
Ieri sera due episodi, non uno, hanno turbato il mio tranquillo venerdì sera di riposo e divertimento.
Non voglio citarli, non vale la pena. Solo che vorrei, veramente, passare una serata tranquilla, quando esco. E invece.
Non me ne vogliano i proprietari del Salaria, che sono persone squisite, ma quando un luogo ospita degenerazioni preferisco andare da un'altra parte o a teatro o al ristorante.
Per voi, continuate ad andare sicuramente, è un posto molto bello. (se mai aveste bisogno del mio consiglio!)
Ah...dimenticavo: magari invece di leggere solo il blog, scrivete dove andate a ballare e magari il tavolo posso prenotarlo io; a me lo danno al centro della sala grande.
Concludo con una citazione ad usum delphini:
As your leader, I encourage you, from time to time and always in a respectful manner, to question my logic. If you're unconvinced a particular plan of action I've decided is the wisest, tell me so!
But allow me to convince you.
And I promise you, right here and now, no subject will ever be taboo... except, of course, the subject that was just under discussion.
The price you pay for bringing up either my Chinese or American heritage as a negative is: I collect your fucking head. Just like this fucker here.
Now, if any of you sons of bitches got anything else to say, now's the fucking time!
I don't think so.
11 commenti:
Ti pare a te che ci perdiamo una serata al salaria e ci perdiamo qualcosa...siamo curiosissimi di sapere cosa è successo...avete preso troppi calci mentre ballavate oppure è successo qualcosa di indicibile????
Dai dai raccontate, magari domani sera o mercoledì a lezione...
Insomma domani all'aperitivo tango, dove più che ballare se magna?? ;)
david e francesca
FARE QUALCOSA CHE NON È MAI STATO FATTO PRIMA
Riporto (nel post successivo) questo bellissimo articolo di Roberto Brunelli sull'Unità ad usum Giancarli (cito il maestro), con il quale sono in disaccordo nel giudizio sui Beatles :-)Quest'anno ricorrono 40 anni da Sgt Pepper's, l'album più influente della storia della musica pop nel XX secolo. La prima volta che l'ho ascoltato ero sconcertato, non riuscivo a definire cosa provavo e soprattutto ero stupito dal fatto che i Beatles avessero fatto una cosa simile: prima li avevo quasi disprezzati come stupidi canzonettisti. A loro mi sono avvicinato grazie a mio fratello (più piccolo di me di 6 anni!) e sono diventati per me quasi una religione.
Ancora oggi quando ascolto "A day in the life", sento il bisogno di fermarmi, qualunque cosa stia facendo. La letteratura (provate a fare una ricerca su internet) su questa canzone è sterminata! Tanto quanto l'incoscienza dei Beatles. Faccio parte di quella schiera di persone che pensano che i quattro non si rendessero veramente conto di quello che stavano facendo o comunque mi piace pensarlo.
Vi invito ad ascoltare questo brano: vi renderete conto che non si tratta di un semplice pezzo musicale! E forse proverete lo stesso mio smarrimento quando arriverete al punto in cui l'orchestra di 40 elementi vi investirà con il muro del suono che termina con la frase: I'd like to turn you on.
OL
Roberto Brunelli
Tre pianoforti che piombano, all’unisono, sulla fine e sull’inizio dell’universo: questa era l’idea di John Lennon e di Paul McCartney e questo è l’accordo finale. Ci sono andati vicini, in qualche modo: c’è chi ha scritto che quando uscì Sgt Pepper’s lonely hearts club band il mondo si fermò. Sentivi quei suoni strani, quella musica che era insieme popolare e d’avanguardia, insieme gioiosa e rivoluzionaria, e ti fermavi ovunque fossi: in una stazione di benzina in mezzo al deserto del Texas, in un bar di Londra, in un caffé di Istanbul, per strada a Parigi. Fu l’inizio di una globalizzazione culturale, l’inizio di un sentimento comune che univa una nuova categoria sociale, i giovani, ai quattro lati del globo.
Niente monumenti, per favore, anche se la tentazione è forte. «It was twenty years ago today, Sgt Pepper taught the band to play...» no, non era vent’anni fa, era quaranta. Ieri, 22 marzo 1967, tanto per dirne una, è stata registrata Within you without you, la canzone «indiana» di George Harrison, un fiume di sitar su una melodia obliqua. Due mesi fa, il 19 gennaio, si è materializzato apparentemente dal nulla il «capolavoro nel capolavoro», ossia A day in the life, esempio assoluto di ciò che poteva l’accoppiata Lennon-McCartney, il primo a narrare l’universo, il secondo a fare da grand’orchestratore, colui che s’inventa una struttura musicale «aperta» mutuata nientemeno che dall’avanguardia «colta» di John Cage... ma perché, a quarant’anni di distanza, Sgt Pepper’s è considerato ancora l’album più importante della storia del rock, l’evento apicale dell’«anno santo» che fu, per la musica occidentale, il 1967? Perché tutte le classifiche continuano a ripeterci, quasi ossessivamente, come un mantra, Sgt Pepper’s?
Ti risponderanno: da quel giorno, 1 giugno 1967, in cui l’album è uscito nei negozi, è mutata la concezione che il rock ha di se stesso. È il momento più alto dell’orgoglio di ciò che oggi si definisce popular music, ed è anche il punto di partenza di centinaia (non è un’esagerazione) traiettorie musicali e mentali, da un’inedito uso degli archi alla semplice presa di coscienza di ciò che si può fare (genio permettendo) con una manciata di strumenti e uno studio di registrazione, su su fino al capovolgimento delle prospettive che faceva sì che quattro ragazzini di Liverpool potessero realizzare la grande opera d’arte del XX secolo. In sostanza, Sgt Pepper’s (a cui i due dischi precedenti, Rubber Soul e Revolver, fecero da magnifici apripista) rappresenta un improvviso e spettacolare salto in avanti nell’immaginario, e questo proprio nel bel mezzo di quegli anni Sessanta che già di per sé erano una specie di tempesta delle coscienze: Sgt Pepper’s doveva essere ed è un grande quadro in cui far incontrare culture alte e basse, suggestioni di ogni colore e sogni esistenziali che ti portassero sin nel cuore profondo del paradosso, dal rock’n’roll della «title track» alla psichedelia di Lucy in the sky with diamonds, dal turbillon circense malato di valzer di Being for the benefit of mister Kite alla stupefacente armonia stellare del quartetto d’archi di She’s leaving home, alla spietata eppur gioiosa chitarra elettrica in levare di Getting better.
«Fare qualcosa che non è mai stato fatto prima». Era il programma, esplicito, di Lennon, McCartney, Harrison e Starr. Dalle liriche ad ogni singola nota, il risultato è un immenso affresco psichedelico curato in ogni dettaglio, lontanissimo da quello stereotipo che immagina gli anni Sessanta velleitari ed onirici. Al contrario, Sgt Pepper’s è preciso e luminoso e, con il contributo del geniale produttore George Martin, anche affascinantemente «misurato». È un viaggio, in realtà, cominciato il 24 novembre ‘66, con la registrazione, nello studio di Abbey Road, di Strawberry fields forever e, un mese più tardi, di Penny Lane: due brani-icona poi esclusi dall’album, e fatti uscire a febbraio come «i due lati A» di un singolo, a preconizzare i contorni di una rivoluzione musicale. Cosa vera, soprattutto, per Strawberry fields, che con il suo tappeto di percussioni e di violoncelli, si permeò di «una pasta sonora» densa, che non si era mai sentita prima e che, in un certo senso, mai più si è sentita successivamente.
Quello che ancora oggi lascia stupefatti è l’olimpica saggezza dei quattro Beatles, all’epoca più o meno venticinquenni. A day in the life, costruita su un brano di Lennon «spezzato» da una composizione di McCartney, è «l’universo amministrato in una manciata di minuti», eppure è nitido e misterioso come un paesaggio leonardesco, compreso il caotico epos portato dal «muro di suono» dei quaranta professori d’orchestra. Chiunque avrebbe pestato sull’acceleratore, avrebbe ceduto alla tentazione della grandeur, i Beatles no: basta seguire la straordinaria batteria di Ringo Starr, una melodia per suo conto, il trillo di una sveglia che suona d’improvviso a metà canzone, e quell’«I’d like to turn you on», «mi piacerebbe accenderti», che fu l’invito di John ad aprire la mente ad un nuovo mondo. Ma, tramite i Beatles, fu il nuovo mondo, allora, ad aprirsi a noi.
OL
Certo con Strawberry e Penny Lane sarebbe stato un disco troppo fantastico.
Mi piacerebbe avere un tuo commento sul White Album...
a.
http://www.bekkoame.ne.jp/~garp/off03s.htm
guarda questo, onyx !
E questo repertorio di testi e notizie:
http://www.stevesbeatles.com/
WHITE ALBUM
L'album bianco (1968) si differenzia dai precedenti per la mancanza di unità coesiva dell'intero corpo di canzoni. Qui ognuno ha le sue canzoni e fa da session-man agli altri nei loro brani.
George Martin, al quale i Beatles avrebbero dovuto fare una statua d'oro, per l'importanza fondamentale che ha avuto questo produttore della EMI nel loro successo (per tutti i trucchi in sala di registrazione e tutti i consigli che ha loro impartito), voleva fare un album singolo, con le canzoni migliori, non un doppio. I Beatles si rifiutarono perchè ognuno voleva avere le sue canzoni. Soprattutto George non accettava più di essere limitato da John e Paul, perchè lui stava sempre più scoprendo una sua direzione al di fuori della band. In "While my guitar gently weeps" suona la chitarra un certo Eric Clapton, che era suo amico (e che gli avrebbe pure soffiato la moglie, la modella Patty Boyd). La parabola del gruppo è in fase discendente: detto questo, è uno dei migliori lavori della storia del rock. E io sono felice che abbiano fatto di testa loro.
Un aneddoto: Paul suona la batteria in alcuni brani perchè Ringo aveva temporaneamente lasciato il gruppo, in quanto si sentiva "inutile". Aveva incontrato singolarmente gli altri e a ciascuno aveva detto: Sto lasciando, voi siete molto più affiatati e non avete bisogno di me! In ogni caso la risposta che aveva ricevuto dal suo interlocutore era: Veramente ero io che pensavo di essere di troppo! (Incredibile)
Dopo due settimane, in cui gli altri lo avevano implorato di tornare, quando tornò, trovò la batteria decorata di fiori, fiori dappertutto, e un messaggio di John che diceva: Bentornato nano bastardo! Sei grande!
La cosa incredibile era che lui era andato via perchè nessuno degli altri tre gli aveva detto quanto era bravo ed indispensabile per il gruppo. E si potrebbero scrivere libri su quanto Ringo (che non passerà alla storia come un grandissimo batterista) fosse necessario all'armonia del gruppo.
A proposito, a quelli che fanno i saputelli e che si intendono di hard-rock dico: ascoltate Helter Skelter! Nel 1968 l'hard rock non esisteva nella testa di nessuno!
Altri due grandi pezzi che mi vengono in mente (sono tutti grandi) e che quasi nessuno conosce:
"Why Don't We Do It in the Road" e "Yer Blues"
Dunque il White Album è un disco IMMENSO!
OL
Aggiungerei la fantastica hard-cool "Everybody's Got Something To learn something except me and my monkey", la trasognante "Julia", "Martha my dear" è scritta forse da Vivaldi, "Blackbird" vale quanto 13 dischi di James Taylor e lo stesso dicasi per "Mother Nature's Son".
Di "Helter Skelter" da piccolino avevo una versione dei Motley Crue...ma quando ho sentito l'originale era....UGUALE !
ciao,
a
In generale, continuo, alcuni pezzi sono trash. Ma ci sono chicche per fare un disco e mezzo del secolo.
E' un disco ROCK. Rock-blues, rock-pop, rock-soul, rock-romantic.
La spiegazione è nell'americanismo di qualcuno ?
Sì, anche. Ma tutto è nel libretto di copertina. Sembra un disco dei Clash.
Era il '68, tutto qui.
E i Beatles hanno precorso, corso, cambiato, vissuto i 7 anni più veloci della storia. Nel '63 scrivevano delicate canzoni d'amore beat (meglio di tuti gli altri, ovviamente) e 5 anni dopo (passando da Strawberry, Yesterday e altri 876 capolavori) si trovano nel campus a fumare marjuana e a gridare per la pace nel mondo e per Martin Luther King.
Uno sconquasso non indifferente. Helter Skelter.
a.
Riguardo ad alcuni pezzi che tu definisci trash (che avrebbero potuto evitare di inserire, dico io), come "Honey Pie", "Revolution n.9", "Piggies", lì George Martin si era battuto per passare dall'idea del doppio a quella del singolo, con i brani migliori. Non ci riuscì perchè John, Paul e George volevano avere ciascuno il proprio spazio senza limitazioni.
Quanto all'americanismo dei Beatles, dico questo: loro ascoltavano tutto il meglio della musica attorno (tipo un certo Dylan), poi rielaboravano quei temi e quei motivi, sempre secondo un discorso innovativo e personalizzato. Erano profondamente onesti sotto questo aspetto. Sono stati intensamente legati agli anni 60, facendosi influenzare dalle maggiori correnti ed influenzandoli. Per questo i Beatles sono un fenomeno soprattutto culturale. Infine una considerazione su quella che è stata la loro maggiore fortuna: il fatto che dopo essersi divisi, non sono mai ritornati tutti insieme su quella decisione, considerando una possibile reunion. Nonostante tutto l'oro pronto a ricoprirli. Se John sembrava disposto ad accettare l'idea di un concerto insieme, Paul era recalcitrante e viceversa. Riccardo Bertoncelli dice che l'odio tra i singoli fu buon consigliere e li sottrasse allo spregio nel quale l'industria discografica fa finire le sue creature. Avete mai provato ad ascoltare i Pink Floyd del dopo Waters o l'ultimo Waters (manco Eros Ramazzotti). Per non parlare dei Rolling Stones che da 40 anni fanno sempre la stessa musica e che ora sono la caricatura di loro stessi. I Beatles non hanno mai scritto una sola canzone di sopravvivenza. Semplicemente quando, dopo attriti insopportabili, sconfinati nell'odio personale, si accorsero che non avevano più niente da dire insieme, si sciolsero.
Per questo il fenomeno è irripetibile e la magia del mito rimane tutta intatta.
OL
P.S.: Alex sono molto felice di questa discussione musicale. In generale ti dico, attento! Io dopo aver scoperto i Beatles, per 5 anni non ho ascoltato altro! Ho letto biografie, saggi critici, fatto ricerche. Può diventare una malattia. A proposito, hai visto il promo su internet dello spettacolo del Cirque du Soleil ? Che ne pensi ?
Riguardo al Cirque du Soleil mi sembra un'operazione incredibile. Ho le tracce rimasterizzate dello spettacolo e sono uno sbrago.
Riguardo al Cirque...è lo spettacolo più spettacolo del mondo - magari preferisco il Theatre du Soleil o altre cose meno roboanti, ma rimane uno show fantastico. Con la musica dei Beatles sarà imperdibile (sempre che ce lo facciano vedere, perchè sta in esclusiva a Las Vegas per un anno...)
a.
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