22 agosto, 2010

Lesvos


Sigri è l'estremità occidentale di Lesvos, e l'isola tutta perde ogni verde più si insegue il sole. Una luna ocra è lo scenario dei molti chilometri che la separano dalla capitale, dal porto e dal verde appunto. Un piccolo porticciolo, una strana chiesa, una taverna rinomata. Al lato una spiaggia cui fanno da corona increspature di roccia. E un museo bellissimo, che descrive la formazione della "foresta pietrificata", inconsueto ed affascinante passaggio di stato che fossilizza tronchi di sequoia. Ed una collezione di fossili meravigliosa. Il tutto sulla cima di una collina, guidati da ragazzi preparati ed entusiasti, nel paese più lontano da tutto, con un vento sferzante che non fa sentire il sole bollente. La gentilezza delle guide è tipica un po' di tutti gli abitanti di Lesvos. Isola scarna, poco turistica, con oasi di divertimento tutto sommato di classe come in Skala Eressos, patria di Saffo e di tante coppie di donne che passeggiano, ridono, bevono in questo porto franco. Magari tanti anni fa essere qui - con la libertà di essere come si vuole - era una conquista. Oggi è un po' patetico trovare un mondo a parte, chiuso, atipico mentre tutto intorno sembra non curarsi proprio di loro - famiglie, bambini, preti ortodossi.
A Lesvos si trova il pesce, con un'equazione fin troppo facile ma mai scontata mare-pesce. Qui l'entroterra è il nulla, poche pecore si rifugiano sotto l'unico albero rimasto. Quindi aragoste e triglie, sul porticciolo di Sigri. O da Kostas, patron del Sardeaas, sulla bellissima spiaggia di Skala dove il tramonto dipinge una porzione di cielo di colori cangianti, fino a lasciar spazio ai riflessi della luna sulle piccole onde.
Sulla strada per Molyvos, su di una collina appartata immersa negli ulivi, Aghia Paraskevi accoglie il museo dell'Olive Press, antica cooperativa di frantoi affossata dalla dittatura, dopotutto erano socialisti, e poi rinata come bellissimo museo multimediale sul processo di estrazione dell'olio. La strada prosegue tra olivi a perdita d'occhio, costeggiando, come un miracolo nel nulla, il ponte medievale a schiena d'asino di Kremasti, perfettamente conservato.
Dietro il profilo di Petra, con la sua "casa nella roccia", appare Molyvos, un gioiello paesaggistico, sottomesso al forte genovese a cresta di gallo. Le case di mattoni e ferro battuto si avvolgono attorno al monte sul mare, il porto è incastonato nella rada e i mille negozi e locali non riescono ad intaccarne più di tanto il fascino. Poco più ad est, le hot spring di Eftalou, sorgenti sulfuree sulla riva del mare che guarda la Turchia sono uno strano fenomeno, caldo nel caldo, anche se il forte vento che increspa il mare oggi ne mitiga la potenza. Lontano, dalla spiaggia rossa di Tsonia, seduto sulla spiaggia mangiando uno sgombro, non invidio la nave da crociera che taglia l'orizzonte puntellato dalle piccole isole dell'estremo nordovest.
Il resto è tutto nella meravigliosa strada che da Skala Sykameneas torna verso Eftalou, mentre le note di Fabrizio scaldano il cuore, gli occhi. E la costa sembra azzurra e verde, francese, poi tutto il mediterraneo converge in Sidun - Palestina, Genova, Sardegna si rincorrono e convogliano in una nota. Perché così è l'estate. Quando finisce converge tutta in un punto, nero e fondo, denso di ricordi da dipanare quando di tutto quello che è stato rimarrà solo la nostalgia.

Samos


Ieri Ghibli non c'era porta che lo fermasse, lui soffiava e soffiava. La notte sembrava giorno. Oggi, alla pace di Limnionas, piccola baia chiamata anche das Ende der Welt, mi ritorna in mente il cameriere della Taverna Sophia, a Platanos, unico luogo a detta di alcuni al fresco in giornate anche torride. Si sale e scende per due strade differenti, entrambe segnate da vegetazione molto varia e da viti di uva di Samos, bassa, verde intensa, carica ora di uva da vendemmiare. Un tempo era l'uva più buona del mondo. Da Samos arrivava il vino per gli imperatori. Antonio e Cleopatra qui vennero in viaggio di nozze. E l'isola era e rimane gentile, non c'è un albero uguale all'altro, dicono qui. Perché Samos un tempo era terra unita all'Asia. Qui hanno ritrovato resti di tigri ed elefanti. Ora altre belve la invadono, anche se l'isola gentile in fondo non permette saccheggi, si mantiene ordinata e composta. Il cameriere, dicevo, parla uno stentato italiano. Ha gentilezza d'altri tempi. Cammina a stento. Il mangiare è buono, semplice ma saporito. All'ombra dei platani è fresco, ma oggi è una giornata clemente tutto sommato. Ieri la spiaggia di Limonakia era un forno alimentato da un vento bollente. La mattina ci eravamo svegliati immersi nella nebbia e la baia che introduce a Vathy era tutta una grande nuvola calda. Al Museo Archeologico, peraltro bellissimo, non c'è aria condizionata. Come in quei posti dove vai, muori di caldo e ti dicono "questo caldo è eccezionale". Il Kouros di Samos, statua imponente di 5 metri domina il tutto ed è segno della strapotenza samiota del tempo. I gioielli sono raffinatissimi. Così le iscrizioni, quasi miniature. Samos è isola fine, lo si vede dalle case. Non ha l'uniformità di altre isole ma ognuno sa farsi la casa con gusto. Il cameriere ci porta un caffè greco, le mie labbra hanno ancora ora della polvere di chi non ha la pazienza di attendere. Dicono che chi conosce l'italiano è perché  ha fatto la guerra. Non so se è così, ma a guardarlo bene questo signore dalle mani forti e dal sorriso sincero potrebbe in effetti avere novant'anni. Ci aspetta al varco del parcheggio per restituirci una guida dimenticata. Qui, all'ombra dei platani, al fresco, oggi è proprio un giorno fortunato.

03 agosto, 2010

Ruse.


Ruse è Buenos Aires, Genova, un po' Vienna nella meravigliosa facciata del Teatro Lirico, città grande e ora decaduta, che ritornerà grande. Il grande padre Danubio le fa da spalla gigante e forte. Ritrovarlo dietro un vicolo e vederlo aprirsi sconfinato, contrappuntato di battelli e macchie di verde mi riporta improvvisamente a quando, bambino, vedevo il Po dal ponte d'acciaio della ferrovia, nella campagna dei miei nonni. Le stesse chiazze delle piccole correnti, simili colori, i pontili. Ruse è piena di ragazzi. Il mare è lontanissimo, il caldo è torrido e di là dal ponte c'è la Romania, che per i bulgari non è certo l'America. Non resta che passeggiare lungo le strade, ridere, fra milioni di moscerini, o accompagnare il cane sul lungofiume. O lavorare ai mille cantieri per riportare in vita quello che era un gioiello poi affossato dal realismo forse storicamente anche appropriato, della grande industria. Eppure gli abitanti ci tengono a dirlo: il Danubio li porta a Vienna, a quello stile architettonico, i ragazzi sono vestiti alla moda, eleganti. Il grande fiume non è più la via per portare acciaio a chi non lo vuole più da almeno trent'anni. Città cosmopolita e come tale intelligente, simpatica. Perché l'intelligenza è una capacita adattiva, che nasce dalle differenze.  Tutti parlano un corretto inglese, miraggio nell'interno o nella campagna fino a ridosso della città. Ed ora qui con i piedi quasi in acqua, mentre alcuni marinai progettano viaggi e riconversioni, vedo il corso del fiume, lo ricordo appena nato, sgorgare a lato del Reno nella Foresta Nera. Ne rivedo la forza immutata dopo tanto percorso. E ne immagino il suo correre e il gioioso fondersi nel mare, ad indicarmi la via. 

02 agosto, 2010

Plovdiv e Veliko Târnovo.


Veliko Tarnovo si dipana tra rocce e spuntoni, un fiume ricurvo, ed appare al termine di un viaggio lunghissimo con attimi di disperazione - in Bulgaria le strade sotto il limite della "statale" sono belle ed impossibili, buche enormi ti attendono improvvisamente, rendendo il percorso imprevedibile. Una statale passa fra i monti e sbuca nella valle opposta. Qui è il nord, quello che si specchia nella Romania. Una fortezza domina la cittá, possente giro di mura di Tzarevetz, roccaforte di quando Tarnovo era capitale, quasi mille anni fa. All'estremo est una torre ha ospitato la breve prigionia di Baldovino I di Fiandra e Costantinopoli, crociato reo di aver osato aprirsi l'Impero Latino al mare in quel di Tessalonica. Catturato dai greci e affidato allo Zar Bulgaro come mai si aspettava di finire ? L'altro estremo, aspro, è una rupe dalla quale finivano altre non precisate vittime. Sovrasta il tutto una chiesa con affreschi ottocenteschi, curiosi e tutto sommato belli, anche se citando Hegel, non fanno certo "piegare le ginocchia". Il lato basso della cittá ospita un mercato all'aperto di oggetti d'artigianato, piacevole reticolo di strade. Un antiquario ha oggetti interessanti e qualche busto di Lenin e Stalin. La fortezza ha subito un restauro nel '33. Le scritte sono in bulgaro e tedesco. In me un pensiero un po' agghiacciante, ma va bene così. Qui la terra ha sempre subito, oppure semplicemente non ha saputo scegliere bene.
Plovdiv l'avevamo lasciata il giorno prima, accaldati in una sera che non prevedeva apparentemente tramonto e calo di temperatura. La mattina seguente la sua periferia è costellata ds palazzine con grossi numeri di identificazione su una delle facciate. È il programma di stanziamento, la Bulgaria industriale e socialcomunista. Non tanto diversa dal Tuscolano di Fanfani. Solo che la nostra economia è dieci volte superiore, noi, che abbiamo costruito dopo il boom quartieri come lo Zen o i Ponti del Laurentino. La città di Plovdiv in fondo è tutta nella collinetta quasi introvabile, cui si accede da un gomitolo di strade che loro chiamano "la trappola". Si sale per un pavè che si fa successivamente asprissimo di pietre grosse e distanti. Passeggiarci è disagevole ma molto bello. Su fino alle rovine di un insediamento tracio quasi invisibile. Di lì il panorama verso i dintorni di palazzi alti e piani abitativi è il segno dei tempi, delle distanze, delle necessità. Plovdiv assomiglia a Napoli nei suoi vicoli, ma è senza mare. Cittá di case museo, di artisti, di gente gioviale. Il mare qui in Bulgaria è miraggio lontano e nero. Ci si arriva da direttive lunghissime, costellate di soste in aree di servizio o taverne in cui non conoscono una parola di inglese. Viaggi così, incrociando auto enormi e vecchie che colgono erba sul ciglio della strada. Se sei fortunato, in lontananza, in qualche sobborgo rurale, puoi vedere, tra le rovine ricostruite di quartieri improbabili, il luccichio di un vestito da sposa, di una festa in un'aia.