Capitulo secundo, ovvero di come il santo scoprette lo divino foco per lo celeste.
Ove si narra de lo santo immergiuto in acqua che paventatosi de lo respiro che manchette esclamasse aita aita a lo cielo e a li parenti sui. Li quali uditolo tosto lo soccorrettero perchè l'infante era facondo assai ma poco sapea navigar con braccia, a la manera de li marinetti che da Mulfetta ei vedea partir in su l'alba. Parette puro che lo pargolo nell'esclamare vivificasse la santa effigie de la santa madre la quale scesa dalla nicchia in cui era reposta lo aiutasse porgendo sua santa mano. Per altri l'impreco fu altro che il dolore per lo corpo peso dello nonno che gettatosi in su l'acqua tutto il pargolo investisse, con magno dolore et grida di elli. Fatto fu che da quello iorno lo piccolo Onofrio ristette in particolare modo con tutti li affari religiosi e giunto all'età di anni tre, imparato e parlato, istruito e maturo chiedette a lo genitore di prender voti. Per altri la mano non fu la santa effigie materna di nostro signore colei che lo salvette, bensì la quella di una fanciulla di molti anni nominata Ingridda, di stirpe et familia delle terre fredde de lo nord. La quale, visto il pargolo, quand'anche sua etate non fusse sì giovane, di lui si innamorette e volle senza posa la di lui compagnia ogni dì et notte. Lo pargolo, lusingato di sittanta profferta non sapeva come rinunciarvi, essendo la dama assai più matura di elli. E così lo voto di castità proferito dinanzi allo vescovo di Trani Gaudenzio trasse la dannata lontano, sanza ch'ella capacitata potesse riveder lo pargolo se non compiuta la maggiore età, si che elli scegliere potesse in piena maturità et coscienza. Per altri ancora la mano che tanto compose la fede nella carità del pargolo Onofrio, non fu di madonna nè di donna ma di omo, con sembianze femminee, canosciuto in Mulfetta come madama Mulfetta, donna omo di carità macchiata da lo peccato del epicureo. A siffatto aiuto, ceduto dall'essere citato, Sant'Onofrio pargolo esclamette le due parole divenute poi salmo profondo de lo santo: o dio. Causa di stupore per la magnifica et ingente et tempestiva caritate de lo celeste.
(continua)
2 commenti:
"Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio". Dovete assolutamente leggere l'incredibile articolo di Roberto Saviano su repubblica.it: questo è l'indirizzo: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/caserta-sparatoria/saviano-omerta/saviano-omerta.html
Ho letto la lettera di Saviano. Quello che mi resta, alla fine della lettura, è soprattutto un senso di rabbia e di solitudine. Torno da due giorni di formazione a ragazzi rientrati dal servizio civile in paesi in via di sviluppo (così dice la nostra ipocrisia, in via di sviluppo). Questi ragazzi hanno vissuto esperienze emotivamente molto forti, povertà, disgrazie, violenze. Ma l’emozione più forte che portano indietro è la frustrazione per la difficoltà a continuare a credere di poter veramente fare qualcosa, incastrati nei meccanismi perversi delle politiche economiche, in cui le motivazioni delle cose sono sempre altrove, in cui chi dovrebbe non paga mai ed è così difficile verificare quello che si riesce a fare con i propri sforzi, anche quando sono tanti. Quello che resta sul fondo è una realtà mistificata, dove chi finanzia le campagne per l’ambiente è magari una società che l’ambiente lo rovina senza scrupoli per interessi economici. E allora la domanda è: con quale bussola orientarsi di fronte a questa ipocrisia megalomane, per cui quelli che impongono le regole si sentono onnipotenti e illesi sempre, per cui le regole stesse cambiano mentre si sta giocando e viene infranta qualsiasi consequenzialità tra presupposti e conseguenze? Viviamo in un tempo in cui la responsabilità è un termine sentimentale o un vessillo svuotato di sostanza, un tempo di bambini che scherzano. Un ragazzo che conosco, che ha lavorato tanti anni nella cooperazione internazionale, ha ora deciso di trasferirsi con moglie e figli in Birmania. Almeno, ha detto, lì i buoni sono buoni e i cattivi sono cattivi. Sul venerdì di Repubblica della settimana scorsa c’era un’intervista a Zygmunt Bauman, che ha scritto un saggio sulla paura liquida. I nostri antenati avevano paura delle streghe e dei briganti. Noi abbiamo una paura costante e senza oggetto. Ci sentiamo sempre minacciati, e l’informazione sfrutta questa sensazione di pericolo offrendoci la rassicurante garanzia che qualcun altro si addosserà l’onere di difenderci (un papà buono, il presidente, l’esercito, la Chiesa). Basta stare buoni e zitti.
P.S. ...E poi se vi va leggete questo:
comedonchisciotte.org/site/index.php
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