19 luglio, 2007

KJ




Perugia 11-07-2007 di Franco Fayenz
(da Il Giornale 12-07-2007)

Perugia - «Non parlo italiano, ma se quei fottuti str… che hanno quelle fottute macchine fotografiche non le spengono, me ne vado. Io, Gary Peacock e Jack Dejohnette ci riserviamo il diritto di andarcene. Ogni persona che abbia accanto qualcuno con una macchina fotografica deve strappargliela di mano. Se non succede questo io lascerò questa maledetta città e voi avrete pagato il biglietto per niente. Il privilegio di essere qui è vostro, non mio».
Questo esempio di dolce stil novo, sebbene il lettore possa faticare a crederci, sono le parole che Keith Jarrett ha pronunciato entrando nel palcoscenico dell’Arena Santa Giuliana di Perugia, gremita da oltre quattromila persone già intirizzite da un vento gelido. Parole premeditate, perché il pianista superdivo aveva come collare un piccolo microfono, subito spento prima di attaccare il brano d’apertura, Green Dolphin Street. Parole offensive soprattutto verso la città che lo ha ospitato tante volte dal 1974 in poi (tre negli ultimi cinque anni), pagandogli quei cachet astronomici che oggi gli permettono la folle abitudine di approdare in Europa in un hotel di Nizza, di noleggiare un aerotaxi con contrabbassista, batterista e altre persone al seguito per raggiungere il luogo del concerto, e poi di ritornare a Nizza a concerto ultimato.
Dopo questo incipit travolgente, il trio più celebre del mondo, in attività da 24 anni, fa spazio alla musica con la consueta abitudine, poco frequente nel jazz, di osservare un intervallo di una ventina di minuti. Per fortuna non molti hanno capito il fervorino, ma si sono uditi fischi, buu e qualche improperio adeguato. La prima parte consta di sei brani abbastanza lunghi (oltre a quello citato, si riconoscono Last Night When We Were Young, Late Lament, One For Majid, I’m Gonna Laugh You e Right Out Of My Life) e il livello interpretativo-creativo è senz’altro elevato. Il più convincente e continuativo è Dejohnette, superbo per il drumming affascinante, quasi melodico oltre che ritmico, mentre gli altri due fanno routine, seppure di ottimo livello.
Il secondo tempo inizia con una pregevole versione di It’s A Raggy Waltz di Dave Brubeck e tocca il vertice con il famoso Django di John Lewis, perfetto come in tempi migliori. Però dopo il terzo brano, Joy Spring, il trio accenna a sorpresa di voler terminare il concerto. Le rituali invocazioni di bis si sprecano ma, ahimè, lontano dal palcoscenico brilla un flash. «A questo punto il bis non ve lo do», ringhia Jarrett, e se ne va. Arriva invece un comunicato della Direzione artistica di Umbria Jazz, un tantino soft rispetto alla gravità dell’accaduto, ma termina con una frase secca: «Con Jarrett abbiamo chiuso». Si spera che l’esempio sia seguito da altre città, Milano compresa che prevede il trio al Teatro alla Scala il prossimo 14 ottobre.
Mentre scriviamo fervono dispute accanite. C’è chi tenta una difesa piuttosto strana di Jarrett, dicendo che «lui è sempre stato così», ma non è vero. Era un giovane timido e rispettoso, perlomeno fino a quando, nel 1972, cessò la sua collaborazione con Miles Davis e inizio la sua carriera autonoma. Proprio durante il suo tour italiano con Davis, a Torino, ci concesse un’intervista nella quale dichiarò testualmente: «Ho paura di quando sarò celebre, se mai lo diventerò, perché potrei perdere il senso delle proporzioni». Appunto.
Soltanto alcuni anni dopo, e un po’ alla volta, cominciarono i capricci d’artista, i rimproveri rivolti al pubblico a scena aperta, le pretese cervellotiche inserite nei contratti. Ma le sue doti di musicista, comprese le discutibili interpretazioni classiche, erano molto amate dal pubblico, per cui troppo gli fu concesso e perdonato. In fondo, la colpa è soprattutto di chi lo lasciò fare: basti pensare a tutti i suoi tour italiani, in trio o come solista, quando si cimentò con le maratone solitarie che per qualche tempo gli costarono la salute e il silenzio.

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(da keithjarrett.it , commento di Fabio Castronuovo)

“Leggo con un pizzico di sadismo dell’ultima performance di Jarrett a Perugia, sadismo perche’ quest’anno anche amando alla follia il musicista Jarrett, non mi sono fatto convincere a vederlo dal vivo specialmente in Italia.
In sintesi niente di nuovo, al termine del secondo set prima del bis, una foto fa andare fuori di testa Jarrett, che pare abbia esclamato “Damn City” o qualcosa del genere (affermazione deprecabile non per nazionalismo ma per amore di intelligenza). Il direttore artistico di UJazz pare abbia chiuso in via definitiva con Jarrett (a dire il vero condivido questa scelta) perche’ quando si supera il limite dell’educazione non esiste arte che tenga.

Adesso mi permetto una piccola divagazione sull’argomento, quello che davvero stupisce di Jarrett e’ questo strano rapporto con il pubblico.

Tempo fa a Parigi capito’ un episodio analogo per certi versi illuminante. Durante un solo piano, a causa della tosse (sic..) di uno spettatore, Jarrett interruppe bruscamente il concerto per apostrofare il povero spettatore raffreddato mimando al pianoforte cosa sarebbe successo se lui si fosse messo a suonare con la tosse. Episodio discutibile, a questa uscita alcuni spettatori gli hanno gridato che in fin dei conti loro erano il suo sponsor, cioe’ avevano pagato per vederlo. Affermazione anche questa discutibile, in quanto riduce il rapporto artista-pubblico ad un mero rapporto di fornitore di servizi - cliente, una distorsione della nostra societa’ contemporanea.
La cosa non e’ sfuggita a Jarrett che infatti ha replicato invitando tutti quelli che pensavano di essere degli sponsor ad andare serenamente via. A questo punto cosa molto strana si e’ aperto un forum di discussione tra jarrett ed il pubblico su quanto sia fragile e delicato il processo compositivo istantaneo e quanto i disturbi esterni possano influenzarlo al termine di questo sfogo Jarrett ha ripreso a suonare a lungo.

Questo aspetto lo condivido in pieno, quello che mi lascia esterrefatto e’ come Jarrett tratti i disturbi ambientali. Faccio un esempio, ama suonare ad Antibes, dove passano aerei sul palco, non fa una piega quando suona una campana durante i suoi concerti, non si lamenta se le rondini cantano intorno al suo piano, se invece uno spettatore fa una foto, o tossisce il finimondo.

Probabilmente questa sua rigidita’ tradisce una visione profondamente idealistica dell’essere umano e della fruizione dell’arte. Jarrett immagina l’uomo come la sua musica, perfetto, senza quelle screziature, senza i raffreddori, senza le dita nel naso, senza i dolori. Eppure la sua visione e’ contraddittoria, piena di contrari, accetta tutto il circo che si scatena intorno ai suoi concerti, richiede tre limousine per andare e venire dal concerto, pretende due pianoforti prima del concerto per scegliere i migliori, spesso trascurandone pero’ l’amplificazione. A volte sembra voler suonare come in The Melody at night with you, distante dall’umano, chiuso nella perfezione ideale della musica, eppure… eppure pubblica solo dischi dal vivo, spesso scegliendo gli ambienti meno umani tra quelli dove suona, scegliendo spesso ambientazioni giapponesi, luci algide, suoni perfetti, troppo perfetti, si infastidisce se un’applauso arriva alla fine di un solo o in un momento di pathos altissimo (e penso all’intro di All the things you are di Tribute, dove al termine dell’intro l’applauso nasce spontaneo e non infastidisce ma arricchisce sottolinea il momento di tensione altissima, quel brano non sarebbe lo stesso senza quel pubblico che esplode) eppure canta sulla musica, macchiandone la perfezione, forse sottolineando l’umano, rafforzando l’umanita’ dell’artista Jarrett.
Entra nel business dei Festival Jazz chiedendo cifre da capogiro (piu’ di 100mila euro a concerto) e pretende di non far parte delle logiche di servizio-cliente.
Non fraintendetemi, non ci sono giudizi in questo che scrivo, solo un’analisi delle contraddizioni umane molto umane di un’artista che vorrebbe la musica al di sopra di quell’io umano, che pretende il divino probabilmente in quanto il divino e’ nelle sue mani, ma in questa pretesa ricade fortemente nella sua inevitabile umanita’, in quel non saper accettare l’umanita’ del suo pubblico e probabilmente la sua stessa umanita’.”

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