25 agosto, 2011

Last day in Frisco.

L'arte figurativa americana imita Bonnard (Elmer Bischoff) Goya, Picasso, Ernst (William Gropper).  Laddove si distacchi dalla realtà ottiene invece uno statuto di alta capacità simbolica. E rappresentativa di un luogo, di una cultura. E' evidente la grande capacità di utilizzare nuovi mezzi, fili e tizzoni nell'Anti-Mass di Cornelia Parker, ad esempio, o nei meravigliosi esempi di Al Farrow (The Spine and Tooth of Santo Guerro, una cattedrale costruita solo con proiettili o parti di fucile) o del Model for total reflective abstraction di Josiah McElheny, davanti al meraviglioso ed iperrealistico "Adorazione dei Magi" di Gottfried Helnwein, in cui la Madonna con Bambino è salutata da militari in licenza. 
Il De Young Museum di San Francisco, immerso nel Golden Gate Park (e nella nebbia), di fronte all'altro colosso del California Academy of Science di Renzo Piano, ha come silhouette una grande torre nera a forma di tronco di piramide capovolta e ritorta. La torre ospita solo gli uffici ed un belvedere, le exhibitions sono nei due piani più larghi, alla base. 
Nel piano interrato la mostra temporanea racchiude poi 100 capolavori di Pablo Picasso, disegni, opere in bronzo e dipinti che illustrano vari periodi della sua produzione. Paul as an Arlequin, una visione in cui l'indefinito ed inconcluso sono la piattaforma per il ritratto in colore, meraviglioso. Il Ritratto di Olga su una poltrona è in grande esercizio di stile, la donna ha un'imbarazzo quasi giocondesco. L'Acrobat sembra occupare da contorsionista tutta la tela. L'impatto coloristico di Dora Maar o quello quasi monocromatico e civile del Massacro in Korea (1951), o il volto disegnato che condensa molto cinema americano del bellissimo Femme au fauteuil del '48. Uno spirito acuto, denso, ironico e cupo, sicuro di sè ed umile, tanto da dipingere un Déjeuner "d'apres Manet", lui che poteva fare a meno di maestri e che, come recita un adagio stampato sull'ultimo bianco della mostra, amava ripetere "Painting is stronger than me. It makes me do what it wants."
Il ritorno, tra la nebbia ed il freddo, tra i parchi e le eleganti case delle colline, mi lascia l'amaro dell'addio, o di un arrivederci lontano. La nebbia sale, mi avvolge, la severa, ilare, fredda, colorata Frisco vorrebbe forse tenermi con sè.

17 agosto, 2011

U.S.A. - 1


(Ho preferito pubblicare questo resoconto di viaggio una volta ripartito da New York, per completezza di descrizione).

Dopo un tempo infinito di attesa, stipati come polli da batteria per 11 ore in aereo, si vede il cielo di New York, ma non è la prima impressione che si ha della città. Devi attendere il taxi in un sotterraneo. Tutto è molto organizzato. I varchi sono essenziali, rigidi ma veloci. Questo popolo non-popolo, o perlomeno non uniforme nè cosi autoctono...non si è mai disabituato ad accogliere. Non sono gentili i poliziotti di frontiera, ma tutto funziona. Dicevo, la prima impressione è un odore. Di ferro. Complice la pioggia battente, forse. Ferro come entrare in un distretto minerario o industriale. Tra le gocce di pioggia e la nebbia, Manhattan poi appare dopo molto tempo, rallentati da incolonnamenti, nè il tragitto da Jfk è particolarmente brillante. Appare un attimo prima di entrare nel tunnel di Queens. Poi dopo è tutto verso l'alto. Manhattan sembra non avere altra dimensione che l'altezza. E questa continua visione immensa sopra di noi condiziona le distanze percorse, in taxi, a piedi. Il Chrisler appare, è lì, ti sembra di toccarlo, ed allora ti incammini e passa un'ora.
Il rumore. Continuo, tanto che tutto ció che deve farsi sentire deve necessariamente essere più alto, dal tipo che vende i giornali di fronte alla stazione ad ogni richiesta, contatto, colloquio.
Un capitolo a parte per l'aria condizionata. Una nevrosi evidente. Se fuori è sera e ci sono 23 gradi, ha senso entrare in un negozio e doversi mettere cappello, sciarpa, maglione per la brezza a 15 gradi ? Il tempo di aggirare il fuso, che si fa sentire eccome, qualche passeggiata, ristorante e siamo pronti per partire e ritornare. Non prima di aver fatto esperienza di Central Park. È un luogo bellissimo, enorme. Puoi passeggiare, infilarti nei boschi, navigare su barchette nei laghi, correre. Pur essendo un parco tutto sommato uniforme, presenta itinerari diversi per diverse abitudini o piaceri. Riposandomi all'ombra di un grosso olmo, dopo aver mangiato "organic" (termine richiestissimo a NY), ho avuto la sensazione che quel rumore costante di fondo svanisse. Ho capito che Central Park è una salvezza a portata di mano, per chiunque. Forse chi vive nel Bronx o a Queens non va a correre lì, ma la popolazione che incroci è talmente dissimile che ho il sospetto che sia un po ' il parco di tutti. Ai suoi margini molti musei, tra cui il Guggenheim, geniale nella sua architettura, che in questi giorni contiene una personale dell'artista coreano Lee Ufan. Un po' una scoperta. New York è così. È centratissima su se stessa, ma lo è per rivelare le altre culture. Non è raro trovare qualcuno parlare con termini italiani spagnoli ed inglesi assieme. In fondo, aggiungendo quella olandese, sono le quattro radici dell'America. Nella piazza di City Hall un palazzo porta enorme una scritta "New Amsterdam". Italiano è invece sinonimo di mangiare. Pur esistendo locali molto raffinati di cucina italiana, la raffinatezza è però ancora legata al gusto francese. La Spagna, ovvero il Sudamerica, è molto presente in ogni settore. A volte hai la sensazione che sia proprio una seconda lingua. Se invece trovi qualcuno che parla italiano, in realtá si esprime in un generale dialetto del sud, con cadenza e termini antichi. Insomma, il Padrino esiste davvero.

Se New York è un uomo d'affari scaltro, Boston è una signora elegante un po' provinciale. Boston è fondamentalmente le sue universitá, luoghi un po' magici. Harvard, racchiusa da mura antiche, ha un fascino discreto, la cittadina di Cambridge la racchiude e le rende servizio, con locali e librerie. Il MIT è un quartiere di grandi strade costellato da palazzi anche interessanti, sede di istituti. Nel museo, molto bello, olografie e robot e tutto quello che è stato inventato da queste parti, vi assicuro che è molto. Il resto è un po' ovvio e anche kitsch, come il Freedom Trail, percorso che illustra i luoghi della Rivoluzione, spesso più percorso di shopping o di street food selvaggio che altro. Ma la sera dopo la cena in un ristorante italiano, sedersi in un parco ad ammirare i pochi grattacieli immersi nella nebbia è un motivo che vale il viaggio. Perchè Boston è così, elegante e calma, quel che ci vuole per contrastare il delirio di New York.

Newport è una perla della costa del Rhode Island, lo Stato più piccolo dell'Unione, ad un ora e mezza da Boston. Bel porto e dintorni, ma il cuore di Newport è la sua Bellevue Avenue, sulla quale si affacciano più o meno tutte le Mansion ovvero ville principesche costruite a partire dal 1800 da alcune famiglie importanti del mondo finanziario ed industriale. In primis la famiglia Vanderbilt, che costruisce ed arreda due fra le più superbe residenze. Si tratta di ville sfarzose, con arredi antichi o eccezionali imitazioni in stile. Con parco attorno. Spiccano tra gli alberi, anch'essi magnifici, ed affacciano riluttanti sull'Avenue, più spontanee sul mare, una baia di qua e di là, bellissima. Sai bene, incrociando per strada una signora profumata ed elegante, che si tratta di una milionaria. Ma poco ti importa, perchè al lusso Newport ha sostituito la bellezza del lusso. Un modo come un altro, effimero e virtuale, di condividere la ricchezza.

Tornati a New York con un treno d'altri tempi, sconsigliato dai più ma che si rivela invece comodissimo, ci si rituffa nella confusione. New York è il suo rumore di fondo. Ad ogni ora. Quando chiediamo una camera più silenziosa i pur gentilissimi gestori dell'Ace Hotel, originale e splendido, sgranano gli occhi, come a dire, "quale rumore ?". Se passeggi per strada trovi molta gente che grida, si raduna in clubs assordanti, oppure canta e suona. Per sostituirsi al rumore. Forse non c'è altro modo. L'ho pensato anche io quando ho avuto la fantasia di dormire con la tv accesa. La notte il rumore diventa assordante, crescendo il bisogno di silenzio.
Eppure New York, così fastidiosa, ti regala visioni e sensazioni uniche. Non credo esista un luogo uguale nè simile al mondo. Puoi trovare tutto. Ci sono circa settemila ristoranti. Se desideri una gelatina al lambrusco puoi trovarla. Magari la richiedi con il servizio in camera. Tutto ha un costo, alto. Se puoi spendere qui puoi farlo.
I collegamenti all'interno di Manhattan sono tutto sommato agevoli. I Taxi sono quasi introvabili la sera tardi nei quartieri più alla moda, ma poi uno si trova. La Subway è molto capillare, funziona bene. Se non fosse per i 40 gradi delle passerelle (i treni sono freschi). Lo sbalzo a volte è da tramortire un cavallo. Mi spiega un signore che l'aria condizionata sarebbe inutile, visto che tutte le passerelle della metropolitana comunicano con delle grate con le stradde. Si disperderebbe insomma. I Newyorkesi non hanno il concetto dell' "un po' più fresco". O si gela o nulla. Mi è capitato di entrare in un ristorante ed uscire subito perchè sembrava una cella frigorifera. Ed in questi giorni la città non è caldissima, figuriamoci quando lo sbalzo è più cospicuo...
Un'escursione molto piacevole e super consigliata è quella in scafo che parte dalla punta di Manhattan per arrivare a Liberty Island, dove si passeggia sotto la famosa statua. Di lì, la vista di Manhattan - più o meno per intero, di leggero profilo tanto da scorgere le torri dell'Uptown, è assieme entusiasmante e rappacificante. Il rumore della città è sostituito dai grilli e dai gabbiani e l'ombra che la gran regina proietta salva dalla calura. Al tramonto ti sembra di avere il mondo davanti in una bolla di vetro. Ti verrebbe da rovesciarlo per vedere la neve. In primo piano la torre che sostituirà le gemelle - ha nel cantiere, come cappello, una doppia gru che la fa sembrare una farfalla. Non è necessario sostare di fronte al grande cantiere che è stato teatro del disastro delle torri per capire che questa città è come uscita da una guerra. Rossellini avrebbe avuto molto materiale su cui lavorare. La sofferenza, la voglia di riscatto, il rinnovamento sono fatti visibili negli occhi delle persone, ovunque.
La si vede, la torre che sotituisce le gemelle, anche dalla magnifica veduta che si ha da Brooklyn Heights, un quartiere di là del fiume, antico ed in stile inglese vittoriano. È bellissimo camminare per le sue strade tranquille, ammirando portoni e scalini d'epoca ed al contempo moderatamente lussuosi. Brooklyn è una sorta di cittá a se stante, la vista che si ha, dalle sue Promenade in riva all'Hudson di Manhattan è meravigliosa. Eppure percorrendo a piedi il Ponte hai la sensazione di passeggiare su quei ponti sospesi fatti di legno. Antichissimo e nuovissimo, sul Ponte molti secoli in fondo si uniscono in un punto. Ed in fondo a Brooklyn Bridge, dalla posizione sopraelevata della passerella finale, hai l'impressione di avere bisogno di una visione di 360 gradi. Un unico sguardo non può cogliere tutto. Dal Belvedere che ci spiana Manhattan ed i ponti, meravigliosi direi, si ammira una gara di aquiloni. Da questo punto sembrano più alti dei grattacieli, un'immagine di come la poesia ed il gioco superino la rigida serietá. Ma è solo una questione di prospettiva, una spereanza effimera. I grattacieli sono altissimi, una babele nelle intenzioni, che funziona, produce ed in questo funzionare genera mito e rinomanza. Wall Street è un luogo turistico, in fondo. Lo è anche il cantiere dell'11 settembre. A Brooklyn trovi solo al massimo la casa di Truman Capote, che per diventare famoso doveva scrivere di quel Tiffany in 5th Ave. dove effettivamente sono tutti sorridenti e gentili. Ci credo, lavorano in una delle strade più belle del mondo ! La Quinta è meravigliosa. Ampia, la costeggiano edifici storici, come il Flatiron, un palazzo direi unico al mondo, assieme a mille altri bellissimi, colorati discretamente ed austeri senza essere severi.  Ma il Flatiron ha qualcosa in più. Sembra una costruzione effimera, nello spigolo che si affaccia sulla quinta è talmente stretto che ci si chiede se lo siano anche gli ambienti interni. Eppure la sua figura snella è pura classe.
Soho, e tutti i quartieri limitrofi sono una sorta di centro nel centro, più defilato e tranquillo in parte, animato la sera di locali, ma è di giorno, a mio parere che tutto si fa interessante. I colori dei suoi palazzi di ferro dipinto sono una delizia. Continuando su Greene street o giù di lì arrivi a Little Italy, tutto cambia, ristoratori che ti chiamano ad entrare, tutto è sopra le righe, sfruttando l'equazione italiano=mangiare bene - cosa che dubito, almeno qui. Non so come si regga il tutto perchè chi passeggia è prevalentemente italiano e turista, scatta foto e scappa via. È una piccola Italia, o forse più un'Italia piccola piccola. Altro discorso per Chinatown, che appare dietro una giantesca insegna della EastWest Bank - che la dice lunga. Strade rigonfie di insegne, negozi, persone, cose. Puoi comprare tutto e mangiare tutto. Più veritiera, in fondo.
Un'esperienza che consiglio è la visita guidats al Lincoln Center, un auditorium se così si può dire, immenso, fatto di teatri, centri espositivi, scuole, la famosa Julliard. È lo spirito di New York, vedere tutto ed ispirarsi. Vuoi che l'arte cresca ? falla crescere, semplice. La nostra guida è buffa ed intelligente, i teatri sono magnifici e colpisce la qualitá degli arredi e di opere d'arte nei foyer. E le donazioni dei magnati, forse un fenomeno molto ridotto in Italia. Sembra quasi che l'equazione potere politico=ignoranza non valga qui negli States. Qui tutti si preoccupano di fare e non di nascondere. Fare cose diverse, certo, ma fare. È lo spirito europeo, fiammingo, che spinge alla creatività, anima della cittá dalla quale sembrano per ora esclusi gli italiani, se non fosse per qualche buon cuoco, gli ispanici, comunità molto presente ma forse relegata o autorelegatasi ad occupazioni più umili. La popolazione nera a sua volta non sembra molto integrata. La loro cultura è forse in Harlem, nelle chiese in cui si canta e prega con scioltezza, nell'Apollo Theatre, tempio del debutto di molti straordinari artisti afroamericani. Ma l'impressione è che a correre uscendo dagli uffici che contano siano sempre i bianchi. Il nero fortunato è forse emigrato a Los Angeles, i rapper newyorkesi in erba tuonano solo dietro i vetri scuri abbassati delle auto, tanto per aggiungere rumore nelle Avenue.
Otto lunghi giorni a New York, da potersi perdere e non tornare più. Se dai suoi ritmi ti lasci irretire. In fondo è una città quasi vuota, a Ferragosto, peraltro non festivo. New York ti condiziona ai suoi ritmi e solo così sa accoglierti. Devi accettarla per quello che è, al massimo puoi tentare di dare alla tua giornata un tuo proprio ritmo, ma si tratta di dettagli. Mattino della partenza, una foto mossa del vetro posteriore del taxi, il profilo di Manhattan, lontano. Tutto fugge, New York, sembra impossibile, si allontana.

11 agosto, 2011

X agosto.

Grazie signore per avermi fatto vedere tutto questo, per il mare oceano infinito che si apre al nostro passaggio sul ponte di Jamestown,  grazie signore per tutte le volte che una nuvola copre il sole mentre sono in strada al caldo, grazie per le barche bellissime del Rhode Island, anche se le vedo da lontano e grazie per le ville con i cancelli aperti, i loro prati perfetti. Grazie signore per questo viaggio in pullman che mi fa vedere delle case di gente normale e che magari vive tutta la sua vita qui. Grazie per l'autista spiritoso, per la tassista cicciona che ride e corre per noi, grazie di questi luoghi con più alberi che uomini, dell'incrocio verde tra South Boston e Sycomore Street, per il treno d'altri tempi, per la famiglia nera felice e ricca, per le lamiere arrugginite e per il lusso, per l'ubriaco reduce e per il milionario. Grazie se esisti o se non esisti. Non faccio distinzione. E grazie per questo ennesimo dieci agosto per me così pascoliano, giorno in cui mio padre respiró l'ultima volta.  Ora è sera e le stelle cadenti sono ferme a metà, intorno al quarantesimo piano, qua e là, sparse, a Manhattan. 

14 luglio, 2011

Del ridere. Ovvero piccolo repertoire di Francia.

L'occasione è di per sè non molto buffa.
L'impiegata della Hertz, siamo a Paris Gare de Lyon, una ragazzona creola di oltre un quintale, dal nome delicato, Carole (che a me ricorda Carole Andrè la Perla di Labuan - siamo lontanissimi) non vuole darci la macchina in affitto. Si attacca a tutto, fa battute sugli italiani, alla fine gli diciamo cordialmente "ciao" e andiamo a Rouen in treno. Immaginato il primo stress, del tipo "in Italia voi fate cosi in Francia noi invece..." (ok sarai pure naturalizzata francese e io sono antirazzista, ma...insomma...)si sale sul treno con valigie e fatica. Dicevo, non finisce qui. Il treno parte comodo ed in orario, la gente è gentile e simpatica. A metà strada si ferma. L'annuncio è sconsolante. Ritardo, problemi di linea elettrica. Poi altri annunci. Rotto. Si scende, si va in attesa di un altro treno. Una fiumana di persone ridendo e scherzando passa a malapena sotto il piccolo sottopassaggio della stazioncina cui eravamo per pochi metri tornati, poi a malapena sta sulla nuova passerella. Un nero giù nella via si offre come tassista a 30 euro a persona. E una signora anziana commenta "che gentile!" e tutti ridono. L'annuncio si rinnova. Ora bisogna ritornare sul treno di prima ! Si riparte ! Risata generale. Il treno riparte e arriva a Rouen - un'ora di percorso e due ore di ritardo.
Mi chiedo cosa sarebbe accaduto in Italia.
Intanto era a fine serata. Avevano giá lavorato.
A vedere la qualità dei treni forse per molta gente era la prima volta che accadeva.
Ridere fa bene. I Francesi ridono. Ti accolgono male magari, poi sono gentilissimi. La cameriera sembra che la disturbi, poi ti serve con un sorriso una torta da mille e una notte. Il tassista è onesto. Se qualcuno gli taglia la strada, ride sardonico. Ridere fa bene. A me, che odio i contrattempi, che entro in ansia per la calca, quella risata ha cambiato le cose.
Ah. Il giorno dopo alla Hertz di Rouen nessun problema, documento, firma, aumento.
"Una risata vi seppellirá !" (Bakunin)