciutto, icastico e preciso. Autorevole nel far ridere e piangere. Chissà se i nuovi autori hanno il coraggio di ammettere quanto ti devono.

Ti incontravo a via dei Serpenti, è accaduto tre volte, passeggiavi solo, forse eri andato a farti un bicchierino con gli amici. Una volta ti ho salutato, mi tremavano le mani. Amavi il vino, l'amore, la vita, la compagnia. Vorrei avere un decimo della tua forza. Intervistato dicesti che la morte non ti spaventava, che ti seccava solo che un giorno non saresti potuto più andare a bere con gli amici di sempre.
Già ti vedo, ora, controbattere San Pietro e dirgli "guardi, a me va bene anche qualche anno in più di Purgatorio, purchè ci sia un buon Chianti !"
Ma il tuo paradiso non vale per noi vivi, qui, e orfani.

22 agosto, 2010

Lesvos


Sigri è l'estremità occidentale di Lesvos, e l'isola tutta perde ogni verde più si insegue il sole. Una luna ocra è lo scenario dei molti chilometri che la separano dalla capitale, dal porto e dal verde appunto. Un piccolo porticciolo, una strana chiesa, una taverna rinomata. Al lato una spiaggia cui fanno da corona increspature di roccia. E un museo bellissimo, che descrive la formazione della "foresta pietrificata", inconsueto ed affascinante passaggio di stato che fossilizza tronchi di sequoia. Ed una collezione di fossili meravigliosa. Il tutto sulla cima di una collina, guidati da ragazzi preparati ed entusiasti, nel paese più lontano da tutto, con un vento sferzante che non fa sentire il sole bollente. La gentilezza delle guide è tipica un po' di tutti gli abitanti di Lesvos. Isola scarna, poco turistica, con oasi di divertimento tutto sommato di classe come in Skala Eressos, patria di Saffo e di tante coppie di donne che passeggiano, ridono, bevono in questo porto franco. Magari tanti anni fa essere qui - con la libertà di essere come si vuole - era una conquista. Oggi è un po' patetico trovare un mondo a parte, chiuso, atipico mentre tutto intorno sembra non curarsi proprio di loro - famiglie, bambini, preti ortodossi.
A Lesvos si trova il pesce, con un'equazione fin troppo facile ma mai scontata mare-pesce. Qui l'entroterra è il nulla, poche pecore si rifugiano sotto l'unico albero rimasto. Quindi aragoste e triglie, sul porticciolo di Sigri. O da Kostas, patron del Sardeaas, sulla bellissima spiaggia di Skala dove il tramonto dipinge una porzione di cielo di colori cangianti, fino a lasciar spazio ai riflessi della luna sulle piccole onde.
Sulla strada per Molyvos, su di una collina appartata immersa negli ulivi, Aghia Paraskevi accoglie il museo dell'Olive Press, antica cooperativa di frantoi affossata dalla dittatura, dopotutto erano socialisti, e poi rinata come bellissimo museo multimediale sul processo di estrazione dell'olio. La strada prosegue tra olivi a perdita d'occhio, costeggiando, come un miracolo nel nulla, il ponte medievale a schiena d'asino di Kremasti, perfettamente conservato.
Dietro il profilo di Petra, con la sua "casa nella roccia", appare Molyvos, un gioiello paesaggistico, sottomesso al forte genovese a cresta di gallo. Le case di mattoni e ferro battuto si avvolgono attorno al monte sul mare, il porto è incastonato nella rada e i mille negozi e locali non riescono ad intaccarne più di tanto il fascino. Poco più ad est, le hot spring di Eftalou, sorgenti sulfuree sulla riva del mare che guarda la Turchia sono uno strano fenomeno, caldo nel caldo, anche se il forte vento che increspa il mare oggi ne mitiga la potenza. Lontano, dalla spiaggia rossa di Tsonia, seduto sulla spiaggia mangiando uno sgombro, non invidio la nave da crociera che taglia l'orizzonte puntellato dalle piccole isole dell'estremo nordovest.
Il resto è tutto nella meravigliosa strada che da Skala Sykameneas torna verso Eftalou, mentre le note di Fabrizio scaldano il cuore, gli occhi. E la costa sembra azzurra e verde, francese, poi tutto il mediterraneo converge in Sidun - Palestina, Genova, Sardegna si rincorrono e convogliano in una nota. Perché così è l'estate. Quando finisce converge tutta in un punto, nero e fondo, denso di ricordi da dipanare quando di tutto quello che è stato rimarrà solo la nostalgia.

Samos


Ieri Ghibli non c'era porta che lo fermasse, lui soffiava e soffiava. La notte sembrava giorno. Oggi, alla pace di Limnionas, piccola baia chiamata anche das Ende der Welt, mi ritorna in mente il cameriere della Taverna Sophia, a Platanos, unico luogo a detta di alcuni al fresco in giornate anche torride. Si sale e scende per due strade differenti, entrambe segnate da vegetazione molto varia e da viti di uva di Samos, bassa, verde intensa, carica ora di uva da vendemmiare. Un tempo era l'uva più buona del mondo. Da Samos arrivava il vino per gli imperatori. Antonio e Cleopatra qui vennero in viaggio di nozze. E l'isola era e rimane gentile, non c'è un albero uguale all'altro, dicono qui. Perché Samos un tempo era terra unita all'Asia. Qui hanno ritrovato resti di tigri ed elefanti. Ora altre belve la invadono, anche se l'isola gentile in fondo non permette saccheggi, si mantiene ordinata e composta. Il cameriere, dicevo, parla uno stentato italiano. Ha gentilezza d'altri tempi. Cammina a stento. Il mangiare è buono, semplice ma saporito. All'ombra dei platani è fresco, ma oggi è una giornata clemente tutto sommato. Ieri la spiaggia di Limonakia era un forno alimentato da un vento bollente. La mattina ci eravamo svegliati immersi nella nebbia e la baia che introduce a Vathy era tutta una grande nuvola calda. Al Museo Archeologico, peraltro bellissimo, non c'è aria condizionata. Come in quei posti dove vai, muori di caldo e ti dicono "questo caldo è eccezionale". Il Kouros di Samos, statua imponente di 5 metri domina il tutto ed è segno della strapotenza samiota del tempo. I gioielli sono raffinatissimi. Così le iscrizioni, quasi miniature. Samos è isola fine, lo si vede dalle case. Non ha l'uniformità di altre isole ma ognuno sa farsi la casa con gusto. Il cameriere ci porta un caffè greco, le mie labbra hanno ancora ora della polvere di chi non ha la pazienza di attendere. Dicono che chi conosce l'italiano è perché  ha fatto la guerra. Non so se è così, ma a guardarlo bene questo signore dalle mani forti e dal sorriso sincero potrebbe in effetti avere novant'anni. Ci aspetta al varco del parcheggio per restituirci una guida dimenticata. Qui, all'ombra dei platani, al fresco, oggi è proprio un giorno fortunato.

03 agosto, 2010

Ruse.


Ruse è Buenos Aires, Genova, un po' Vienna nella meravigliosa facciata del Teatro Lirico, città grande e ora decaduta, che ritornerà grande. Il grande padre Danubio le fa da spalla gigante e forte. Ritrovarlo dietro un vicolo e vederlo aprirsi sconfinato, contrappuntato di battelli e macchie di verde mi riporta improvvisamente a quando, bambino, vedevo il Po dal ponte d'acciaio della ferrovia, nella campagna dei miei nonni. Le stesse chiazze delle piccole correnti, simili colori, i pontili. Ruse è piena di ragazzi. Il mare è lontanissimo, il caldo è torrido e di là dal ponte c'è la Romania, che per i bulgari non è certo l'America. Non resta che passeggiare lungo le strade, ridere, fra milioni di moscerini, o accompagnare il cane sul lungofiume. O lavorare ai mille cantieri per riportare in vita quello che era un gioiello poi affossato dal realismo forse storicamente anche appropriato, della grande industria. Eppure gli abitanti ci tengono a dirlo: il Danubio li porta a Vienna, a quello stile architettonico, i ragazzi sono vestiti alla moda, eleganti. Il grande fiume non è più la via per portare acciaio a chi non lo vuole più da almeno trent'anni. Città cosmopolita e come tale intelligente, simpatica. Perché l'intelligenza è una capacita adattiva, che nasce dalle differenze.  Tutti parlano un corretto inglese, miraggio nell'interno o nella campagna fino a ridosso della città. Ed ora qui con i piedi quasi in acqua, mentre alcuni marinai progettano viaggi e riconversioni, vedo il corso del fiume, lo ricordo appena nato, sgorgare a lato del Reno nella Foresta Nera. Ne rivedo la forza immutata dopo tanto percorso. E ne immagino il suo correre e il gioioso fondersi nel mare, ad indicarmi la via.