Veliko Tarnovo si dipana tra rocce e spuntoni, un fiume ricurvo, ed appare al termine di un viaggio lunghissimo con attimi di disperazione - in Bulgaria le strade sotto il limite della "statale" sono belle ed impossibili, buche enormi ti attendono improvvisamente, rendendo il percorso imprevedibile. Una statale passa fra i monti e sbuca nella valle opposta. Qui è il nord, quello che si specchia nella Romania. Una fortezza domina la cittá, possente giro di mura di Tzarevetz, roccaforte di quando Tarnovo era capitale, quasi mille anni fa. All'estremo est una torre ha ospitato la breve prigionia di Baldovino I di Fiandra e Costantinopoli, crociato reo di aver osato aprirsi l'Impero Latino al mare in quel di Tessalonica. Catturato dai greci e affidato allo Zar Bulgaro come mai si aspettava di finire ? L'altro estremo, aspro, è una rupe dalla quale finivano altre non precisate vittime. Sovrasta il tutto una chiesa con affreschi ottocenteschi, curiosi e tutto sommato belli, anche se citando Hegel, non fanno certo "piegare le ginocchia". Il lato basso della cittá ospita un mercato all'aperto di oggetti d'artigianato, piacevole reticolo di strade. Un antiquario ha oggetti interessanti e qualche busto di Lenin e Stalin. La fortezza ha subito un restauro nel '33. Le scritte sono in bulgaro e tedesco. In me un pensiero un po' agghiacciante, ma va bene così. Qui la terra ha sempre subito, oppure semplicemente non ha saputo scegliere bene.
Plovdiv l'avevamo lasciata il giorno prima, accaldati in una sera che non prevedeva apparentemente tramonto e calo di temperatura. La mattina seguente la sua periferia è costellata ds palazzine con grossi numeri di identificazione su una delle facciate. È il programma di stanziamento, la Bulgaria industriale e socialcomunista. Non tanto diversa dal Tuscolano di Fanfani. Solo che la nostra economia è dieci volte superiore, noi, che abbiamo costruito dopo il boom quartieri come lo Zen o i Ponti del Laurentino. La città di Plovdiv in fondo è tutta nella collinetta quasi introvabile, cui si accede da un gomitolo di strade che loro chiamano "la trappola". Si sale per un pavè che si fa successivamente asprissimo di pietre grosse e distanti. Passeggiarci è disagevole ma molto bello. Su fino alle rovine di un insediamento tracio quasi invisibile. Di lì il panorama verso i dintorni di palazzi alti e piani abitativi è il segno dei tempi, delle distanze, delle necessità. Plovdiv assomiglia a Napoli nei suoi vicoli, ma è senza mare. Cittá di case museo, di artisti, di gente gioviale. Il mare qui in Bulgaria è miraggio lontano e nero. Ci si arriva da direttive lunghissime, costellate di soste in aree di servizio o taverne in cui non conoscono una parola di inglese. Viaggi così, incrociando auto enormi e vecchie che colgono erba sul ciglio della strada. Se sei fortunato, in lontananza, in qualche sobborgo rurale, puoi vedere, tra le rovine ricostruite di quartieri improbabili, il luccichio di un vestito da sposa, di una festa in un'aia.